Pensare che un film possa avere un impatto rivoluzionario sulla storia dell’umanità era, fino a ieri sera, decisamente utopistico. Ma ieri sera, al Teatro Strehler di Milano, all’interno della rassegna Cinema di ambiente del Milano Film Festival, è stato proiettato Chasing Ice, un documentario di 75 minuti che potrebbe aiutare a riportare finalmente il dibattito sull’esistenza del riscaldamento globale con i piedi per terra: a questo punto non si tratta più di determinare la fondatezza delle teorie legate all’effetto serra, si tratta invece di darle per assodate e correre ai ripari, darsi una mossa, fare qualcosa.

A spiegarci che il riscaldamento globale non è una teoria complottista di scienziati hippie non è il documentario, non il suo protagonista – il fotografo James Balog – ma i ghiacciai. Con la lucidità di uno scienziato e l’ambizione di un fotografo, James Balog decide che a testimoniare il riscaldamento globale non devono essere scienziati, filosofi, premi nobel, personalità pubbliche (vedi alla voce Al Gore) o montaggi di tornado, tempeste e inondazioni. A farlo deve essere il ghiaccio delle zone più remote e più in pericolo al mondo: l’Alaska, la Groenlandia, l’Islanda, dove i ghiacciai si stanno sciogliendo a velocità inquietanti.

Sì, ma come fai a dirlo, James? Semplice: James ha piazzato 27 macchine fotografiche su 18 ghiacciai e ha lasciato che scattassero oltre 8mila fotografie che, una volta assemblate, hanno dato vita a time-lapse scioccanti. Questi, sì, dovrebbero non solo lasciarci a bocca aperta, ma incoraggiarci a cambiare, noi per primi, e il resto del mondo, gli amici, la famiglia, i conoscenti seguiranno.

Ecco cos’è allora Chasing Ice: il racconto essenziale ma visivamente stupendo di un fotografo e della sua missione, mostrare al mondo intero che il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacciai non sono più motivo di dibattito, sono una realtà. Una realtà fotografabile.

L’imponenza e la fragilità dei ghiacciai che si sciolgono, franano, si spezzano e cadono con rombi terrificanti in mare occupa tutto lo schermo del Teatro Strehler e sarebbe bello che quelle stesse immagini che documentano l’ablazione di un ghiacciaio grande più di Manhattan venissero proiettate su schermi, palazzi, spazi urbani per ricordarci che, come dice James Balong alla fine del documentario, noi esseri umani non siamo padroni della Terra, siamo prima di tutto animali che condividono l’ambiente con altri animali e altri esseri viventi a rischio d’estinzione. Tanto quanto noi.

Il documentario è stato proiettato al festival Cinema Ambiente di Torino e al Milano Film Festival, c’è solo da sperare che non rimarrà relegato al circuito dei festival ma troverà spazio anche nella grande distribuzione. Nel frattempo sul sito ufficiale di Chasing Ice, James Balog e il team dell’Extreme Ice Survey hanno creato una lista di cose da fare per contrastare il riscaldamento globale, un po’ come aveva fatto ai tempi Al Gore. Il migliore consiglio, semplice nella sua banalità ma ancora difficile da integrare nella nostra vita quotidiana è questo:

Consider the possibility that you don’t need to eat strawberries from Chile and kiwi from New Zealand year-round. Eat fruit more suited to the seasons of your home continent.