Pubblichiamo oggi la prima parte di un racconto di viaggio un po’ particolare, il Diario di un cooperante in motocicletta. Ci racconterà la sua esperienza in un paese devastato dalla guerra e dalla povertà, ma –  nonostante tutto –  capace di regalare grandi speranze.

Una strana inquietudine mi assale senza motivo, un disagio interno e un senso di grande pesantezza. Poi una improvvisa e violenta sensazione di freddo, un freddo atroce e penetrante. Non riesco a fermare il battito dei denti e il mio corpo è tutto un tremito. La temperatura esterna è vicina ai 35 gradi e quindi non ho dubbi: malaria. Sono nel nord della Sierra Leone e realizzo che la mia fantastica esperienza africana sta volgendo al termine. La Sierra Leone è un paese devastato da dieci anni di guerra civile che sta tentando la via della normalità. Una guerra che ci ha mostrato bambini senza braccia e senza gambe, tagliate a colpi di machete dai ribelli, spesso anch’essi bambini; centinaia di migliaia sono le persone che hanno dovuto abbandonare tutto e che hanno vissuto nei campi profughi. Altre decine di migliaia sono state uccise, ferite, violentate, segnate a vita. Popolazioni di interi villaggi costrette a estrarre da striscioline di carte la loro sorte: “taglio delle mani”, “taglio della testa”, “taglio delle gambe”. Una strategia del terrore con l’obiettivo di ottenere l’assoluto controllo delle zone attaccate e garantirsi la gestione della grande risorsa della Sierra Leone: i diamanti. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano lo classifica al 180° posto su 187 e l’attesa di vita non supera i 50 anni. Fortunatamente i circa 10.000 bambini-soldato sono tornati a casa, ma il loro reinserimento non è automatico: sono guardati con sospetto dalle loro comunità che temono possano ricominciare ad uccidere. Hanno bisogno di andare a scuola, di una formazione professionale, di essere circondati da affetto e serenità. Varie organizzazioni non governative come Unicef, Caritas, Coopi e Save the Children se ne stanno occupando. Anche io sono qua per questo. La mia base operativa è Makeni, città-villaggio di circa 100.000 abitanti per tanti anni sede logistica dei ribelli del Revolutionary United Front (RUF). Le conseguenze della guerra sono ancora evidenti: molte case sono ancora ridotte a macerie, manca spesso l’energia elettrica e l’acqua corrente è una rarità . Anche il trasporto rappresenta una incognita; saltuari sono i collegamenti tra le varie località, effettuati con minivan stracarichi all’inverosimile e i pochi fuoristrada che si incontrano sono quelli delle Organizzazioni non Governative o delle multinazionali che stanno investendo nel ricco sottosuolo del paese. Miriadi di moto cinesi si incrociano tra le anguste strade fangose, usate come taxi urbani per i pochi che se lo possono permettere. Il mio compito è quello di monitorare il lavoro dei  Child Welfare Commitees  (le strutture che si occupano del reinserimento nel tessuto sociale dei bambini ex combattenti) nelle aree rurali del paese e quando mi pongo il problema del mezzo di trasporto non ho dubbi: usufruirò di un piccolo enduro e più precisamente di una Honda 125 XL. A Makeni  l’accoglienza è straordinariamente calorosa. Lo svolgimento e l’atmosfera dei convenevoli determinano il successivo sviluppo delle relazioni e quindi bisogna stare molto attenti a come ci si saluta: l’importante è mostrare sin dall’inizio una grande gioia e cordialità. E’ stupefacente come tutti salutino tutti, con interminabili scambi di domande-saluti, strette di mano, abbracci e fragorose risate. E il tutto si svolge come in un immenso camping: non esiste una siepe, una staccionata, un recinto, un confine. Lo spazio è unico, aperto e la vita si svolge costantemente sulle strade, insieme agli altri: le capanne servono solo per dormire perché sono piccole, misere, anguste, l’aria è pesante e l’odore nauseabondo. Si, l’odore. L’odore dei tropici è la prima cosa che colpisce; è un odore che ci avverte che siamo nel regno di madre natura, una natura esuberante e infaticabile, che fiorisce senza sosta e senza sosta si ammala, si decompone, marcisce. E’ la stagione delle piogge e l’umidità si taglia con il coltello; il corpo diventa appiccicoso di sudore, spiacevole da toccare e meta di incursioni di sciami di zanzare. La notte il tempo è immobile, il sonno non arriva e quando ci si alza ci si sente a pezzi, fiacchi e svuotati. Spero sia solo l’inizio ma mi sento inadeguato per queste latitudini. E che invidia per gli africani: loro si muovono con un filo di gas, agilmente e liberamente al loro ritmo rallentato che non conosce fretta, tra uno sguardo curioso e una risatina complice. Per una iniezione di fiducia e di stimoli è necessario incontrare il compaesano vescovo Giorgio Biguzzi. Da oltre trenta anni in Sierra Leone è stato un paladino della riconciliazione nazionale durante gli anni più cruenti del conflitto, guidando una delegazione di capi religiosi per convincere i ribelli alla tregua, facilitando i negoziati di pace, soccorrendo la gente martoriata dalla guerra, rischiando la vita trattando con i ribelli la liberazione dei bambini soldato. Il vescovo mi racconta il paese con una naturalezza ed un amore disarmante, i suoi incontri passati, i suoi impegni presenti, le sue speranze per il futuro. C’è davvero tanto da fare. Il mio primo incontro è a Kambia, ai confini con la Guinea. Misurare le distanze in chilometri è inutile a queste latitudini, meglio chiedersi quanto tempo ci vuole. Se c’è il sole e la strada è ben asfaltata il tempo si può quantificare, ma se è nuvoloso e siamo su una pista nessuno può dire quando arriveremo a destinazione. Sulle strade si incontrano rottami abbandonati di auto arrugginite, se un albero si abbatte sulla carreggiata, non lo si sposta: lo si aggira finchè non si forma una nuova strada battuta.Incontro decine di villaggi, donne e vecchi immobili sulla soglia delle capanne e una quantità enorme di bambini seminudi che gridano “opoto” (che nella lingua locale significa uomo bianco); metà della popolazione ha meno di quindici anni e i villaggi sembrano immensi asili infantili. Mi rendo conto che qui la vita è uno sforzo continuo, un incessante tentativo di trovare un equilibrio tra sopravvivenza e distruzione. Del problema del cibo. Qualunque quantità di cibo scompare in un istante, il concetto di prima colazione non esiste, se qualcuno ha da mangiare mangia, qualsiasi cosa, e il resto della giornata è una continua ricerca di cibo. Credo che dovunque ci si trovi, se si lancia in aria un pezzo di pane, difficilmente tocchi terra. Si vive alla giornata, ora per ora, vietato fare progetti, fantasticare.A Kambia provo a radunare i membri del CWC locale ma il concetto di tempo in Africa è completamente opposto al nostro e se chiedo quando comincia la riunione la risposta è “quando tutti saranno arrivati”; tutti hanno una incredibile capacità di aspettare senza battere ciglio. Ma è fantastico, mi sembro sul set di “Il colore viola”: arzilli e sdentati nonnini col mento appoggiato su consumati bastoni da passeggio si confrontano con donnone vestite nei variopinti e sgargianti abiti tradizionali. Parlano un po’ in creolo e un po’ in una delle sedici lingue che formano la babele linguistica del paese e grazie al mio amico e interprete Patrik capisco che hanno dei bisogni elementari che non riescono a soddisfare, mancano biciclette per monitorare i villaggi più sperduti e il materiale d’ufficio per relazionare alla Caritas di Makeni. Poi andiamo casa per casa ad intervistare gli ex bambini-soldato per verificare le loro condizioni psico-fisiche e la loro partecipazione ai programmi scolastici. Le bambine ci raccontano con estremo pudore le violenze subite dai capi dei ribelli e un senso di vuoto e disperazione avvolge tutti noi. Mi chiedo fino a che punto sia giusto riaprire quelle profonde ferite dell’anima. Sulla via del ritorno ci fermiamo in un piccolo villaggio, non c’è elettricità, buio pesto ovunque, solo qualche candela e lampadina su misere bancarelle dove si vendono filoni di pane, sigarette sfuse e merci negli accostamenti più imprevedibili. Si intravedono immagini vaghe e vacillanti; un buio che si muove, con le sue forme e le sue voci. Un buio che contrasta con la vitalità dei colori dell’indomani mercato diurno. Per andare al mercato le donne indossano i vestiti più belli e si sistemano vicendevolmente le elaborate parrucche, portano rigorosamente sulla testa tutte le loro mercanzie e chiacchierano ininterrottamente con le vicine commentando chissà quale avvenimento. È il regno della paccottiglia, secchi di plastica colorati, magliette e scarpe da ginnastica, tessuti e ciabatte di ogni forma. Niente che abbia un valore, che attiri l’attenzione o meriti di essere comprato. Ma i mercati sono onnipresenti, il piccolo commercio è senza dubbio la principale passione degli africani.

[continua]

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it