Dice bene Roberto Silvestri sul manifesto di giovedì 11 ottobre quando definisce On the Road di Walter Salles un esperimento ‘in vitro, quasi devitalizzato’. Gli ingredienti di Kerouac – il jazz, la scrittura, l’alcol, i rapporti fluidi – ci sono tutti ma, anziché vivere di vita propria, sono oggetti esposti in una vetrina più bella che interessante. Salles racconta fedelmente – con tanto di voce fuori campo che legge estratti del romanzo – le avventure sulla strada di Dean e Sal, l’amicizia con Carlo, le storie d’amore con Marylou e Camille, la madre francofona che si ostina a non parlare inglese, l’alcol, il sesso, le droghe e gli sconfinamenti in Messico, eppure, nel raccontare tutto questo flusso di vita, di parole, di significato, il regista si dimentica del perché sono nati questo flusso di vita, questo romanzo, questo movimento letterario.

Fernanda Pivano, nella prefazione all’edizione del 1967 di Sulla strada, lo scrive chiaro e semplice, e c’è da credere a lei piuttosto che a Walter Salles:

«È tipico questo dialogo: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” “Dove andiamo?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Era inevitabile che ai critici (e ai registi, nota mia) superficiali questa corsa affannosa verso una meta così poco definibile sembrasse una fuga; ma è chiaro che in realtà essa è soltanto una ricerca. Si è detto che il dramma più disperato della beat generation è quello di trovare una realtà trascendente in cui poter credere, tale da soppiantare la realtà terrena ormai superata dalla scienza moderna e in cui non possono credere più. Questi drogati, questi alcolizzati, questi edonisti, sono forse dei mistici che lottano contro le spiegazioni offerte loro dagli adulti e inadeguate a colmare lo spacco tra il mondo di ieri e il mondo di domani, per trovare una giustificazione alla loro vita di uomini e una ragione alla loro capacità intellettuale».

Nel film di Walter Salles questo profondo desiderio di capire, di cercare e trovare risposte sono ridotti a pose, ad atti di spocchiosità, ad atteggiamenti da artisti sempre con la matita in mano e con la rima pronta, a capricci da adolescenti borghesi che per distrarsi si mettono ogni tanto sulla strada, e sulla strada bighellonano a tempo perso. La disperazione e il disagio di Kerouac, ucciso dall’alcol nel 1969, vengono mostrati da qualche lacrima di tanto in tanto e dallo sguardo pensoso mentre siede di fronte alla sua macchina da scrivere.

E la strada del film è letteralmente una strada: troppe riprese dell’asfalto e della linea bianca che separa le corsie, troppe riprese dell’auto di Dean e Sal che sfreccia da un angolo all’altro dello schermo. Ma la strada intesa come viaggio non c’è. C’era persino nell’adattamento cinematografico di Into the Wild, in quegli spazi sconfinati, nello sguardo di Chris McCandless e nel suo rapportarsi con l’esterno, che fosse ambiente o umanità. I personaggi di Kerouac non vivono all’esterno: sono concentrati su se stessi, occupati a spogliarsi, drogarsi, baciarsi e ripetersi poesie sconclusionate.  E l’unico viaggio che Salles racconta con più dettagli, quello in Messico, assomiglia a uno dei tanti spring-break che si concedono gli universitari americani di adesso, una di quelle vacanze di alcol, prostitute e droghe dove ‘what happens in cabo stays in cabo‘. Così, quello che era diventato il viaggio per antonomasia, in meno di due ore viene ridotto a un pretesto per evadere, trasgredire e tuffarsi in una cultura locale, come quella messicana, uscendone tali e quali a prima.

In questo senso On the Road ritrae perfettamente quanto il carattere così rivoluzionario dei viaggi di Kerouac e dei suoi amici beat sia stato trasformato nell’ennesimo prodotto commerciale, da consumare in fretta e furia, tra una tappa e l’altra. Le riprese sulla strada di Walter Salles sono convulse, rapide, quasi fulminee, ma non coincidono per niente con la scrittura convulsa e pulsante di Kerouac. Sono solo flash di un tour la cui unica destinazione non è la ricerca di significato ma l’autodistruzione fine a se stessa. Frutto di un grande fraintendimento, On the Road di Walter Salles dimentica di mostrarci che «I mezzi di cui si servono (i beat) sono sempre mezzi che valgono a svincolare la personalità: la droga che sgancia il cervello delle leggi morali o intellettuali, il jazz che originariamente era inteso come improvvisazione ed espressione di una libertà interiore e segreta, la velocità folle o la totale inazione, l’anarchia o la vita monastica». E tra questi anche il viaggio: atto che per definizione ci allontana da casa (dal familiare) e ci costringe a scardinare non solo la nostra personalità – che cambia al cambiare del contesto e delle persone che ci circondano – ma anche la nostra identità, costretta a ridefinirsi in ambienti che non la conoscono.

Il nucleo fondante del viaggiare, ovvero il continuo cambiamento di prospettiva a cui ci sottoponiamo più o meno volontariamente – il diventare straniero in terre straniere – scompare dallo schermo, per lasciare spazio a un lungo spot pubblicitario dall’ottima colonna sonora ma del tutto fine a se stesso. L’unico spezzone che rende giustizia al romanzo di Kerouac è alla fine del film, quando i titoli di coda vengono proiettati con questa canzone in sottofondo:

(home I’ll never be)

Bibliografia ragionata:

  • Pingback: L'ospite: alla scoperta dell'America con Andrea Marinelli | No Borders Magazine()

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  • Sal

    Ma chi sei? Parente del regista? La beat generation non ha niente a che fare con questo film, se non per la voce fuori campo.

  • Paola91

    non sono affatto d’accordo con questa recensione!!! mi trovo invece molto in sintonia con quest’altra 
    http://totanisognanti.blogspot.it/2012/10/on-road-il-peso-del-mondo-e-amore.html
    non lasciatevi trarre in inganno! andate a vedere il film, è molto bello!

  • JO

    *Ding ding*  – fine secondo round. Mi hai quasi convinto ad andarlo a vedere. Cordialmente. 

  • Ottimo consiglio Marco, il film va visto comunque, a prescindere da perfidi recensori mangia-reliquie come la sottoscritta!

  • marco

    E’ il viaggio della scrittura, l’ossessione della scrittura. In questo senso il film è perfetto, le immagini ricostruiscono l’America col necessario fascino, quello che la Pivano non ha mai negato. E che la si finisca di Beatificarla, la Beat non era lei. Lei era la traduttrice. Non era lei la poesia, lei era il reporter. E anche Salles è reporter, di una parte della storia che è un libro, un universo completo che neanche un film può riprodurre integralmente. 
    La scrittura è troppo creatrice perché l’estensore della recensione di cui sopra possa ergersi a “non fraintenditore” mentre Salles diventa il Grande fraintenditore. Lui l’ha fatto, ha fatto il film e ha tradotto nella visione oleografica anche tutta la disperazione e il giro a vuoto di quell’eroe morto pazzo e ubriaco  nel 1969 per rendere felice l’estensore della recensione, per rendere ebbra d’orgoglio la Pivano che l’ha intervistato mentre non riusciva a mettere due parole in croce perché troppo fatto: Parola ormai atrofizzata per nutrire l’ammirazione della Pivano che poteva farsene bella, fiera di conoscerlo e parlarci e averlo CAPITO! Così com’è felice il recensore di spalare la merda sul film. Felice di poter dire che il Beat è altro,  non lo si può capire,  era destrutturazione e ricerca, bla bla bla, merda bla. No. era disperazione e sì, era ricerca della vita oltre la vita, come sempre è quando si scrive. Quando si scrive davvero. E il film la scrittura la rimanda, più fedele di quanto faccia il recensore che incensa la voce mezza morta di Kerouac posta alla fine, bel talking blues,  reliquia adorata da chi, soprattutto dopo morto, lo rivuole morto.
    Salles l’ha fatto vivere, almeno un po’, anche come borghese, qual era. 
    Andatelo a vedere, sto film, fatevi la vostra cazzo di idea invece di ascoltare i recensori mangia-reliquie.

    Marco

  • JO

    Complimenti per la recensione, ora non vado a vederlo 🙂