Continua il nostro viaggio alla scoperta dei mistici indiani, i Sadhu.

La via. La tradizione ascetica può essere definita anti intellettuale: la razionalità è vissuta come un ostacolo lungo il sentiero dell’illuminazione. La mente, causa delle nostre sofferenze e delle continue rinascite, è troppo condizionata dal mondo delle apparenze che è irreale e solo temporaneo. Perciò i Sadhu lottano per cambiare la percezione del mondo reale, riprogrammano la loro mente, sfondano il “velo dell’illusione” (maya) per vivere la grande Realtà che si cela oltre.

Giusta azione. La rinuncia è il requisito fondamentale della vita del Sadhu. Il voto di povertà gli permette di possedere solo il minimo indispensabile alla sopravvivenza e alcuni oggetti di uso rituale. Il minimalismo è d’obbligo anche nel vestiario: a parte i Naga che ricoprono il corpo solo di cenere, la maggior parte indossa solo un lungo pezzo di stoffa senza cuciture. Essi non lavorano, non producono, la loro sopravvivenza dipende dalle offerte dei devoti. Ciò è relativamente facile per i Sadhu dotati di carisma e quindi venerati dai fedeli; per gli altri è indispensabile mendicare.

Idoli viventi. I Sadhu sono considerati idoli viventi, rappresentanti del Dio in terra; in fondo il loro aspetto e i loro comportamenti sono molto simili alle divinità induiste conosciute tramite la mitologia e l’iconografia. Ma essi sono anche molto temuti dagli indiani a causa dell’antica reputazione che li vede come stregoni capaci di gettare incantesimi maligni. Dal canto loro i Baba spesso rafforzano questa credenza con comportamenti oltraggiosi, provocanti e pazzoidi.

Il Sadhu emula esteriormente l’immagine della divinità, ma più importante egli interiorizza il suo essere, la sua personalità. Attraverso la simbolica metamorfosi del corpo in un “veicolo divino” e la trasformazione della routine quotidiana in una sacra esistenza egli aspira a diventare come la divinità e alla fine con essa fondersi.

Poiché la popolazione dei Sadhu è nettamente divisa in due gruppi, i seguaci di Shiva e i seguaci di Vishnu, ci si potrebbe aspettare che le differenti caratteristiche delle due divinità siano riflesse nei rispettivi gruppi di appartenenza. In realtà tali differenze un tempo molto enfatizzate sono oggigiorno solo di superficie.

Il corpo. Lo status ascetico è ben riconoscibile dall’abbigliamento e dai simbolismi del corpo. I colori più usati sono il rosso, l’arancione, l’ocra, il rosa e cioè i colori del fuoco, del sole nascente, del sangue sacrificale, della terra.

Il cospargersi di cenere, la nudità e lo jata sono i fondamenti dell’immagine ascetica come esemplificato da Lord Shiva. Le ceneri sono raccolte dal proprio dhuni o all’interno dei templi ma alcuni sannyasis e tutti gli Aghori usano la cenere delle cremazioni così come si usava ai tempi dei sacrifici umani. Per i comuni mortali la cenere è simbolo di morte ma per gli asceti essa simboleggia l’immortalità, la trasformazione e la rigenerazione. Implicitamente la forma del corpo è essa stessa espressione di ascetismo: l’ideale è un fisico agile e magro, un corpo fanciullesco indicativo di non-sexual status.

Le attività. Con i loro abiti, il loro “trucco” e i loro ornamenti i Sadhu sembrano degli attori sul palco. Come emulatori del Divino incarnano la bellezza ultraterrena delle divinità. Le loro performance sono sia per il beneficio spirituale del pubblico che per il loro proprio bene, poiché il pubblico per eccellenza è formato dalle divinità stesse.

La prima attività della giornata è il bagno; come dice un vecchio detto indiano “la pulizia è vicinanza al divino”. Non si tratta di una mera pulizia del corpo, è una pulizia dell’anima, la preparazione per i successivi riti, la trasformazione nel veicolo pronto a ricevere lo spirito divino.

Il fuoco sacro. Per i Sadhu che mantengono un dhuni, questo fuoco sacro rappresenta il centro attorno al quale si svolgono i rituali quotidiani e gli esercizi ascetici; può essere considerato la sua casa e il suo tempio. Se l’uso del fuoco scandisce tutta la vita del Sadhu, la sua morte implica invece l’uso dell’acqua: il suo corpo legato ad una grossa pietra viene gettato in un fiume sacro. Ciò può sembrare strano considerando che gli hindu tutti scelgono la cremazione su una pira funebre; ma il Sadhu non ha bisogno di essere cremato, egli è già purificato, ha bruciato il suo karma attraverso una vita di rinunce e austerità. i Sadhu non muoiono, lasciano il loro corpo e raggiungono la loro divinità: gli Shivaiti raggiungono il monte Kailas nell’Himalaya mentre i  Vishnuiti il monte Meru.

Fuoco interno. Molti Sadhu al fine di accelerare il raggiungimento dell’illuminazione praticano alcune forme di austerità e mortificazione. Un concetto chiave alla base dell’austerità è quello di tapas che in sanscrito significa “calore interno” cioè potenziale magico ed energia spirituale. Il fuoco interno è collegato al “fuoco esterno” del sacrificio del fuoco. Il Sadhu che le pratica interiorizza il fuoco sacrificale: egli diventa il sacrificio, egli brucia dentro, aumenta il suo “calore interno” e così la sua energia spirituale. L’energia sessuale, kama, è la principale fonte potenziale di tapas; gli asceti devono sublimare e controllare la loro lussuria che potrebbe distruggere la loro energia spirituale. gli Shivaiti dimostrano il loro autocontrollo attraverso vari esercizi con il pene, come ad esempio il sollevare pesanti blocchi di pietra. Se come regola i Baba sono vegetariani, alcuni fanno il voto di mangiare solo frutta o solo latte. Il digiuno è una pratica regolare ma alcuni riescono a digiunare per diverse settimane a fila: il digiuno purifica il corpo, aguzza la mente e oltre un certo punto provoca “l’assenza di peso” e visioni del divino. Una forma veramente severa di mortificazione è quella dello stare sempre in piedi. I Khareshwari, coloro che fanno il voto di rimanere in piedi per dodici anni, mai si possono sedere o stendere; dormono in piedi appesi ad una altalena e per il resto del tempo si appoggiano ad un bastone.

Il voto di tenere il braccio destro alzato per dodici anni o più è perfino più mortificante e spesso conduce a danni fisici permanenti. Esso si completa riabbassando il braccio: se non fatto correttamente ciò può portare all’infermità o anche alla morte.

L’illuminazione. È per definizione impossibile giudicare uno stato interno e soggettivo attraverso standard esterni e oggettivi. Inoltre l’illuminazione non è una questione di tutto o niente; può anche manifestarsi gradualmente o in visioni fugaci. L’opinione popolare è che i veri santi non esistono più e se ci fossero vivrebbero in luoghi inaccessibili nella giungla o nell’Himalaya. Comunque molti Baba hanno una certa aurea e una diffusa reputazione di santità.

Essa gli è attribuita dai loro discepoli e dai devoti che possono citare numerosi esempi di comportamenti da santo , atti di immenso amore, di grande umiltà, di profonda devozione, di pura pazzia ed eventi soprannaturali come l’essere in due luoghi nello stesso istante, il materializzare oggetti, il curare malattie incurabili o il leggere la mente dei discepoli.

Alcuni famosi “Santi” attraggono migliaia di devoti senza mostrare alcun miracolo, ma ciò di per sé non prova alcuna illuminazione. Dei 5 milioni di Sadhu esistenti una buona parte di essi raggiungerà un qualche livello intermedio di santità, ma solo una piccola maggioranza raggiungerà la vera santità, comunque sia essa definita. Ma con ciò non ci sono perdenti, tutti sono vincitori. Perché non è il risultato che conta, ciò che importa è lo sforzo, il tentativo, il seguire la via: scoprire la luce interna e lasciarla brillare, rendere questa vita la più santa possibile e illuminare il mondo, seguire le orme di coloro che hanno sfidato le avversità e goduto della ricompensa di questa radicale via alternativa, in cerca dell’Assoluto.

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it