Otto puntate per otto caratteri – e temi -, per conoscere la Cina e il suo rapporto con l’Italia: Scuola, Tarocco, Donna, Calcio, Salute, Turismo, Cucina e Potere. Sono queste le premesse di Scatole Cinesi, nuovo format Rai in onda su Rai Scuola e Rai3 da domenica 11 novembre.

Ospiti in studio per la puntata dedicata alla scuola sono il ministro all’istruzione Francesco Profumo; Roberto Grandi, professore di Comunicazione di Massa e di Comunicazione Pubblica all’Università di Bologna, professore all’università Tongji di Shanghai nonché presidente del Collegio di Cina di Bologna e Attilio Andreini, docente di sinologia, professore associato al dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’università Ca’ Foscari di Venezia e autore di numerose pubblicazioni tra cui “Il daoismo” (assieme a Maurizio Scarpari) e la traduzione con commento dei testi del Dao De Jing (uno dei classici del daoismo) scoperti nel 1993 a Guodian (Laozi: genesi del Daodejing). In collegamento video ci sono anche Federico Rampini, in passato corrispondente di Repubblica dalla Cina per cinque anni e insegnante all’Università Jiao Tong di Shanghai e Marco del Corona, corrispondente da Pechino per il Corriere della Sera.

La puntata dedicata all’istruzione si apre con un breve servizio su una scuola elementare cinese. L’insegnante chiede ai bambini di appoggiare sul banco la loro gomma per cancellare. I capiclasse (studenti scelti per le loro qualità modello) passano tra i banchi a raccoglierle, dopodiché l’educatrice, insieme ai capiclasse e al resto degli studenti, identifica la gomma più bella, tenuta meglio, e quella più brutta, rovinata da buchi e sporca. Il proprietario della gomma ridotta peggio è chiamato alla lavagna e, di fronte a tutta la classe, è costretto a indossare un maglione tutto bucato, ridotto nelle stesse condizioni della sua gomma. L’insegnante chiede poi al bambino se lui ridurrebbe in questo modo una sua maglia e se avrebbe il coraggio di andare in giro conciato in questo modo. Il bambino, umiliato, quasi piangendo chiede scusa e giura davanti a tutti che non lo farà più. Tornato al banco, copre la faccia con la sua giacca, evidentemente scosso dalla durezza della disciplina impostagli.

Fin dall’inizio è chiaro che la trasmissione vuole mettere a confronto un sistema scolastico rigido come quello cinese, con il “nostro” sistema italiano, e cercare di capire quali sono i pro e i contro di entrambi. Nell’esempio precedente, il messaggio dell’insegnante è: rispetta ogni oggetto – che ha un valore prettamente materiale, se vogliamo – perché se non rispettiamo i nostri oggetti è chiaro che non saremo mai in grado di rispettare i compagni di classe o, ancora più importante nella cultura cinese, gli anziani, come i genitori e gli insegnanti.

Un concetto molto importante nel “sistema Cina” è quello del “perdere la faccia” (丢脸, pron. diū liǎn) , o meglio del cercare di non farlo (留面子, pron. Iiúmiànzi, letteralmente “salvare la reputazione”). Un comportamento inadatto, sia esso all’interno della scuola, sul lavoro o in famiglia, rischia di far perdere la faccia a chi parla o, ancora peggio, al suo interlocutore. Un sistema di regole mira a insegnare al cinese fin dai suoi primi anni di vita come relazionarsi con gli altri cercando di evitare a sé e agli altri l’umiliazione attraverso un delicato sistema di equilibri. La “faccia” è insieme dignità e prestigio, per sé e per i proprio conoscenti: è, in un certo senso, come denaro: si può acquisire, perdere, a volte ricevere e dare in eredità. Essere amico o parente di qualcuno che ha perso la faccia può avere ripercussioni negative sul proprio lavoro e sulle proprie relazioni sociali. Solo in pochi casi umiliare il proprio interlocutore è visto come positivo: ad esempio nel caso di un anziano nei confronti di un giovane, che può essere visto come “dare una lezione di vita”. Un proverbio recita: “regala faccia al tuo interlocutore e ne riceverai a tua volta”.

Inizia quindi a prendere forma il concetto cinese di istruzione: rigidità, controllo, regole ferree. Grandi spiega che, proprio per il concetto di “non perdere la faccia” molti studenti valutano a lungo prima di fare una domanda al proprio insegnante: non solo per paura di perdere la propria faccia, ma anche per paura di farla perdere al proprio insegnante dicendo qualcosa di inopportuno.

Nel secondo servizio ci viene presentata una ragazza, arrivata a 16 anni in Italia, dove ha frequentato le scuole medie e poi il liceo scientifico. La scuola italiana per lei si è rivelata molto più facile dei suoi primi anni di elementari in Cina. Non solo per quel che riguarda la disciplina, molto meno rigida, ma anche per i contenuti, soprattutto per quel che riguarda le materie scientifiche, che venivano insegnate molto meglio, secondo lei, in Cina. Aggiunge che la matematica affrontata alle scuole medie in Italia era già materia di insegnamento alle elementari in Cin”. Certo, è costretta ad ammettere che il sistema cinese è basato sullo studio mnemonico, l’imparare a memoria formule, date, concetti, piuttosto che imparare a ragionare, come invece si vuol fare in Italia. Lo studio, in Cina, è sofferenza (吃苦, pron. chī kǔ): è duro ma porta i suoi frutti. Anche a livello di libertà individuale nel modo di vestire, di portare i capelli o di truccarsi, poi, ci sono delle forti limitazioni: le scuole impongono una divisa identica per tutti, e un aspetto “standard”, che renda tutti uguali, senza spazio all’individualismo. Il rapporto con gli insegnanti, inoltre, è strettamente gerarchico: non si cerca di mettere insegnanti e alunni sullo stesso piano, creando così un rapporto di parità, almeno a livello intellettuale. In Cina l’insegnante va rispettato, la sua parola non va mai messa in discussione, nemmeno da parte dei genitori dell’alunno – cosa che, invece, in Italia è molto comune: i figli hanno sempre ragione, e quando i risultati tardano ad arrivare, è probabilmente colpa dell’insegnante, che non capisce o “non sa prendere nel verso giusto” gli studenti. Non stupisce il fatto che, alla fine dell’intervista, la ragazza dice di augurarsi che suo figlio possa un giorno studiare in Cina.

Il ministro Profumo spiega che la scuola dev’essere interattiva e sociale, non deve basarsi solo sullo studio mnemonico e sull’imposizione e l’insegnamento di rigide strutture gerarchiche. Tant’è che gli studenti cinesi, in Italia, tendono ad apprezzare molto il rapporto con gli insegnanti, anche se all’inizio è ovvio che ci sia un certo disorientamento.

Federico Rampini, in diretta video da New York, propone un confronto tra il sistema scolastico cinese e quello americano: sua moglie insegna in una scuola in California in cui hanno introdotto un nuovo metodo di insegnamento. Docenti e studenti ricevono in dotazione un iPad, con cui è possibile rendere più interattive le lezioni, nonché facilitare l’annotazione e la memorizzazione delle lezioni. C’è un investimento in nuove metodologie e nuove tecnologie da parte dello Stato nel sistema educativo. Prevale, inoltre, l’insegnamento di metodi che sviluppino le capacità di lavorare in gruppo piuttosto che, come nel caso cinese, l’iper-individualismo dei singoli studenti, cosa che inevitabilmente crea fortissime pressioni sull’alunno ed enormi aspettative da parte della famiglia. Non si può negare che, anche negli USA, sia poi presente una forte meritocrazia e competitività: basti pensare alle università d’eccellenza, come ad esempio la Harvard University, che accolgono meno del 10% dei candidati o al sistema del SAT, il sistema standard di ammissione ai college sviluppato dalla College Board negli Stati Uniti, che assegna un punteggio da 600 a 2400 a ogni studente in base alle sue capacità nell’ambito di tre temi: Critical Reading, Mathematics and Writing. È in base a questo punteggio che uno studente americano può venire accettato in determinati college piuttosto che altri. Negli USA, tuttavia, anche a causa dell’influenza delle tesi di Banjamin Spock, pediatra statunitense che teorizzò la necessità di un forte permissivismo da parte dei genitori verso i propri bambini, la pressione esercitata sugli studenti è indubbiamente inferiore, sia da parte degli insegnanti che da parte dei genitori.

Confrontando le cifre di Italia e Cina, invece, sorgono spontanee molte domande: benché entrambe investano nell’istruzione solo il 4% del proprio PIL (ben sotto la media OCSE del 6%), com’è possibile che la Cina abbia tassi di crescita a due cifre, mentre l’Italia ha perso il 20% in competitività? Apparentemente il sistema scolastico cinese ha delle ripercussioni positive sul sistema economico e sul mondo del lavoro: Il Ministro Profumo conferma che l’istruzione crea competitività e che forse in Italia abbiamo sottovalutato troppo l’importanza, fin dagli anni dell’asilo, dell’istruzione nella creazione di un’economia sana e in crescita.

In Italia, nonostante l’evoluzione dei metodi di insegnamento nel corso dell’ultima generazione, solo il 9% degli studenti al giorno d’oggi migliora il livello d’istruzione dei propri genitori. Pare che, in questo senso, di miglioramenti se ne siano visti davvero pochi.

L’intervista alla direttrice della scuola media Numero Tre di Pechino mostra un’interessante prospettiva sul concetto di studio mnemonico: il memorizzare fa parte della cultura cinese. È per questo che, ad esempio, si dà molta importanza alla poesia, specialmente quella del periodo Tang. Effettivamente il termine utilizzato per la lingua scritta cinese è Zhōngwén (中文), dove il primo carattere significa “centro” – con riferimento al Paese di Mezzo, la Cina – mentre il secondo ha significato di segno, ma anche di cultura. La lingua e la cultura cinese sono tutt’uno e non c’è una netta distinzione tra l’uno e l’altro. Imparare a memoria poesie, i loro caratteri, equivale a rendere parte di sé il proprio passato, la propria tradizione. L’educazione, inoltre, secondo la direttrice serve a rendere umili e meno materialisti. I bambini oggi hanno tutto, sono viziati. Il sistema rigido d’insegnamento cinese ha anche come scopo di evitare questo aspetto negativo.

Il tema si sposta quindi proprio sulla rigidità del sistema di insegnamento, ma soprattutto dei genitori verso i propri figli. Marco del Corona ci parla del libro Il ruggito della mamma tigre in cui Amy Chua, docente di diritto internazionale della Yale Law School, spiega i metodi con cui educa – negli USA -le proprie figlie ispirandosi alla tradizione confuciana. Disciplina ferrea, divieto di guardare la televisione e di partecipare alle feste delle amiche, il tutto affiancato da studio intenso, attività extracurriculari come musica e punizioni severe da parte dei genitori. Accolto con molte critiche nel mondo occidentale, in Cina il testo ha letteralmente fatto scuola. I metodi della signora Chua sono stati lodati e, a volte, portati agli estremi, come dimostrano i questi video: Eagle Dad Forces 4-Year-Old Son to Run Naked in the Snow e Chinese wolf dad beats 3 kids into Beijing University. Se da una parte si può essere critici nei confronti dei metodi, non si può negare che, almeno in questi casi, abbiano dato i loro frutti (almeno nel caso del secondo video: uno dei figli si è classificato tra i primi 10 su 300.000 candidati agli esami universitari).

ll professor Grandi ci mette però in guardi aggiungendo che in Cina la pressione esercitata sui figli e sugli studenti delle scuole medie e superiori è molto alta e spesso porta ottimi risultati nei test d’ingresso all’università. È anche vero, però, che molti studenti, una volta raggiunto il traguardo dell’università, smettono di impegnarsi e i loro risultati vanno incontro a un rapido declino. Da noi, in Italia, spesso è il contrario. L’università è la vera sfida.

Ed è qui che forse si potrebbe aprire una discussione sull’importanza degli investimenti nell’istruzione, soprattutto considerando i continui tagli degli ultimi anni. Come dice il ministro Profumo: bisogna investire, in Italia, su scuole che offrano insegnamenti di tipo sociale e culturale, che ci insegnino come convivere con culture altre come quella cinese, che ci permettano di porre solide basi per il sistema economico e per le relazioni internazionali del futuro.

In chiusura, Attilio Andreini ci spiega l’etimologia del carattere 教(pron. jiāo): ovvero “insegnamento”. La parte sinistra 孝rappresenta il concetto (tutto confuciano) di pietà filiale: il rispetto dei figli nei confronti dei genitori (e degli anziani in generale), il quale a sua volta è composto da un anziano (耂, radicale di 老 pron. lǎo, ovvero una versione semplificata utilizzata per comporre altri caratteri) sorretto da un bambino (子, pron. zǐ). La parte destra, invece, significa “picchiare” (攵,攴 pron. pū). Il significato è di ottenere il rispetto nei confronti dei propri anziani, attraverso metodi di insegnamento “illuminati”. (È anche interessante notare che, secondo quanto riportato dal sinologo Lèon Wieger, un’antica forma del carattere utilizzava 爻 (pron. yáo) al posto di 耂. Questo carattere corrispondeva ad una delle linee del Libro dei Mutamenti (Yì Jīng, più conosciuto come I Ching o I King), che rappresentava la mutua azione ed interazione e la simmetria influenza di studente ed alunno).

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Philipp Dalmolin nasce a Bolzano il primo gennaio 1986. Fin da piccolo i genitori lo portano in giro per il Mediterraneo: Grecia, Tunisia, Egitto. I suoi viaggi lontano dalla famiglia iniziano a 16 anni con un biglietto Interrail per Spagna e Portogallo e continuano poi con un anno di studio negli USA, a 17 anni. Finite le superiori si trasferisce a Bologna, dive si iscrive al dipartimento di “Storia, culture e civiltà orientali” della facoltà di Lettere e Filosofia. Nel 2008 parte per la Cina, dove resterà per circa un anno. Ritornato in Europa si trasferisce a Vienna per due anni, dove lavora nel campo dell’online marketing. Dal 2011 vive nella sua città natale di Bolzano.

La foto in alto e in homepage è stata scattata da Tricia Wang in Cina.