La prima volta che vedo Genova, capita per caso. Capita che qualche mese fa Michele, l’organizzatore del Travel Blogger Elevator, mi chiede se conosco qualcuno interessato a partecipare all’evento in qualità di speaker nei workshop a tema viaggi della tre giorni di ottobre a Genova. Io qualcuno lo conosco, così metto in contatto Michele e Mary Morris, scrittrice di viaggi americana e accanita viaggiatrice solitaria e indipendente, e qualche mese più tardi ci troviamo io, lei, Michele e un altro centinaio tra blogger, speaker e addetti ai lavori a Genova. A parlare di viaggi.

Ma quello che doveva essere un pretesto per parlare di viaggi, si trasforma in un viaggio.

Genova mi sembra una città ballerina che fa equilibrismo tra mare e montagna e che in un fine settimana d’ottobre si ferma indecisa tra estate e autunno, insicura sul da farsi: sul cedere al freddo o sul soffermarsi ancora un po’ al caldo. Il Travel Blogger Elevator, ospitato al Grand Hotel Savoia vicino alla stazione (anche lei in equilibrio tra impalcature, restauri e decadenze) assomiglia a via Garibaldi, dove tutti i palazzi più belli si mettono uno in fila all’altro, per mostrarsi a chi passa. Così, di venerdì e di sabato seguo la Genova vestita a festa del Comune, della Provincia e della Regione, desiderose di promuoversi ai blogger arrivati fin qui per discutere di viaggi. E poi a pranzo prendo Mary, i suoi passi in punta di piedi e le sue sneaker, e la accompagno a scoprire altri angoli ballerini di una città che è stata G8, ma anche Fabrizio De Andrè, prostitute, immigrati, focacce e piazze che si aprono come respiri su vicoli sempre troppo piccoli per essere chiamati ‘vicolo’. E allora chiamiamoli ‘vico’.

Milanese in terra genovese, mi lascio guidare dai suggerimenti di genovesi emigrati per decidere dove mangiare (Antica Osteria di Vico Palla, in Vico Palla, dove il menu sta tutto su una lavagna e la lavagna te la portano al tavolo quando è ora di scegliere) e per decidere dove andare mi lascio guidare da Mary, che Genova non l’ha mai vista, non ha un iPhone e non usa le mappe cartacee. Mi racconta aneddoti dei suoi viaggi mentre passiamo, nei carruggi che corrono paralleli a via Cairoli, fra transessuali affacciati a minuscole soglie, intenti a leggere o a chiacchierare. Le racconto di Faber e appena spuntiamo in piazza Banchi si ferma, ostinata nel suo italiano a scatti, a comprare un suo CD, e finisce col farsi suggerire dal libraio anche un libro in italiano, ‘ma che sia semplice’.

Camminiamo con la lentezza cauta di chi ha paura di perdersi qualcosa, perché in alto, sopra ogni vetrina, ci sono tre, quattro, cinque insegne che si accavallano, e sopra ancora persiane socchiuse avvolte in fili di panni stesi e sopra ancora torri che ad altezza uomo non esistevano, e sopra ancora il cielo.

La migliore lezione di vita e di viaggi, Mary non me la insegna durante il suo workshop, ma quando mettiamo piede da Viganotti, pasticceria e cioccolateria con laboratorio artigianale, e mi spinge in una lunga, tortuosa e infinita chiacchierata con uno dei pasticceri, pronto a consigliarmi musei, angoli da naso-all-insù e dolci da assaggiare. Usciamo dal negozio con la dolcezza della bavarese ai frutti rossi e del cioccolato ancora in bocca, lei pronta a tornare all’hotel (‘tanto ora so orientarmi’) e io diretta al Manena Hostel, ostello tra via Garibaldi e via della Maddalena, equilibrista tra gli equilibristi, a metà tra la Genova di Palazzo Podestà e della Camera di Commercio e la Genova dei migranti e delle prostitute.

E dentro il Manena Hostel ci trovo Manuel, Giulio e Alessandro, che hanno aperto l’ostello da una settimana ma che l’hanno già trasformato in un appartamento accogliente per chi, di Genova, è venuto a veder tutto, partite comprese, e non solo l’acquario. Gli dico che questa, di città, mi è sembrata la più musicale d’Italia, dove tanti suonano e qualcuno canta, o cantilena. Loro mi rispondono che sì, di suonatori ce ne sono e, chiacchierando l’uno con l’altro, se li ripassano a mente, chi suona Bob Dylan stonando tutti i pezzi e chi si cimenta nella versione accelerata di Kusturiza. Con una consapevolezza allo stesso tempo entusiasmante e stupefacente, conoscono della loro Genova i limiti, i carrugi storici e i gelati migliori, sanno che dietro la banalità delle etichette ‘degrado’ e ‘criminalità’ si nasconde la peculiarità di quella che finiamo sempre banalmente a chiamare porto di mare.

Con il peso dell’accezione negativa sulle spalle, Genova-porto-di-mare mi sembra, una volta uscita dal Manena Hostel e imboccata la strada verso la stazione, la città ideale per ospitare un viaggiatore in cerca di un viaggio. Piena di viaggiatori di ogni tipo, dai turisti della Costa Crociere ai migranti, racchiude dentro un tessuto urbano aggrovigliato, incalzante e stratificato, le stesse incertezze e le stesse titubanze del viaggiare. A Genova ci si perde  e ci si ferma, si va piano per non scivolare in discesa e per non affaticarsi in salita, si cerca un vico, se ne trova un altro, si chiedono informazioni ai passanti e ci si lascia accompagnare da loro quasi fino a destinazione. E se la destinazione non c’è o si è persa per strada, come nel mio caso, si ricomincia con in testa l’idea che forse ‘quando non sappiamo più da che parte andare, allora abbiamo davvero iniziato a viaggiare‘.

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La foto in alto e in copertina è stata scattata a Genova da Rocco Scuzzarella.

  • Ciao Rachele, bel post mi hai fatto venire un po di saudade per Genova 🙂

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