Inizia oggi una rubrica dedicata alla Terra del Fuoco, il grande baule posto ai piedi del mondo, che da molti anni attira la mia attenzione. Tutto cominciò nel lontano 1989, quando mi capitò fra le mani il libro di Antonio Pigafetta Il mio viaggio intorno al mondo. La casa editrice Edizioni Associate di Roma voleva pubblicare in italiano moderno quel racconto scritto dopo il 1521, ossia dopo la fine del grande viaggio che, molto di più della scoperta dell’America, chiude il medioevo e apre l’età moderna.

Io scrissi l’introduzione al libro e da allora mi promisi di andare a vedere un giorno quello stretto di Magellano la cui ricerca è il fulcro di tutto il racconto. Infatti Magellano non sarebbe passato dall’Atlantico al Pacifico se non avesse trovato quel misterioso braccio di mare e grazie alla fortuna, alla tenacia, ma sopratutto grazie alle lettere che il suo amico Antonio Serrano gli scriveva (che già era nelle isole delle spezie, ossia nelle Molucche), si decise a intraprendere il grande viaggio, non circumnavigando l’Africa ma cercando il passaggio alla fine del nuovo mondo. Partirono da Siviglia in 265 con cinque navi e ritornarono in 18 su un solo legno, La Victoria, che subito dopo fu adibita a trasporto di olio. Degno di riflessione è il fatto che alla base del più grande viaggio dell’epoca moderna vi è l’amicizia fra due uomini.

Sono arrivato allo stretto di Magellano agli inizi del duemila, seguendo questa volta non la prosa dei grandi viaggiatori italiani ma la poesia di Pablo Neruda. In quegli anni stavo scrivendo un libro che poi ha pubblicato la casa editrice Mursia, intitolato Le case di Neruda. Sono andato a cercare in Cile tutte le case costruite da Pablo Neruda, e sono arrivato a Temuco nell’Araucania, a un passo dallo stretto, dove conobbi la catena dei cinque vulcani, il lago di Villarica, e il mondo dei Mapuche. Poi un giorno andai ad Ushuaia e, mentre dall’aereo partito da Buenos Aires seguivo la costa della Patagonia, a un tratto vidi un lucido e indefinibile braccio di mare che lasciava l’Oceano Atlantico e si insinuava per sempre fra due sponde grigiastre che cercavano di cacciarlo via da quella immensa pianura. Restai colpito da tanta misteriosa bellezza e decisi di percorrere palmo a palmo quelle sponde, cosa che in qualche modo ho fatto, anche perché avevo incontrato a Roma lo scrittore cileno Francisco Coloane, che con i suoi libri di racconti mi aveva trasmesso il senso di vuoto presente in quelle terre. Poi sono arrivato a Padre Alberto Maria De Agostini, fratello del grande editore che agli inizi del secolo XX mise la carta geografica dell’Italia in tutte le scuole del Regno.

Il sacerdote salesiano arrivò a Punta Arenas nel 1910 e vi rimase fino al 1957, poi ritornò in Italia e morì a Torino la notte di Natale del 1960. E, come spesso succede ai grandi, restò un uomo incompreso. Forse perché aveva molte passioni. Innanzitutto la sua vocazione di sacerdote, poi l’alpinismo nelle Ande ( fu il primo a parlare del terribile  Cerro Torre, che si chiama così dal nome del padre Torre che fondò la banda musicale di Punta Arenas), la fotografia, il cinema e sopratutto la scrittura. Ha scritto I miei viaggi nella Terra del Fuoco nel 1924, più volte ristampato, e Ande Patagoniche, che la casa editrice Vivalda ha reso accessibile al grande pubblico oggi togliendovi quasi tutte le foto. Ma il debito che la Terra del Fuoco ha nei confronti del sacerdote consiste nel fatto che egli tolse a questa geografia quella patina di luogo terribile, abitato da cannibali, che Charles Darwin gli aveva cucito addosso con la pubblicazione del suo importante The voyage of the Beagle del 1839 dove raccontava il suo viaggio intorno al mondo, punto di partenza della scienza moderna.

Con le foto, i filmati, le conferenze, le guide turistiche e gli scritti sia in italiano che in spagnolo, la Terra del Fuoco fu conosciuta in Italia (ma anche dagli stessi argentini e cileni)  fra le due guerre grazie all’opera del padre salesiano. Ancora oggi, vedendo i libri scolastici usati dai ragazzi durante il fascismo, restiamo stupiti dalla grande quantità di foto di pinguini, foche, ghiacciai e montagne delle Ande fatte da lui che venivano usate. Le sue foto sugli indios fuegini sono l’ultima testimonianza nei confronti di questi popoli scomparsi. Come le foto sui ghiacciai del sud del mondo oggi sono richieste dalla NASA per documentare l’arretramento dei ghiacciai in quei luoghi dove il buco dell’ozono fa penetrare i micidiali raggi violetti. Eppure, di fronte a tanti riconoscimenti che ebbe in vita, egli si mantenne sempre schivo, più amante della solitudine delle foreste antartiche che degli applausi o onorificenze della Società Geografica.

La Terra del Fuoco è piena di uomini straordinari e di misteri ancora da capire. Come i numerosissimi naufragi che a volte non erano causati dalle cattive condizioni meterologiche ma sopratutto dal premio che le Compagnie d’Assicurazione pagavano agli armatori. Gli uomini che l’hanno abitata spesso avevano davvero l’infinito nel cuore, o comunque lo cercavano, sia nel bene che nel male. Come il bambino serial killer, el petiso orejudo, figlio di calabresi emigrati a Buenos Aires che uccise una decina di suoi coetanei nella prima metà del secolo (e che morì nel carcere di Ushuaia) o il più grande marinaio dello stretto Pasquale Rispoli di Torre del Greco capace di navigare senza bussola e con la nebbia in luoghi dove la nebbia c’è in quasi tutti i giorni dell’anno. Molte di queste figure è possibile trovarle proprio negli scritti di Francisco Coloane o nei libri di De Agostini o degli altri reporter e viaggiatori che l’hanno attraversata.

Per me la Terra del Fuoco o Terra del Fumo, come in un primo momento l’aveva battezzata Magellano, è come un baule abbandonato nello scantinato della storia. Io lo visito senza nessuna pretesa, solo per curiosità e amore per le cose di cui nessuno parla. Poi lentamente si scopre che i luoghi più sconosciuti sono quelli che tutti visitano in segreto, che i misteri hanno frequentatori nascosti, che il mondo del silenzio è popolato di musiche straordinarie. A questi vagabondi voglio raccontare le mie piccole scoperte, e sperare di incontrarli a sud del sud, quasi fuori della carta geografica.

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Nicola Bottiglieri insegna letteratura ispanoamericana all’Università di Cassino. Si è occupato di viaggi reali e immaginari nell’Oceano Atlantico e ha scritto Le case di Neruda, il romanzo Afrore e Tristissimi Tropici. L’ultima sua opera narrativa è l’ebook A sud del sud, quasi fuori della carata geografica, viaggio dall’Italia nella Terra del Fuoco, fino a Capo Horn, per recitare la poesia l’Infinito di Leopardi, l’unico luogo dove la parola infinito ha davvero un senso. La scelta di pubblicare un ebook dipende dalla convinzione per cui oramai i libri di viaggio devono viaggiare nella rete.