La seconda parte del Diario nel nostro cooperante in motocicletta, un racconto tra il traffico di Freetown, la natura incontaminata e i sintomi della malaria. La prima parte, Sierra Leone: la speranza nel futuro, si può leggere qui.

Torno a Makeni per assistere alla festa che conclude il corso professionale della Caritas volto al recupero delle ex schiave sessuali e delle ragazze madri. Per un anno gli è stato insegnato il mestiere della sarta, della tessitrice o della cuoca e oggi, fra canti e balli tradizionali, ricevono chi una macchina da cucire chi un set da cucina per poter intraprendere una piccola attività commerciale. Come mi confida il vescovo Biguzzi, bisogna controllare le ragazze anche in futuro, perché come è già successo, per fame e disperazione sono tentate a vendere le attrezzature ricevute per monetizzare il prima possibile. Ragazze musulmane e ragazze cristiane. Se i musulmani rappresentano il 60% della popolazione, la convivenza pacifica delle chiese e delle fedi è da sempre stata una risorsa della Sierra Leone, sia nel piano delle relazioni tra le chiese sia nell’ambito della vita quotidiana degli individui e della comunità: matrimoni misti, frequenza di scuole cristiane da parte di alunni musulmani e viceversa, reciproca tolleranza e scambi riguardo a riti e forme espressive. In periodi in cui qualcuno parla di “scontri tra civiltà” anche la Sierra Leone ci può insegnare qualcosa di importante.

A Bumbuna incontro un missionario saveriano che ha vissuto per anni nella foresta con le tribù indigene. La sua opera di evangelizzazione si scontra spesso con gli interessi del capo clan locale, figura sacra anche se non sempre immacolata che funge da giudice, riscuote i tributi e assegna le terre alle famiglie. I matrimoni sono combinati e la famiglia è sempre numerosa, ogni donna ha in media sei figli e attraverso la poligamia molti hanno fratelli e fratellastri dal secondo, terzo, quarto matrimonio. Ci si educa i figli a vicenda e si adottano gli anziani altrui. Lo stare insieme rappresenta uno dei valori più importanti: molti lavori vanno fatti collettivamente altrimenti non si sopravvive. La tradizione africana è collettivista, tutte le decisioni vengono prese insieme, insieme si conciliano contrasti e litigi; l’individualismo occidentale è sinonimo di disgrazia e maledizione: solo il gruppo unito può fare fronte alle avversità naturali che da queste parti sono sempre in agguato. Entro in una capanna dove uno stregone sta curando con le erbe e le radici della foresta un ragazzo colpito dalla malaria. Dentro un recinto “sacro” la pozione viene preparata al ritmo di ancestrali litanie mentre il ragazzo viene avvolto in pesantissime coperte. Qua la malaria è come il raffreddore dalle nostre parti ma la mancanza di prevenzione e di medicine disponibili e a basso costo provoca nel mondo la morte di oltre due milioni di persone ogni anno, soprattutto bambini entro i cinque anni. Da settimane ormai non ho contatti con il mondo esterno; l’unica possibilità è andare in direzione sud, nella capitale Freetown.

Dopo giorni in cui il verde lussureggiante della natura regnava sovrano, è difficile immergersi in questo mondo dove migliaia di macchine in coda rendono l’aria irrespirabile, i tassisti suonano ininterrottamente il clacson e i venditori di cd e cassette cercano di superarsi a vicenda sorpassando ogni limite di rumorosità. Mi chiedo di cosa possa vivere questa immensa massa di persone; molti sono qui non perché la città ha bisogno di loro, ma solo perché la miseria li ha cacciati dalle campagne e sono in cerca di salvezza e sopravvivenza. Molti non hanno un’occupazione fissa, un lavoro stabile. Commerciano in questo e quello, fanno i facchini, i guardiani, al servizio in affitto di chi li vuole; eseguito l’incarico spariscono senza lasciare traccia. Ma a dispetto di tante altre realtà incontrate, in Sierra Leone noto una dignità stupefacente: rarissime le persone che elemosinano e che ti rincorrono per qualche centesimo.

Con Patrik ci avventuriamo tra i caotici slum, le sinistre bidonville che si affacciano sul mare. Migliaia di uomini vivono in condizioni disumane in un disperato formicaio; un uomo bianco da queste parti è un fenomeno strano, mi sento fissato e osservato. Impaurisco quando un gruppo di ragazzi alterati inveiscono nella nostra direzione ma Patrik mi rassicura subito “Non ti preoccupare, stanno solo discutendo  animatamente di calcio, Chelsea-Arsenal è finita da qualche ora e noi siamo una ex-colonia inglese”. Anche questa è globalizzazione. Per passare dall’inferno al paradiso basta spostarsi di qualche chilometro e raggiungere le spiagge incontaminate di River No2 Beach e dell’isola di Banana Islands. Acqua da sogno, fondali tropicali, palmizi incantati e infinite spiagge bianche. Anche questa è Sierra Leone. Poi è subito notte, come se qualcuno girasse l’interruttore spegnendo di colpo il sole, ma la città continua la sua estenuante corsa. I distretti di Bo e Kenema sono le capitali diamantifere del paese dove i mercanti libanesi trafficano più o meno legalmente le pietre grezze. Kenema pullula di negozi e di grandi  fuoristrada privati. Con una guida locale chiediamo il permesso di visitare una miniera; centinaia di uomini di ogni età, vanga alla mano, scavano per dodici ore al giorno sotto un sole implacabile per tre euro e due ciotole di riso, sorvegliati da temuti guardiani. Altri con lo shake-shake, un setaccio circolare, immersi nel fiume fino alle ginocchia setacciano quintali di terra alla disperata ricerca di qualche prezioso carato. E cosa dire dei raccoglitori di palm-wine (la bevanda alcolica naturale che si ottiene incidendo una particolare specie di palma) che percorrono decine di chilometri con immense taniche bilanciate da un bastone di legno che deforma le clavicole di questi giovani ragazzi. E ancora, della partita di calcio a cinque tra gli amputati di guerra, i calciatori senza una gamba e i portieri senza un braccio. E Patrik che ride quando in un video originale vediamo gli stupri, le amputazioni, gli omicidi a sangue freddo compiuti negli anni novanta. Qui non c’è niente di anormale in tutto questo, l’unica cosa strana ai loro occhi sono io.

La gente considera i cataclismi politici ed economici alla stregua dei fenomeni naturali, accettando tutto con apatica rassegnazione e fatalismo. Sono le forze soprannaturali a stabilire il corso degli eventi, a determinare il destino. Nulla di ciò che accade è casuale, anzi il caso non esiste. Non c’è altro da fare che aspettare che le cose migliorino. Anche il clima migliora, diminuiscono le piogge e ne approfittiamo per una escursione al Outamba-Kilimi National Park, parco nazionale incontaminato e selvaggio. La strada sterrata si dirama verso nord, dapprima larga e ben battuta, poi sempre più stretta e infine sconnessa e immersa in una vegetazione sempre più fitta, la Grande Foresta. Immensi alberi svettano imponenti davanti ai nostri occhi mentre centinaia di bambini giocano e si lavano in freschi ruscelli alla periferia di villaggi dimenticati dal mondo. Improvvisamente un immenso e sornione fiume ci sbarra la strada, sopra, da una riva all’altra un grosso cavo di acciaio. Carichiamo i mezzi in uno scatolone metallico rettangolare a fondo piatto e gli addetti locali, con strani strumenti di legno, accompagnano manualmente il traghetto fino alla riva opposta. Arrivati all’ingresso del parco ci attende una lunga contrattazione con i guardiani; noleggiamo due canoe e costeggiamo il fiume ammirando scimmie urlatrici, famiglie di ippopotami e vari tipi di volatili. Il buio è come sempre in agguato, rinunciamo ai branchi di elefanti dei quali sentiamo solo i barriti in lontananza e partiamo alla volta di Kamakwie. L’indomani passeggiando per il mercato ci imbattiamo in un bambino seminudo, gli arti sanguinanti e anchilosati, il passo incerto e lo sguardo perso nel vuoto. Chiede l’elemosina ma la maggior parte degli adulti lo evita o ride di lui. Non riesco a credere ai miei occhi; iniziamo a chiedere spiegazioni e scopriamo che il ragazzo soffre di epilessia ma la credenza popolare lo reputa maledetto, vittima di un sortilegio e per questo abbandonato dalla società. Rintracciamo uno zio e gli chiediamo l’autorizzazione a portarlo a Makeni presso l’ospedale delle suore di Madre Teresa di Calcutta. Ricevuto il consenso laviamo, rasiamo, medichiamo, sfamiamo e vestiamo il povero ragazzo e con immensa gioia lo carichiamo in un pick-up alla volta di Makeni. Dopo un lungo viaggio e una crisi epilettica lo consegniamo alle amorevoli cure delle suore; se spesso in questi giorni sono stato sopraffatto da un senso di impotenza e frustrazione per ciò che mi circondava, oggi abbiamo forse cambiato il corso di una vita. Sarebbe quindi una giornata meravigliosa se non fosse per quella strana e  violenta sensazione di freddo e i tremiti in tutto il corpo. La malaria si è impadronita del mio corpo. Sono quindi costretto a lasciare prematuramente questo martoriato e complicato paese, salutando con vera emozione i tanti nuovi amici incontrati. Parto però con una grande speranza. La speranza che si avveri ciò che immensi cartelli proclamano all’ingresso di ogni città: “ Sierra Leone Vision 2025: Sweet Salone, United People, Progressive Nation, Attractive Country”.

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it

foto di 36widgets; nicolas-frederic; quiquemendizabal