(Questa è la traduzione dell’articolo Why They Hate Us (Resort Edition) scritto dal giornalista Nathan Thornburgh e pubblicato il 25 settembre sul magazine online Roads & Kingdoms)

La prima volta che mi sono imbarcato su un volo diretto verso un paese musulmano, un passeggero di fianco a me ha cominciato a dare di matto a metà volo. Aveva circa 20 anni, era tedesco e si era fatto così tanto di cocaina che pensava di avere un attacco di cuore. Facemmo un atterraggio di emergenza a Thessaloniki e il nostro aereo rimase fermo sulla pista per un’ora, circondato da soldati greci mentre le hostess se la prendevano con il giovane partymacher e gli dicevano che gli avrebbero spedito il conto per il casino.

Un vero peccato, per il ragazzo. Avrebbe potuto aspettare di arrivare in Egitto, per iniziare i festeggiamenti. Il nostro volo partiva da Berlino ed era diretto a Hurghada, un resort egiziano sul Mar Rosso dove un giovane tedesco con qualche soldo da spendere non aveva nessun problema a sballarsi, farsi di canne, abbronzarsi e rimorchiare.

Non penso di poter elencare tutte le ragioni per cui il mondo musulmano sta mettendo a ferro e fuoco i Kentucky Fried Chicken di Beirut o si sta uccidendo, come in Pakistan, nel giorno dell’amore. È un complicato ragionamento sofistico quello che induce le persone  a fare piccoli video nella speranza che qualcuno uccida per colpa di questi video e a vedere il piano funzionare perfettamente.

Ma per una dose di legittimo e locale malcontento, basta dare uno sguardo alla cultura post-coloniale dei villaggi turistici sul Mar Rosso.

Hurghada si dimostrò un abominio dal momento in cui scendemmo dall’aereo. Allora come adesso, era un groviglio di catapecchie e nuovi edifici, cani scheletrici e venditori circospetti ammassati uno sopra l’altro su una lingua di costa del Mar Rosso arsa dal sole, bollente e piena di truffatori.

Ma ancora più sconvolgente era la collisione culturale del luogo. Anche i bambini più poveri parlavano tedesco fluente, ma solo per elemosinare, non per comunicare. La prima sera passeggiammo lungo una strada piena di bazaar: vetrine delle stesse dimensioni e interessanti quanto un negozio di patatine fritte malandato. I negozianti bevevano the di fronte ai loro negozi, socchiudevano gli occhi al passaggio dei turisti e, occasionalmente, canticchiavano una bugia o due sulle loro merci.

Mai e poi mai troverete una fratellanza naturale tra gente del posto impoverita e turisti in viaggio con pacchetti vacanze, ma a Hurghada la situazione era al limite dell’oltraggio.

In parte perché a Hurghada non c’è praticamente nessuno del posto. Oltre la sua natura di resort, Hurghada non ha molta storia: l’Asse e gli Alleati lottarono per il controllo dei suoi giacimenti petroliferi e poi, durante le guerre arabo-israeliane, il posto si trasformò in una base navale, ma fu solo alla fine di quelle ostilità che Hurghada iniziò a trasformarsi in ciò che è ora, aprendosi al mondo.

Il nulla era, all’inizio, la sua attrattiva principale. Nel 1981 il New York Times mandò il suo inviato Christopher Wren in esplorazione via terra, con taniche di benzina per la traversata del deserto:

«Il paese di Hurghada, sulla costa egiziana del Mar Rosso, è uno di quei rasi luoghi isolati che promettono ancora qualcosa di simile alla vera vacanza circondati da spiagge deserte. Oltre al sole, alla sabbia e all’acqua, c’è poco altro. La spiaggia immacolata si stende per kilometri, il sole splende quasi ogni giorno e nuotare in questo mare è un’esperienza poco distante dalla perfezione. Le delicate barriere coralline offrono immersioni e snorkeling tra i migliori al mondo. Pesci colorati abbondano nelle acque salate cristalline e aragoste di 5kg sono state trasportate qui dalle isole più remote. Il miglior intrattenimento serale è ancora il tramonto».

Nel momento in cui io visitavo Hurghada, 12 anni dopo l’articolo del New York Times, c’erano molti altri divertimenti notturni oltre al tramonto. E, anche se non era simile a Ibiza, Hurghada aveva la sua buona dose di bar e locali notturni. Ovunque quei tedeschi pensavano che l’aereo li avrebbe portati, di certo non era l’Egitto. Perché, sebbene ci siano buoni punti a favore dell’opinione secondo cui l’alcol non è esattamente proibito dal Corano, l’Egitto rurale è profondamente conservatore e secco, da tutti i punti di vista. Bere e frequentare locali notturni farà anche parte della cultura europea, ma è un anatema per la gran parte degli egiziani.

E lo stesso valeva per l’abbronzarsi. Dietro le grandi mura dei villaggi turistici, i tedeschi e gli italiani del nord si spogliavano tutti, o quasi, nello sforzo di catturare la luce del sole che la fatalità del loro luogo di nascita gli aveva negato. Durante il mio soggiorno a Hurghada, questa cultura del corpo libero, così importante in Germania, aveva un retrogusto imperialista. Non c’era indice migliore del fatto che questi aeroplani stipati di turisti affamati di sole non si interessavano né si preoccupavano del luogo in cui si trovavano. Pagavano e si ritenevano, quindi, autorizzati a fare ciò che volevano.

Ciò significava anche che i musulmani non lavoravano sulla spiaggia o in altri luoghi dello Sheraton, dove soggiornavo. Tutti gli addetti alla spiaggia, i baristi e i sorveglianti in camicia hawaiana avevano gli avambracci esposti e su quegli avambracci potevi vedere la croce rivelatrice che si erano tatuati da ragazzini. Erano tutti Copti, la minoranza cristiana che costituisce il 10% della popolazione egiziana, e che era stata, negli anni, sia vittima sia perpetratore occasionale di sciovinismo religioso.

[Si dice che la persona dietro il video di YouTube che ha incendiato il mondo musulmano sia un cristiano copto originario dell’Egitto, nonostante si sia descritto nelle prime interviste con i media come un ebreo israelita, così da coinvolgere una terza religione nella sua piccola guerra santa distopica].

Dopo una settimana, me ne andai da Hurghada. Me ne sarei andato prima, ma un pacchetto vacanza è un pacchetto vacanza e io ero un teenager al seguito della famiglia tedesca che mi stava ospitando. Un mio amico di Mosca – in seguito i russi diventarono i principali turisti dell’area, superando i tedeschi, e ora esistono voli diretti che collegano Mosca a Hurghada – si trovò anche lui qualche anno fa a Hurghada e se ne andò quasi immediatamente, per gli stessi motivi che avevo riscontrato io negli anni ’90.

Nel frattempo, le acque che avevano sedotto Wren all’inizio degli anni ’80 sono minacciate dalla grazia di montagne di rifiuti dietro fili spinati. Anche 20 anni fa le barriere coralline più vicine alla riva erano un cimitero di coralli a pezzetti e si era obbligati a farsi portare al largo da una barca per vedere il corallo vivo. E anche quello era sul punto di soffocare a causa degli scarichi del resort.

Subito dopo la mia vacanza, i primi attacchi terroristici arrivarono sul Maro Rosso e colpirono Hurghada. L’attacco fu una sparatoria tra due auto che uccise due egiziani e un turista tedesco nel 1994 e l’attacco stesso fu imputato al Gamaat Islamiya, la più grossa organizzazione militante che lottava contro il governo egiziano. Gli omicidi segnarono l’inizio di un regime di sicurezza che ora accompagna ogni vacanza a Hurghada. Le meraviglie di Luxor, che visitammo con una gita in giornata in minibus, ora possono essere ammirate solo partecipando a un convoglio di bus turistici armati che provano valorosamente a condurre i turisti attraverso il deserto fino alla valle del Nilo e a riportarli a casa senza fargli rischiare la vita.

Il giornalista di Newsweek Owen Matthews, che vive in Turchia e la cui predilezione per la sua patria-adottiva può essere facilmente perdonata, trovò che Hurghada e il suo esercito di turisti funzionassero come utile contrasto per un pezzo sulla costa turistica della Turchia.

«Villaggi turistici immensi come Kemer, nella Turchia sudorientale, possono assomigliare a luoghi come Hurghada, sulla costa egiziana del Mar Rosso, ma sono in verità molto diversi. Se chi visita Kemer può facilmente girare tra i paeselli vicini per una cena a base di pesce (con vino locale), gli ospiti di Hurghada sono protetti da attacchi fondamentalisti da soldati armati e gli viene espressamente sconsigliato di uscire dal villaggio turistico. “Hurghada avrebbe potuto trovarsi ovunque, non ci si rende conto di essere in Egitto” dice Mike Heard, analista finanziario di stanza a Istanbul che ha visitato entrambe le coste. “Kemer mi è parsa più rilassata e più sicura, non sembra che la gente del posto ti odi”».

Questo è un buon riassunto del mix senza fascino che è Hurghada. Da parte mia, aggiungerei solamente che a Hurghada non sembra solo che ti odino.

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Nathan Thornburgh è un giornalista che collabora con Time Magazine, dove negli ultimi 5 anni ha lavorato come corrispondente estero coprendo i più diversi argomenti. Parla 4 lingue e può indicare con il dito le immagini dei piatti su menu in altre 20 lingue.

Roads & Kingdoms è nato, come molti esseri umani, da una sorta di collisione fortuita. Nathan stava attraversando il Messico dopo un reportage a Cuba per Time Magazine che era iniziato con il suo arresto all’aeroporto de La Havana, perché aveva contatti con dissidenti cubani. Matt, nel frattempo, stava mangiando ogni tipo di specialità messicana per un articolo sulla cultura gastronomica locale intitolato There Are No Nachos in Mexico (In Messico non ci sono nachos). Si sono incontrati all’aeroporto di Città del Messico e si sono diretti immediatamente al Restaurante Arroyo.

La conversazione che seguì era ciò che Roads and Kingdoms avrebbe dovuto essere: iniziò con un sacco di chiacchiere sulla musica immortale e sui burocrati di Cuba e finì con un tour dietro lew quinte di una cucina messicana ridicolmente buona, completa di degustazione di tacos ripieni di vermi e capra affumicata avvolta in foglie di banana. Viaggiare è anche questo: dall’Asia alla Siberia fino al Nord Africa e oltre. Guerra, politica, musica e, ovunque, cibo.

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  • Eslam ti ringrazio per il commento e per l’opinione, è importante avere il punto di vista di chi queste zone le conosce bene

  • Eslam Medhat

    Un articolo tanto complesso…Essendo un egiziano, vivendo al Cairo e visitando sia Sharm che Marsa Alam vi dico che tali città balneari non sono l’Egitto. L’Egitto si vede sempre al Cairo, Luxor o Aswan. Al Mar Rosso tutto è diventato europeo; Sharm si è italianizzata, Hurghada è diventata un centro russo e Marsa Alam è ancora per tutti con maggioranza italiana. Il motivo qui è che la direzione dei resort è sempre europea e quindi offre quello che piace agli europei. Secondo me, il turista è sempre chi decide cosa vuol esplorare…se è in cerca al mare, bevande ecc va sempre sul Mar Rosso, ma se è in cerca al vero Egitto, il tipo classico dei viaggi è sempre il migliore per lui.

  • L’argomento è molto complesso. Questi villaggi turistici sono a tutti gli effetti dei non luoghi e Hurghada e Sharm non sono poi molto diversi da luoghi simili in Kenya, Thailandia, Madagascar: ognuno meriterebbe un capitolo a parte. Secondo me è a dire il vero un po’ superfluo anche solo porsi la domanda se ‘Hurghada’ è davvero Egitto. Quel che resta della barriera corallina lo è sicuramente, tutto il resto chiaramente no, anche se riflette alcuni aspetti della società egiziana. Sinceramente a preoccuparmi di più sono i danni ambientali e gli sprechi per costruire giardini rigogliosi in mezzo al deserto che il contrasto culturale e altre valutazioni sulla bruttezza di certi luoghi. Molte persone che vivono e lavorano in questi posti, fra l’altro, non capiscono questo tipo di discorsi. Per loro è una preziosa occasione di lavoro. E alla fine non riesco a dargli torto.