Io una bicicletta nemmeno l’avevo più. Da anni.

Le incontravo leggendo dei viaggi di Paolo Rumiz e i racconti del Tour di Gianni Mura, ma era una voglia che si esauriva nel tempo di girare pagina. A un certo punto però succede che accompagno un amico a Berlino, in uno strampalato andata e ritorno da Milano in poco più  di due giorni con un furgone carico di telai, freni, manubri. Nelle tante ore di guida ci raccontammo delle pieghe che stavano prendendo le nostre vite, delle ragazze, degli amici e, inevitabilmente, di biciclette: fu allora che sentii parlare per la prima volta dell’Eroica.

“Potremmo farla tutti insieme, è spettacolare.”

Finì che tre giorno dopo comprai la Legnano che avevo visto nel suo laboratorio, otto mesi più  tardi mi iscrissi davvero all’Eroica e adesso sono qui a raccontarla.

Alla partenza avevo le farfalle nello stomaco: un po’ di eccitazione, un po’ d’ansia e un po’ di paura. L’ansia dello “speriamo di non forare”, la paura perché in discesa proprio non sono capace di andare mentre l’eccitazione faccio presto a spiegarla: trovatevi l’anno prossimo alla partenza e vedrete se non vi pruderanno le gambe. La prima salita la incontro al Castello di Brolio: una strada buia, stretta, affollata. Le gambe vanno, si sale. Ecco invece la maledetta discesa: le mani fanno male a furia di frenare e non desidero altro che mollare la bici in picchiata. Se vai forte però rischi di forare o cadere, se freni troppo invece il cerchio si scalda, il tubolare si muove e la valvola si rompe: non resta che provare a trovare un compromesso e sperare che vada tutto bene. Le strade bianche mi riempiono i polmoni di polvere, mi colorano la bici e la faccia, mi impregnano la maglia di lana, mi fanno faticare il doppio: mi scopro a desiderare l’asfalto, quando sono sull’asfalto però pagherei per tornare sullo sterrato. I tratti pianeggianti e i momenti di riposo permettono finalmente di guardarmi intorno: le colline, gli uliveti e le vigne infinite ricordano a tutti che siamo in Chianti. La conseguenza di tutto questo spettacolo della natura la vedo nelle pedalate che rallentano, nelle bici appoggiate ai muretti in pietra e nei tanti “Scusa, ci fai una foto?” che sento. Se si chiama cicloturistica un motivo ci sarà.

Salite e discese si alternano, arriva la terribile Volpaia e la caduta di un tizio pochi metri avanti, costringe tanti a fermarsi e farla a piedi. Uno strazio: gli scarpini scivolano sulla terra e spaccano i piedi. La maglia di lana punge, il sellino non aiuta. Mai sofferto così tanto in vita mia. Imparo che il ciclismo è davvero sofferenza. In cima, il ristoro tanto sognato: ribollita e vino rosso, frutta, salumi e dolci. Tempo di riposare un poco, scambiare due parole e si riparte.

Negli ultimi 15 km le gambe sono di legno, ogni pedalata è una puntura di spillo, anzi una pugnalata. Non fanno male solo le gambe, anche la schiena è indolenzita, il collo rigido. Una salita interminabile, costante, un cartello “Gaiole in Ch. 7 km” ci illude: dobbiamo andare dalla parte opposta, fare il giro lungo. Impreco, pedalo, impreco, pedalo. Avanzo di 30 centimetri alla volta, non alzo nemmeno più la testa ma tengo lo sguardo fisso davanti alla ruota. L’ultima strada bianca, sono esausto. Un tizio pedala accanto a me, si volta a guardarmi due volte e mi dice di stare tranquillo che ormai è fatta, da qui in poi è tutta discesa fino a Gaiole.

Giù  in picchiata allora, che tanto non capisco più niente, qualche curva e finalmente il traguardo. Arrivano gli altri, pacche sulle spalle e sorrisi. Vorrei poter ripartire in sella già la mattina successiva, invece ci vediamo l’anno prossimo. 205 km, sarò anche più allenato, lo giuro.

P.S.  A Gaiole sono andato con Alessandro, Andrea e Guido. Alessando e Andrea con le bici ci vivono, nel vero senso della parola, dato che passano più tempo al quartier generale della loro Eroica Cicli che a casa. Se volete bici e componenti d’epoca loro sono le persone giuste. Guido invece ha condiviso con me la fatica, la meraviglia e la gioie che solo i novellini alla loro prima Eroica assaporano.

La mia personalissima impresa è riuscita grazie al contributo fondamentale dei ragazzi di Orco Cicli di Milano, persone competenti, onesti e gentili che hanno preparato nel migliore dei modi la mia amata bici.

Un pensiero va, infine, a Bruno Marzi e ai suoi familiari. In questo caso, purtroppo, non ci sono parole.

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tutte le foto di questo articolo © chromophobiae|christian n tognela