E’ notte e una lunga fila di mastodontici camion sta intasando il lungo ponte che attraversa il Gange, sulla mitica Grand Truck Road alle porte di Allahabad.

Dal ponte vedo una sterminata tendopoli illuminata da una luna beffarda, fuochi e canti riscaldano la pungente aria invernale.

Una città intera sta per essere costruita e nel giro di un mese si dissolverà assieme alla luna calante;  chilometri di strade sterrate, bagni molto precari, negozietti improbabili, ristorantini fatiscenti, ospedali da campo, templi, capanne e tende saranno presi d’assalto da migliaia di Sadhu e milioni di fedeli induisti. No, non è uno scherzo, sto per immergermi nel più grande festival religioso del mondo, il Kumbha Mela.

Per dieci giorni vivrò giorno e notte in questo manicomio mistico e inafferrabile, cercherò di capire, mi farò molte domande, otterrò qualche piccola risposta.

Festival. Il Kumbh Mela è il più importante raduno nella vita del Sadhu. Si tiene a Allahabad, Ujjain, Hardwar e Nasik, in un ciclo di 12 anni, alternando le città in modo che ogni tre anni un Kumbh Mela abbia luogo. Il ciclo di 12 anni è in relazione con il movimento di Giove attraverso lo zodiaco; quando Giove entra in Acquario (Kumbha) è il momento propizio; la sua esatta data è determinata dai cicli lunari ma la decisione finale è presa dai Naga Baba e in particolare dai Juna Akhara. La scelta di queste località è basata su un mito che racconta di un vaso di nettare divino il cui possesso scatenò fra gli Dei una feroce lotta; quattro gocce di nettare caddero sulla terra santificando quei luoghi. Il Kumbh Mela attrae un incredibile numero di fedeli: quello di Allahabad del 1989 fu visitato da centomila Sadhu e trenta milioni di pellegrini. Il festival dura circa un mese all’interno del quale alcuni giorni sono particolarmente propizi. Il principale evento è il “bagno dell’ imperatore” quando tutti gli Akhara raggiungono in processione la riva destra del fiume e nel momento più propizio si gettano in acqua. Durante il colonialismo inglese l’ordine di precedenza era ben fissato, sempre diverso per accontentare tutte le sette rivali. Generalmente i primi sono i sannyasis ed in particolare i Naga.

Il Kumbh Mela è una occasione molto speciale: Sadhu che non si vedevano da anni si incontrano nuovamente, la fratellanza è riunita e insieme si vive la crescente atmosfera spirituale. Importanti decisioni sono prese: i Sadhu vengono promossi di rango, migliaia di novizi sono iniziati, qualcuno rinnova un voto, in molti iniziano una dura austerità o la interrompono.

Luce interna. L’illuminazione è il vero scopo della vita; questo concetto è ancora alla base della cultura indiana, dove i mistici, coloro cioè che si dedicano a tempo pieno all’esplorazione della “luce interna”, sono altamente rispettati.

I Sadhu sono coloro che nella ricerca della “luce interna”, con il solo scopo di sperimentare  “l’Assoluto”, scelgono la via dell’ascetismo e dello yoga. Ciò implica una “riprogrammazione” sistematica del corpo e della mente attraverso vari metodi quali il celibato, la rinuncia, la disciplina religiosa, la meditazione e l’austerità.

Il termine generico che indica tali metodi è sadhana (letteralmente “il mezzo per ottenere un determinato obiettivo”), da cui deriva la parola sadhu.

Le origini. L’ascetismo e lo yoga come modalità mistica e metaforica per realizzare l’unità tra l’anima individuale e l’Assoluto sembra essere una invenzione indiana, le cui prime tracce risalgono a circa 4500 anni fa. Nell’inno dei “saggi dai lunghi capelli” si fa riferimento ad un elisir che provocava la visione della Divina Realtà, alle pratiche ascetiche che portavano ad uno stato di estasi o “follia divina” che poteva contagiare anche gli astanti, a poteri soprannaturali come quello di potersi librare nell’aria.

La vita. Senza dubbio il principale motivo per aderire alla comunità dei Sadhu è il desiderio di illuminazione spirituale, ancora molto sentito in India, dove la vità è ancora intrisa di religione e dove è facile incontrare “uomini santi” che promettono di soddisfare tale desiderio. Ma anche altri fattori più mondani possono influire su questa scelta. L’ascetismo, specialmente nei suoi aspetti romantici di potente sciamano o guaritore può essere considerato un’opzione attraente per i più avventurosi, una alternativa coraggiosa avvalorata da antiche tradizioni. Per i membri delle caste più basse, desiderosi di uscire dal loro status, diventare un Sadhu è una delle poche possibilità di riscatto sociale e di una vita libera e indipendente. Per i più anziani, l’aggregarsi ad una setta è spesso la conseguenza di eventi traumatici come la morte di un familiare o la perdita del posto di lavoro. Molti Sadhu posseggono oggetti di valore (orologi, radio, registratori) e usano la moderna tecnologia (elettricità, telefono, trasporti pubblici) ma fondamentalmente il loro stile di vita è rimasto molto arcaico.

Rinascita. Esistono notevoli differenze nel processo di iniziazione tra le varie sette, ma tutte ruotano attorno al concetto di rinascita. Nel momento dell’iniziazione il chela (discepolo) taglia tutti i legami con la famiglia, il clan e la casta di origine. Egli muore per quanto riguarda la sua precedente vita terrena e rinasce in una nuova vita divina. Ogni pensiero o racconto circa le precedenti esperienze sono scoraggiati in quanto irrilevanti e la sua età viene riconteggiata dal giorno dell’iniziazione.

Il simbolo visibile di questa rinascita è rappresentato dalla testa rasata, ora calva come quella di un bambino appena nato. Il chela riceve un nuovo nome dal proprio Guru, un nome intriso di significato religioso, indicativo del carattere del discepolo e della setta di affiliazione. Il momento migliore per l’iniziazione è in occasione del Kumbha Mela. Tre giorni prima del giorno prescelto i novizi vengono rasati, solo un piccolo ciuffo di capelli, shikha, rimane sulla nuca; abbandona per sempre i suoi abiti e indossa una tunica bianca, digiuna e canta formule magiche, mantra.

Il giorno prescelto, sulla riva del fiume sacro, il chela si sottopone alla cerimonia funebre che sancisce la sua morte nella vita mondana e il Guru gli taglia lo shikha. Dopo l’abluzione rituale il corpo è cosparso di cenere e il discepolo torna nell’accampamento dove riceve il  mantra personale dal proprio Guru.

Fratellanza. Ora la cosa più importante è il legame con il Guru il quale deve essere servito e adorato come reincarnazione della divinità. Dal canto suo il Guru ha la responsabilità dell’istruzione del discepolo, lo guida e lo alleva come e più di un padre.

Il nome del Sadhu consiste di due parti: il primo è il nome ricevuto al momento dell’iniziazione e può essere un nome di una divinità, un personaggio mitologico, un luogo sacro. Esso è attentamente scelto dal Guru, il nome è una specie di mantra e dovrebbe rispecchiare alcune caratteristiche del discepolo. Questi nomi sacri hanno significati nascosti a più livelli e contengono un messaggio criptato del Guru, una indicazione della via che il giovane deve seguire. La seconda parte del nome indica invece la setta di appartenenza. Di norma il Sadhu non è chiamato con il suo nome e ci si rivolge a lui definendolo Baba (vecchio saggio), a volte seguito dal suffisso “ji”, esprimente rispetto. Tra di loro si chiamano “Sant” (santo), Maharaja (grande re) o Mahatma (grande anima).

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it