Atyrau. Quando Tolkien scrisse del reame di Rohan, la terra dei Signori dei Cavalli, doveva avere in mente qualcosa del genere. Il Kazakistan è un enorme, sconfinato spazio vuoto. Anche le grandi città, costruite attorno all’industria del petrolio, sono solo piccole isole circondate da oceani di steppa. Da est a ovest, da nord a sud, puoi girare gli occhi sin che vuoi che non riuscirai mai neppure ad intravedere la sagoma di una montagne perduta in fondo all’orizzonte. Difficile incrociare anche un solo albero o un cespuglio appena più alto di un uomo. Solo mari d’erba le cui mille gradazioni di verde si spengono man mano che si sale a nord, cedendo il campo a quelle tinte brulle ed uniformi caratteristiche della steppa kazaka. La terra attorno a te è un enorme avvallamento geologico immerso nella grande depressione caspica. Attorno alle rare pozze d’acqua, si dissetano allo stato brado branchi di nervosi cavalli e di placidi cammelli gobbuti. Sin dai tempi degli zar, i kazaki sono stati circondati dalla fama di grandi cavalieri. Viaggiando su queste strade, si capisce anche il perché. A chi nasce su queste steppe non può venire neppure in mente che ci si possa avventurare a piedi verso quell’orizzonte infinito piuttosto che in sella ad un cavallo lanciato al galoppo.

L’unica strada che dal confine con la Russia porta ad Atyrau è una mezza carreggiata d’asfalto divorata dalla sabbia e dalla bassa vegetazione. Più che una Ford Escort come la nostra, ci vorrebbe un fuoristrada. Difficile anche tenere una media di 50 chilometri l’ora in queste condizioni. Senza contare che la nostra Gengis Khar ha accusato non pochi problemi alle ruote anteriori (entrambe sostituite), alla marmitta (saltata un paio di volte), e ora anche allo sterzo (l’auto tende a sbandare pericolosamente). Meglio viaggiare piano. Ma viaggiando piano, i chilometri si fanno più lunghi. Su questa sentiero, che pure nella nostra mappa viene disegnato col colore rosso della strada principale, per lunghe ore non abbiamo incrociato un solo distributore di benzina. Il problema non è il carburante però. In Russia ne abbiamo fatto buona scorta. Il problema è l’acqua. Il caldo asfissiante della depressione caspica ci fa sudare come fontane, la polvere del deserto ci asciuga la gola. Neanche a dirlo, la nostra vecchia Ford non ha l’aria condizionata. Anche le ultime scorte di acqua oramai bollente se ne vanno presto. Per la prima volta capiamo cosa significa avere sete nel deserto. Per fortuna troviamo un distributore di benzina con stalla per i cavalli annessa. E’ chiuso e le pompe sono vuote e mezzo mangiate dalla sabbia che ora comincia a volarci attorno trasportata dal vento. Meglio coprire la bocca con un fazzoletto. Non c’è acqua. Ma, ci spiega a gesti un camionista, là vicino c’è un posto dove ne possiamo acquistare. Si tratta di una piccola casa nella steppa dove la padrona ha attrezzato una stanza a bar improvvisato. Quattro camionisti kazaki sono seduto ad un tavolo bevendo tè. Ci guardano con curiosità. Uno mi fa il gesto di bere da una bottiglia come per dire “avete sete, eh?”. Caspita se è vero.

Quando usciamo abbiamo una scorta d’acqua sufficiente a un branco di dromedari. Ci rimettiamo in cammino, che vogliamo raggiungere Atyrau prima della notte ed evitare di dover affrontare un bivacco nella steppa.

Arriveremo a destinazione dopo le nove di sera, proprio al calare delle prime ombre della notte. Prima della città petrolifera, ci arriva la sua puzza. I grandi e orripilanti grattacieli sono preceduti da impianti di raffinazione e da discariche di lamiere arrugginite. C’è anche un enorme cimitero. Ne abbiamo incrociati tanti lungo la strada. Un numero spropositato rispetto alla desolazione demografica del Paese. Ci chiediamo dove trovino tutti questi morti e perché non seppelliscano i defunti vicino ai centri abitati piuttosto che nel bel mezzo della steppa. Ogni tomba è un monumento con guglie, cupole e pinnacoli in cima ai quali sventolano scoloriti e stracciati stendardi consumati dalla sabbia del deserto. Ogni tomba è circondata da un muretto ad altezza d’uomo che da lontano sembra un fortino nella steppa. Dappertutto domina la mezza luna sunnita. Ripensiamo ai cimiteri che abbiamo incrociato in Russia e in Ucraina – uno o due confini or sono – dove le basse sepolture onorate solo con pochi fiori e da una doppia croce ortodossa erano sistemate accanto a tavoli e panchine per dare modo ai vivi, nelle feste comandate, di cenare assieme ai morti.

Riccardo Bottazzo – Gengis Khar Team

foto di Martin Solli e Steffen Bauch su licenza CC

  • Cuci54

     siete grandiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiissimi hasta  la victoria siempre