Tre giorni a Porto si riassumono in un dubbio amletico: Porto era meglio malconcia, trasandata e affascinante nella sua decadenza o è meglio adesso che gli aerei Ryanair riempiono le piste del suo aeroporto e gli spazzini ripuliscono con meticolosità le strade del centro alle dieci di sera? La domanda me la faccio perché gli amici che hanno visto Porto si dividono in due fazioni: quelli del ‘che bella adesso che la stanno rilanciando’ e quelli del ‘era meglio quando era peggio’. Quanto fascino perde una città, una qualsiasi città (anche Auckland, per esempio), quando viene rimessa a nuovo e tirata a lucido per le copertine dei sempre patinatissimi magazine di viaggio?

Le mie 72 ore in città cominciano così, con un punto di domanda grande quanto l’atrio del Teatro Hotel, l’unico design hotel della città, che sorge a pochi metri dalla stazione di São Bento, ricavato dal restauro di un presunto ex teatro bruciato tra le fiamme di qualche presunto incendio. Scrivo presunto perché nessuno sembra sapere se l’edificio che ospita l’hotel sia stato davvero un teatro o se si tratti, più probabilmente, di una bugia bianca detta per rendere più affascinante una struttura che, a giudicare dagli interni curatissimi e ispirati all’arredamento del backstage di un teatro, non ha bisogno di ulteriori iniezioni di fascino.

A Porto c’ero stata nel 2005, quando il centro era lontano anni luce dall’ordine e dalla pulizia di adesso e quando l’unico ostello (il Porto Youth Hostel) era tanto distante che ti passava la voglia di ritornare in città, una volta arrivato alla tua camera. A distanza di 7 anni, la città è corsa in avanti rispetto a Lisbona, rimasta legata al suo fascino decadente e agli ubriaconi che ti urlano dietro e ti seguono nel pomeriggio deserto del Bairro Alto. Porto ha deciso di puntare sulla gioventù dei voli low-cost, sui convegni per travel blogger e sui luxury hotel. E chi può biasimarla?

PRIMO GIORNO: arriviamo in autobus da Lisbona nel tardo pomeriggio. No, arriviamo in autobus da Peniche, che è a metà tra Lisbona e Porto, ma non c’è un diretto da Peniche a Porto quindi, in una delle mattinate più calde della nostra settimana portoghese, partiamo da Peniche, torniamo a Lisbona e risaliamo per Porto. L’autobus è comodo, fa uso moderato dell’aria condizionata e ha il wi-fi gratuito. Il paesaggio è una serie infinita di colline, case costruite a metà e pale eoliche. L’ingresso in città è brutale tanto quanto quello a Lisbona: le periferie sono devastate dalla schizofrenia edilizia e per un momento più lungo di un attimo il Portogallo diventa l’Italia. La stazione degli autobus è uguale a come l’avevo lasciata nel 2005: imbronciata, sporca, rattoppata, ma è vicinissima al nostro hotel, e tanto ci basta. Il Teatro Hotel, a sua volta, è vicino al centro. Sono già le sette e mezza, attraversiamo Avenida Dos Aliados, diamo uno sguardo al Café A Brasileira, uno dei più vecchi e famosi di Porto, e proseguiamo su Rua de Elisio de Melo, finché non arriviamo a un’altra istituzione della città, l’Hotel Infante Sagres che abbiamo la fortuna di visitare accompagnate all’assistant manager, Paulo Santos. A parte i prezzi proibitivi, l’hotel è uno dei più antichi della città e, anche se completamente rinnovato, mantiene un design interno tra tradizione e modernità che affascina. L’area più bella è il giardino, raccolto tra le mura che ospitano le (sole) 70 camere, ha azulejos che si rincorrono fino in alto e, in alto, almeno in questi tre giorni, c’è il cielo blu di un agosto caldissimo. Blu come gli azulejos. A fianco dell’hotel c’è un ristorante, preso in gestione dagli stessi proprietari. È il ristorante dove decidiamo di cenare. Si chiama Book ed è ricavato dal restauro di un’antica libreria. I libri e gli scaffali sono stati lasciati lì, li chiamano complementi d’arredo ora, ma sono solo scaffali e libri che, molto furbescamente, vengono utilizzati per dare un tono al locale. E ci riescono in pieno. Qui assaggiamo tre tipicità portoghesi e due dolci discreti, ma se volete più dettagli sulla cena c’è il Travel Bites dedicato. Torniamo al Teatro Hotel camminando lungo Rua do Conde de Vizela: piena di nuovi locali che di portoghese hanno poco, è tranquilla fin troppo, ma è mercoledì, se ci fossimo passate di venerdì sarebbe stato completamente diverso. Concludiamo la serata di fronte alla stazione di São Bento e Manuel ci racconta che una volta era un monastero di benedettine e che ancora oggi si dice fosse collegato con tunnel segreti a un monastero di frati. Non è difficile intuire il motivo.

SECONDO GIORNO: dopo una colazione a base di pastéis appena sfornati, facciamo tappa da Majestic per un secondo caffè. Questo, di bar, ha tutta la decadenza e l’eleganza che ci si aspetta dai bar di Porto e, al contrario di quanto pensavo, non è pieno di turisti che scattano foto  imperterriti. Da qui passiamo al mercato municipale, il Mercado do Bolhão, tanto bello nel suo stile neoclassico quanto abbandonato a se stesso. La crisi, che si è fatta sentire forte e chiaro come in Spagna e Grecia, svuota le bancarelle e riempie i terrazzi di piccioni in cerca di briciole. Dal mercato passiamo rapide alla Livraria Lello, patrimonio UNESCO e gioiello architettonico che visitiamo sgomitando tra turisti indecisi sul cosa fare delle proprie mani, una volta appreso che in libreria è proibito fare foto. Passiamo il resto della mattinata tra le stanze meravigliose del Palácio da Bolsa, accompagnate da una guida che parla 6 lingue – non contemporaneamente – e che alterna informazioni utili a gag da comico incallito. Per finire, pranziamo da Taylor’s, una delle cantine produttrici di porto più antiche della città. Nel ristorante con vista sul fiume assaggiamo piatti un po’ troppo elaborati per un semplice pranzo, accompagnati da bicchieri di port trasformato, per l’occasione, in: aperitivo, vino da portata principale, sangria e gelato. L’esperimento più riuscito è decisamente la sangria, che combina il sapore deciso del porto con la freschezza di un drink estivo. L’aspetto più notevole del pranzo sono le chiacchiere che scambio con la responsabile stampa/marketing del ristorante che, ammorbidita dall’alcol, si inoltra in un discorso infinito sulla rivoluzione progressista che avrebbe travolto negli ultimi anni il clero portoghese. Come a dirci: non siamo più il Portogallo di una volta.

TERZO GIORNO: che il Portogallo non sia più quello di una volta lo intuisco quando arrivo al Centro Comercial Bombarda, in Rua Miguel Bombarda, a ovest del centro. La via è ricca di gallerie d’arte, tra cui la splendida Papa-Livros che combina la vendita di libri illustrati per bambini a mostre d’arte. Ma torniamo al Centro Comercial Bombarda. Con spazi espositivi ancora in affitto e angoli in fieri, è l’angolo di Porto che grida al mondo giovane ‘possiamo essere hipster anche noi‘, a cominciare dalla Ó! Galeria, che assomiglia alla Outré Gallery di Melbourne, non solo per l’allestimento del negozio ma per l’arte che espone. Come a dire che l’arte hipster è un po’ uguale ovunque. Questa parte della città, ancora lontana dai circuiti turistici, è quella che più di ogni altra si sforza di allontanarsi dal carattere portoghese di Porto: i negozi e le gallerie d’arte sembrano uguali a quelli di Stoccolma, di Londra e di Sydney. Le tazze di the sono multicolori, le sedie e i tavoli di seconda mano e gli occhiali sempre con montatura grossa e di plastica. Concludiamo la terza e ultima giornata a Porto cenando da DOP, il ristorante di Rui Paula, uno degli chef più famosi del paese. Se fino al momento di mettere piedi a DOP ero scettica sullo spendere cifre alte per una cena, dopo le 2 ore di degustazioni, di curiosità e di vini eccezionali cambio idea e ricevo una conferma sotto forma di chupa-chups artigianali al cioccolato accompagnati da un porto invecchiato 20 anni che le mie papille gustative ricorderanno a lungo.

Sull’aereo che mi riporta a Orio al Serio con 3 ore di ritardo, concludo che 72 ore a Porto non sono bastate per avere un’idea della città, figurarsi per scrivere un nuovo episodio delle nostre 72 ore. Se volete visitarla, il mio consiglio è di usare questo articolo come spunto ma di acquistare, appena atterrati, Time Out Porto, per consigli su cosa fare in città.

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Disclaimer: questo articolo è stato prodotto in collaborazione con l’Ufficio del Turismo di Porto. Abbiamo dormito al Teatro Hotel e ci siamo trovate bene. Le camere costano da 100 euro a notte in su, chi desidera una sistemazione più economica può scegliere fra i tanti e ottimi ostelli della città.

  • Antonio

    Ma non hai parlato della movida notturna di Oporto! 🙂 io ci sono stato ed Il tuo articolo è molto interessante, mi sarei soffermato sulla ribeira un pochino di più, per decantare la sua magia….