Continua il nostro viaggio di avvicinamento alla Silk Road Race.  Proviamo a conoscere un po’ meglio le persone che hanno deciso di intraprendere questa avventura. Questa volta è il turno di Grazia e Riccardo, due dei cinque componenti del Gengis Khar Team.

Iniziamo con Grazia:

Viaggiare è uno stato mentale, un’emozione, una magia. Quando si diventa viaggiatori si entra in una strana congrega sottoponendoci ad un rito di iniziazione che prevede il salto di un confine, un andare al di là di qualcosa, il tutto senza rete. I viaggi che compio ora, al confronto dei viaggi della mia infanzia sono poca roba. La Sardegna, il continente nel quale sono nata, mi ha sottoposta precocemente a tale iniziazione ed a frequenti richiami che mi hanno condizionato ad una percezione molto personale della dimensione viaggio. Viaggiare per me ha sempre significato attraversare un mare ed ho cominciato a farlo da bambina. Lo facevo spesso perché una buona parte della mia famiglia abitava di là dal mare. Viaggiare era: arrivare ad un porto, sostare per le formalità di rito, entrare nella pancia di una nave, imbarcare una vettura, guardare il momento dello stacco dalla banchina, sentire la  sirena di saluto al porto, addormentarsi vedendo le luci di una costa che si allontanavano e svegliarsi ai primi bagliori del sole che di costa ne illuminavano un’altra. Il confine era per me uno spazio molto definito, quello del mare, ed un tempo sempre lungo, l’attraversata. Era fantastico perché capivo, ho capito da sempre, che il viaggio non era una necessità, ma un’impellente, inutile urgenza di andare per abbandonare l’immobilità e della certezza. Anche lo spostamento per la villeggiatura era qualcosa di speciale. In Sardegna non c’è il mare e raggiungere questa realtà così tanto temuta dai sardi richiedeva l’attraversamento di una galleria. Al di là di questa la montagna precipitava in una manciata di casette in riva al mare. Non era per me un semplice andare in vacanza, era rompere con un tempo, quello della scuola, delle scarpe e soprattutto della calze, dei vestiti di città, della monotonia di una città monotona, per entrare in un’altra dimensione. Si arrivava a Gonone guardandola dall’alto, perdendone la vista in una vertigine fiduciosa, man mano che ci si avvicinava. Si  entrava in armonia, all’arrivo, con un mare che si sottraeva ai sardi e si donava ai pescatori ponzesi che l’avevano colonizzato. La sensazione di quei momenti l’ho ritrovata l’estate scorsa quando, in Indonesia, abbiamo raggiunto il villaggio di Lamalera dove si pesca, con un rispetto arcaico della natura, la balena. Da quando non vivo più in Sardegna viaggiare è facile: sono pochi i luoghi che non posso raggiungere a piedi. La magia del porto ha ceduto a quella del primo passo, di una porta chiusa alle spalle per entrare in un altrove sconosciuto, ma senza barriere. Un rally è la quintessenza dell’andare. Si esce di casa, si sale in macchina, si accende il motore e via! La nostra Ford blu è la mia nave. Io confermo la mia percezione del mondo alla rovescia e mi godo il fatto che quelli che per altri possono essere ostacoli, difficoltà, per me sono sciocchezzuole che non costituiscono problema: siamo, come direbbe ogni sardo, in continente! Controllo e ricontrollo l’itinerario e ogni volta mi stupisco nel constatare che i novemila chilometri che percorreremo non ci costringeranno a nessuna traversata dentro una nave. Che lo spostamento sarà controllabile, che scivoleremo nei paesaggi, nei volti, nelle lingue in continue dissolvenze e messe a fuoco in quotidiani futuri. Non ci sarà un trauma, un distacco ed è bellissimo. Ho abbastanza esperienza per immaginare che i compagni di viaggio, alcuni appena conosciuti, saranno dopo pochi giorni, amici di una vita con i quali condividere le pause tanto indispensabili per il Bottazzo di un buon caffè preparato al margine di qualche strada. Accantono pian piano tutto ciò che mi potrebbe servire e lo poggio su di un letto accanto allo zaino di sempre. Ogni volta che compio questa operazione mi accorgo che le cose di cui ho bisogno sono davvero poche, prepararle però mi serve per le prove generali, per viaggiare già con la mente. Questi giorni presiedo una commissione di maturità nelle zone terremotate e imparo da alcuni di questi ragazzi che la vita richiede un allenamento continuo per procedere con leggerezza nel nomadismo.

Grazia

E ora è il turno di Riccardo:

Per trovare un cane che sapesse dove caspita è Dushanbe, ho dovuto sciropparmi la Giornata del Rifugiato. A parlare con gli indigeni di qui (dei veri selvaggi) era tutto un “Dush… Dush… dov’è che stai per andare?”

Dushanbe! La capitale del Tajikistan.

“La capitale di che?”

Del Tajikistan. Ta – ji – ki- stan! Non hai presente? Tra l’Uzbekistan e il Kirghizistan c’è per l’appunto il Tajikistan, ignorante (nel senso che ignori)!

“Tu sei fuori come un pergolo, altro che!”

Questa non è una novità.

“E ci vorresti andare in macchina che non hai neanche la patente e ti perdi già a Mestre, deficiente (nel senso di deficiente, proprio)?”

Ho girato mezzo mondo perdendomi dappertutto, combinando casini mica da ridere e senza aver mai capito a che cosa serve quel pedale centrale che chiamano frizione. (Ovviamente il pedale centrale è il freno. Ndr) E comunque, oltre a saper portare una gondola, ho pur sempre la patente di vela oltre le 12 miglia, no? Senti un po’ che linguaggio: cazza la randa, stramba la boma, lasca il fiocco, cala l’àncora… casomai incontrassimo un mare io sono pronto!

“No, guarda… tu sei pronto solo per il manicomio”.

Grazie a dio la Basaglia li ha chiusi e quelli come me possono stare tranquilli. Sperando che non cambi il vento.

Per trovare gente più informata sulle cose della vita me ne sono andato alla festa che la comunità afghana di Venezia ha organizzato per la Giornata del Rifugiato, mercoledì 20 giugno, alla sala San Leonardo. Io, lo avrete capito, sono una persona dalle priorità etico-gastronomiche ben definite. Così, per prima cosa, mi sono fatto scrupolo di ingozzarmi come un’oca da ingrasso al buffet: riso basmati, ferni al cadamomo, kabaub shaami e sambosay goshti. No. Non sono un esperto di cucina asiatica. Adopero soltanto la semplice quanto collaudata tecnica di spazzolare tutto quello che riesco a farci stare sul mio piatto, fare un secondo giro, rispazzolare, e poi, a stomaco pieno, prendere nota delle targhette davanti ai piatti. Quindi, con l’animo rinfrancato per aver fatto il mio dovere di giornalista, vado col terzo giro puntando però solo sui piatti che mi han dato più soddisfazione. Che non vorrei metter peso.

Quando alzarsi diventa un problema, arriva il momento della conversazione. Là dentro conoscevo tutti. C’erano gli amici della Tenda della Pace del Friuli venuti a raccontare cosa succede a Gradisca d’Isonzo, dentro le mura di quel lager chiamato Cie, c’erano i compagni della Rete Tuttiidirittiumani con i quali ho condiviso non so più quante battaglie (quasi tutte perse) a tutela dei diritti dei richiedenti asilo, dai porti greci come Patrasso a quelli adriatici di Ancona a Venezia. C’erano allievi e docenti della scuola Liberalaparola che al cso Rivolta ogni anno organizza corsi di italiano gratuiti e aperti a tutti. E sottolineo “tutti”. Perché con i diritti fondamentali non ci sono mezze misure: o sono di tutti o non sono di nessuno. Un anno fa ci ho scritto pure un libro, su questa esperienza. E’ in libero dowload e chi è interessato se lo può scaricare da questo link http://www.caminantes.it/resources/Liberalaparola.pdf. E poi c’erano gli amici di Melting Pot, dai quali era salutare tenersi lontano perché ero (e sono ancora) in ritardo marcio col pezzo che gli avevo promesso da due settimane, i ragazzi del Morion, Radio Sherwood, Emergency…

Insomma, se è vero che la Giornata del Rifugiato è una ricorrenza in cui c’è ben poco da festeggiare, è anche vero che rimane comunque un’occasione di incontro per tutto il variegato, e combattivo, arcipelago alternativo che fluttua sulla laguna dei Dogi. Casa mia. L’iniziativa a San Leonardo, ho già scritto, è stato organizzato dalla comunità afghana con lo scopo di tirar sù qualche lira per una scuola. Dietro i fornelli, a mescolare il basmati, ho ritrovato Hamid. Hamid è un nome come un’altro. Il ragazzino è ancore minorenne e la Carta di Treviso mi obbliga – giustamente – a tutelarne l’anonimato.

“Dushanbe? E’ stata la prima tappa del mio viaggio verso l’Europa. Io vivevo nel nord dell’Afghanistan e non sono potuto andare direttamente in Iran, come invece hanno fatto altri miei amici: Prima son dovuto passare per il Tajikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan. Tre mesi di viaggio in più e tante botte. Di Dushanbe ricordo che era una grande città. La prima grande città che avevo mai visto. Mi venne da chiedermi se tutto il mondo dietro le mie montagne fosse così: caotico e pieno di auto. Non sapevo ancora cosa mi aspettava. Ma io, lo sai bene, sono nato in un piccolo villaggio. Magari a te non farà la stessa impressione. A te che sei nato in una città diversa da tutte le altre”.

Alla terza mestolata di riso, Hamid ci aggiunge un consiglio: “Stai attento ai poliziotti che sono molto cattivi. A me ne hanno date davvero tante. Ma forse, anche in questo caso, per te sarà diverso. Sei europeo e hai anche i documenti in regola. Sei nato dalla parte giusta del mondo”.

Per adesso. Mi sa che di questi tempi si fa presto a passare dalla lista dei “buoni” a quella dei “cattivi”.

Hamid mi spiega che Dushanbe in lingua locale significa lunedì. Gli chiedo se dalle sue parti è normale dare nomi di giorni alle città.

“Ma no! Era il centro di un famoso mercato di stoffe e cammelli che si svolgeva per l’appunto il lunedì. La città gliela hanno costruita attorno. Tutti i mercanti a dire ‘ci vediamo qui lunedì’, ‘ci vediamo qui lunedì’ e così il nome le è rimasto. Ma tu stai tranquillo che anche se ci arrivi di martedì o di mercoledì la trovi lo stesso”.

Ma sì! Da uno che cucina il riso così bene e ti mette sul piatto porzioni così abbondanti mi lascio volentieri prendere per i fondelli. Hamid poi è davvero simpatico. Lavora come sarto per pagarsi gli studi ma mi sistema sempre l’orlo dei pantaloni senza accettare un centesimo. Non è un grande affarista. Avessi subito io solo un centesimo di tutto quello che ha passato lui sarei incazzato come una bestia col mondo intero. Lui è per metà hazara e per metà pashtun. Vent’anni fa i matrimoni misti in Afghanistan erano normali. Oggi, dopo che hanno fatto di tutto per farli diventare integralisti portandogli la democrazia e tirandogli missili intelligenti in testa, capita che ti sgozzino il padre e la madre e a te tocca scappar di casa per non fare la stessa fine. Neanche a dirgli “ti saluto qualcuno, giacché vado dalle tue parti?” che lui è il solo sopravvissuto del suo villaggio, dopo che son passati i bombardieri americani a finir l’opera dei talebani.

Ascolta Hamid, parlando di cose serie, fammi un po’ un bell’elenco di insulti in lingua locale che voglio essere ben preparato, casomai dovessi attaccar briga con qualche poliziotto…

Hamid ride come un bambino – e non è che sia molto più adulto – e mi schizza sulla tovaglia di carta una lunga lista di parole incomprensibili. Passo la serata ad esercitarmi sulla pronuncia scatenando l’ilarità di tutta la comunità afghana.

Io sto allo scherzo ma non posso fare a meno di pensare che questi ragazzi che non hanno più di vent’anni sulle spalle, hanno già percorso tutta la strada che sto per fare io. Ma l’hanno percorsa in senso inverso, da oriente ad occidente, viaggiando come dei veri viaggiatori; senza soldi, senza un tetto, senza un punto di riferimento, senza documenti, senza un futuro certo. Arrivato a Dushanbe io avrò una stanza d’albergo che mi aspetta e un biglietto aereo già stampato per la mia Venezia. Cose da poco ma che Hamid non ha potuto avere.

Riccardo

Credits: foto di Carl Montgomery ;foto di Mario Carboni ; foto di RobBole su Licenza CC