La prima volta, arrivo a New York dal New Jersey.

Arrivare a New York dal New Jersey è come mettere in atto una strategia di Sun Tzu (Chi conosce l’arte di colpire al fronte e ai fianchi, avrà la vittoria. Questo è il fondamento dello scontro armato): prendiamo la città al fianco, arrivando di soppiatto e inosservati in centro, nei sotterranei della Grand Central Station. Il viaggio fino al parcheggio degli autobus sembra una discesa agli inferi, più virati sulle tonalità del grigio cemento rispetto a quelli di Dante. Ma, prima dell’arrivo, quando ancora siamo sulla sponda springsteeniana dell’Hudson, finalmente New York appare davanti a me in tutta la sua unicità. È una giornata dalle nuvole pesanti e sporche, l’Hudson è grigio e grigi sono i grattacieli che riempiono lo skyline e gli occhi. L’impatto a prima vista è devastante: a pochi metri da me le corsie grigio asfalto dell’autostrada, sulla destra, dalla parte del fiume, il grigio della periferia blue collar dei Gaslight Anthem, poi il grigio acqua del fiume e, una volta raggiunta la sponda newyorkese, ancora più grigio.

«New York mozza il fiato», mi diceva chi c’era stato. Il mio fiato viene mozzato da un conato di disgusto e da un solo pensiero: «È veramente questa la città di cui tutti si innamorano?». Il 23 luglio 2011 non riesco a spiegarmelo, come sia possibile perdere la testa per una colata così massiccia di cemento e, mentre l’autobus si fa strada nelle gallerie di Manhattan, comincio a sospettare che i miei giorni a New York non saranno così indimenticabili. «La odierò», penso senza dirlo a nessuno dei miei compagni di viaggio. E per i primi giorni è stato proprio così.

Scesi dal Greyhound, è la volta della metro. E la metro di New York non è quella di Milano o quella di Berlino, nemmeno quella di Londra: puzza, è calda sulle banchine e fredda nei vagoni. E quelli sono enormi frullatori a immersione che scuotono i passeggeri a destra e a sinistra tra un binario e l’altro, come corde di una chitarra scordata in mano a chi, la chitarra, non la sa suonare.

La pace dei sensi arriva solo una volta riemersi in superficie: a Brooklyn. L’ossigeno finalmente riprende il suo spazio tra una strada e l’altra. I palazzi sono più bassi e le distanze, anche se di poco, aumentano. E sarà Brooklyn, nei cinque giorni seguenti, a convincermi che l’unico modo per godermi New York non è avvicinandola e infilandomi tra le folle di Manhattan, ma tenendola a distanza, guardandola da lontano, cercando in tutti modi di inquadrare una città impossibile da racchiudere in uno sguardo, in una fotografia e persino in un viaggio.

BROOKLYN: per quanto invasa da famiglie e hipster, rimane un ottimo punto di osservazione di New York. Si può cominciare dalle linee N e Q della metro che, per arrivare in centro, attraversano il ponte di Manhattan. Oppure passare un pomeriggio o una sera nei parchi che si affacciano su Manhattan, come l’Empire Fulton Ferry State Park, parte del Brooklyn Bridge Park e sede della Brooklyn Ice Cream Factory. La Brooklyn Heights Promenade, poi, offre viste della Statua della Libertà, di Manhattan oltre l’East River, del ponte di Brooklyn e di quello di Manhattan. In alternativa, c’è Valentino Pier, da cui si vedono Staten Island, Governor’s Island, Manhattan e il porto di New York. Poi bisognerebbe fare una lista infinita di rooftop bar, sparsi ovunque, anche a Brooklyn, ma ci limitiamo a segnalare la Eagle Street Rooftop Farm, un orto sui tetti di Greenpoint dove comprare frutta e verdura o fare volontariato con vista.

TOP OF THE ROCK: è solo uno dei tanti tetti panoramici di New York aperti al pubblico. Qui ci hanno girato I guardiani del destino con Matt Damon ed Emily Blunt ed è possibile salirci acquistando un biglietto combo (alba & tramonto) a 38 dollari. Altre cime celebri sono quelle dell’Empire State Building (Insonnia d’amore ve lo ricordate?) su cui si sale a 25 dollari, del 101 Park Avenue Building (dove è stato girato Amici di letto con Justin Timberlake e Mila Kunis) e ovviamente del Chrysler Building. I migliori rooftop bar li elenca TimeOut, noi invece segnaliamo i tetti del Rooftop Film Festival.

HIGH LINE: l’unico momento in cui mi sono dimenticata l’ansia di essere schiacciata tra grattacieli, negozi, donne impazzite per lo shopping e newyorkesi più frettolosi di qualsiasi milanese medio, è stato quando sono stata portata, a passo di newyorkese, sulla High Line. Ormai tutti lo sanno, ma vale la pena ripeterlo: la High Line è una (ex) ferrovia sopraelevata degli anni ’30 che, da spazio abbandonato e degradato, è stata trasformata in un parco che taglia la città non solo in lunghezza, ma anche in altezza. Camminarci nei weekend è da pazzi, ma nei pochi momenti di calma, conduce chi la cammina in uno stato di mezzo inusuale: immersi nella città, eppure distanti quanto basta per intuirne la complessità, intravederne il caos e ammirarne la bellezza. Non sarà come stare in cima all’Empire, ma qualche volta le mezze misure funzionano meglio. Ogni martedì è possibile partecipare a tour guidati gratuiti.

STATEN ISLAND: non per la destinazione in sè, ma per il viaggio. Questa ‘massima’ vale soprattutto per Staten Island, collegata a Manhattan da un traghetto gratuito che quasi tutti prendono solo per godersi la tratta in mare, il panorama e la Statua della Libertà. Se poi volete passare qualche ora qui, c’è lo Staten Island Ship Graveyard. Usare i traghetti come avamposti d’osservazione della città – alla giusta distanza – è un’idea economica oltre che buona, come illustra la mappa pubblicata l’anno scorso nello speciale estivo del New York Magazine.

Gli ultimi due sguardi che lancio a New York sono da un treno Amtrak diretto a Boston e dal vagone semivuoto della metro che mi porta all’aeroporto JFK. È impossibile dare un giudizio di valore su una città così grande e diversa dopo averci passato solo una manciata di giorni. Ma New York mi lascia addosso la convinzione che, nella sua incontenibile grandezza, sia una città da affrontare senza tutti quei meccanismi di difesa e controllo che mi porto dietro in ogni viaggio. In nessun’altra metropoli al mondo mi sono sentita così spaesata, vulnerabile e incapace di abbracciare, anche solo con una cartina, il perimetro della città. I quartieri sono tanti, le persone sono tante, i musei sono tanti, i cambiamenti sono tanti, le strade, le linee della metro, le fermate, i numeri e le contraddizioni. Se in ogni altra grande città che ho visto riuscivo a trovare un sottilissimo filo conduttore che le attraversava, con New York mi è stato impossibile. L’unica cosa che sono riuscita a fare è allontanarmi da lei di qualche passo, incapace di gettarmici dentro.

Bibliografia ragionata, parziale e testata sul campo:

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La foto in alto e in homepage è stata scattata a New York, sulla High Line, da Phillip Kalantzis-Cope.