Settimana scorsa Tommi ha provato a descrivere la ‘sua’ Cina usando cinque parole. Questa settimana continua nell’impresa, usandone altre cinque.

6. CONTRASTO: in Cina, è come se nello stesso teatro andassero in scena una commedia e una tragedia, dove gli attori sono espressione vivente di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia dell’eterna dualità che governa l’universo. È una contraddizione continua dove mentre il piacere scorre come il vino, le mura della società vanno in rovina. Le città si espandono a macchia d’olio. Nessuna regola urbanistica: palazzi con un minimo di dieci piani sorgono sparsi, come se qualcuno dall’alto si fosse divertito come coi mattoncini Lego. L’altezza fa da contrasto con la vastità a perdita d’occhio delle periferie, centri brulicanti di produzione industriale. La foschia, segno di un sempre maggiore inquinamento atmosferico, fa da filtro per i raggi del sole, che a stento si vede. La Cina è un luogo di forti contrasti e di grandi bellezze nel quale, una volta imparato a farvi largo tra la folla e a evitare di farvi travolgere, troverete molte cose da vedere. Il governo di recente ha smesso di distruggere i templi e ora si dedica all’abbattimento delle montagne e all’avvelenamento dei fiumi, d’altronde quando bisogna gestire un territorio con più di un miliardo di abitanti è inevitabile dover rinunciare a qualcosa. Anche le relazioni personali sono in contrasto e possono subire una rivoluzione da un momento all’altro. E chi oggi è soltanto distante domani può diventare un nemico di classe.

7. RITMO: le giornate in Cina scorrono molto velocemente e tutto è scandito da movimenti precisi, già scritti, programmati, quasi robotici. La metropolitana, emblema del trasporto pubblico veloce, è vitale. D’altronde spostare una tale quantità di persone in altro modo sarebbe distruttivo per qualsiasi concezione di traffico o di rispetto per il genere umano. Ci provano alcuni autobus, ma il risultato è un insieme di cinesi sottovuoto in lamiere di acciaio su ruote. Le stazioni metropolitane sono delle giungle dove regnano regole di sopravvivenza ferree: se non segui il fiume di persone vieni calpestato, se in un qualche modo intralci il flusso vieni travolto e, se a volte ti capita di muoverti ma di non sentire più il pavimento sotto i piedi, non temere, è la forza della corrente che ti trascina alla banchina del treno. Il traffico veicolare non ha bisogno di descrizioni, dal momento che ai miei occhi non ha eguali. Le strade sono addirittura su tre piani per garantire un traffico fluido senza intoppi. Difficilmente si vedono ingorghi o incidenti. Il cinese medio ha un suo  personale codice stradale che rispetta di tutto punto. Nessuno chiede scusa, ma perché nessuno si arrabbia, il che è sorprendente. Le gente cammina e si muove continuamente: le soste sono concesse per un frappè dal colore inverosimile, uno spuntino di spiedini di carne dubbia nei soliti chioschetti oppure per una sigaretta. I pasti vengono fatti a orari improponibili per un occidentale e in tempistiche da record: la durata media di un pasto per un cinese si aggira tra i 10 e i 15 minuti. La pace, lontano dal chiasso del traffico, dei clacson e dall’olio che sfrigola in padelle, si trova solo nelle case da tè di antichi giardini, dove il tempo sembra fermarsi, oppure nelle pratiche marziali come il tai-chi, praticato ovunque, persino all’ingresso di un centro commerciale. Se si potesse trovare un’analogia a questo ritmo, questo movimento, si potrebbe paragonarlo alla frenetica vita delle formiche, sempre in moto, discontinue e instancabili lavoratrici. Giorno e notte.

8. REGOLA: non lasciatevi ingannare dalla vecchia retorica comunista: qui oggi la regola più diffusa è lavorare per fare soldi. Il dio denaro vale per tutti e per tutto. Poche cose hanno un prezzo preciso, credo si salvino i Big Mac o i frappuccini di Starbucks: per tutto il resto se ne può parlare. Secoli fa si poteva barattare una capretta per un sacco di farina, potevi comprarti un otre di vino pagando con l’argenteria o oggettistica dorata che trovavi in soffitta; oggi invece basta una calcolatrice, sulla quale tu digiti quanto massimo vuoi spendere, poi se ne può parlare. Hai bisogno di andare in un posto? Non trovi la banchina dell’autobus 306 perché l’autostazione equivale a un alveare impazzito? Nessun problema, sicuramente un giovane cinese ti offrirà un passaggio sul suo mezzo fino a destinazione. Magari in quel momento stava andando in banca, ma pur di riempire il portafoglio e garantire a te turista un buon soggiorno questo ed altro. Nonostante ne esistano di taxi, eccome. Del resto per i cinesi un no equivale a un insulto, quindi basta trovar un accordo su tutto e nessuno si farà del male o si offenderà. La regola è questa, non esiste un no, se ne può parlare. Il semaforo è rosso? La regola vuole che il taxi occupato non lo rispetti, perché il cliente ha bisogno di raggiungere la destinazione. Non sorprendetevi di trovare per terra nulla che non sia saliva o peggio altro. La regola vuole che se butti per terra qualcosa, da dietro il cespuglio qualcuno armato di paletta e scopa è pronto per raccoglierlo; ma vuole anche che i cinesi, da parte loro, considerino disgustoso veder soffiare il naso (così spiegata la saliva) e inappropriato mostrare i piedi nudi, anche d’estate, indossando calzature aperte. La regola è: calzino bianco estate/inverno. La regola è nel mangiare: rigorosamente con bacchette, salvo qualche cucchiaio per i numerosi piatti brodosi. La regola è fumare ovunque, ma controllarsi nel bere. La regola è nelle stazioni ferroviarie, dove nessuno sosta disordinato sui binari e la sala d’attesa è realmente utilizzata per il nome che porta. Parliamo di simil terminal aeroportuali, neanche lontanamente cugine delle nostre care catapecchie sempre più simili a discariche. La regola era un figlio per famiglia perché “siamo troppi ragazzi”. La regola esiste, non è scritta, è invisibile ma vale per tutti e chi non la rispetta beh…è meglio che la rispetti.

9. SILENZIO: il mondo chiede chiarezza, ma il mondo non sa che è nella segretezza, nel silenzio e nella capacità di manovrare nell’ombra che risiede il vero potere di Pechino e soci. C’è silenzio quando ci si chiede come siano possibili i record sospetti polverizzati dagli atleti cinesi alle Olimpiadi; c’è silenzio quando un monaco tibetano, l’ennesimo, si da fuoco per protesta nei confronti di un governo scomodo che tenta di rivendicare un territorio non suo basandosi su cartine del vecchio impero di 1000 anni fa; c’è silenzio quando ci si chiede perché ai tempi di Mao quasi 40 milioni di persone morirono e nessuno accusò mai questi crimini; c’è silenzio quando siedi in metrò, perché anche se il treno è pieno, nessuno parla e si resta isolati nelle cuffie dei propri iPhone; c’è silenzio quando passano gli scooter elettrici, passano in massa come al Tour de France non li senti arrivare; c’è silenzio alla cassa del McDonalds quando ordini un panino col suo nome e l’inserviente, non conoscendo l’inglese, non ti capisce; c’è silenzio quando tu occidentale attraversi le loro strade perché qua il diverso sei tu. Il silenzio non diventa solo terribile per le nostre orecchie ma anche per i nostri occhi. In Cina il silenzio lo vedi, lo percepisci. A svegliarti da questo incantesimo ci pensano i clacson delle automobili che suonano in continuazione. Nelle autoscuole è la prima cosa che insegnano.

10. INGANNO: cosa c’è in comune in Cina tra un monaco tibetano armato di palmare, tra un cellulare taroccato venduto nei sotterranei di una fermata del metrò, alcuni meccanici che mettono insieme moto e carretti mutandole in un’alternativa al taxi e il sosia cinese di Obama? Shanzahi. Viviamo in una società dove non si prende niente a cuore e quindi tutto è slegato da principii. Shanzahi è la parola che dimostra come austerità e spreco, progresso e passi indietro possano coesistere in un’unica entità. Come la società può progredire e regredire. Shanzahi è l’inganno, è la truffa, è quello che gli americani chiamano “fake”. E’ una forma di reazione verso le autorità locali e per autorità locali intendo i centri di potere, le autorità che esistono in una società, quelli più prevalenti, che rappresentano le idee più ortodosse e tradizionali, quelle autorizzate. Perciò Shanzhai è minimizzare le autorità, imitare le correnti in voga, riprodurle alla perfezione e prendere in giro e deridere tutto quanto viene imposto. Ormai ci sono perfino i vip Shanzhai, ovvero si cercano delle persone che assomigliano ai vip: i sosia sono ingaggiati poi per fare le pubblicità, così da una parte c’è un effetto pubblicitario per la star stessa, dall’altra c’è un pò di speculazione, a prezzi più bassi. La falsità non è più nelle parole, ma è nelle cose. Bisogna leggere, contemplare, ascoltare, imparare a fiutare l’odore del paese del Dragone: una mescola di polvere, di sintetico e di nuovo, che ti sorprende in una stanza o nell’uniforme di colui che ti passa  accanto. L’importante è tenere la mente occupata, e non cedere allo stupore. Ma è stupefacente, sorprendente, incredibile. L’estetica in Cina è consentita, la politica non più, o non ancora. La cultura è una seconda natura che riduce la passione, ma regala un certo stile: ieri alle Guardie Rosse, oggi ai nuovi ricchi, alla mafia. Nulla a che fare coi milionari petrolieri comunisti di Mosca: là ostentano, qui si limitano a mostrare ma a non fartelo vedere. Occhiali neri, lupetto nero, giacca di pelle nera.

La Cina è un foresta di eccezioni, che offre agli espatriati un’esperienza di colonialismo soft, fondato sulla abbondanza di mano d’opera. Guardaroba e garage, hotel e ristoranti, uffici o parcheggi: le porte si aprono, i cappotti scompaiono e riappaiono, guardie più o meno sorridenti scivolano ovunque come ombre. Questa Cina è eccitante, ma credo provvisoria. Il problema è che nessuno sa cosa succederà, e quando: la bomba è pronta ad esplodere, ma per molti è innocua e sepolta sotto metricubi di cemento armato. Così tutti cercano di divertirsi, fare affari, e non pensarci. Me ne accorgo io, se ne accorgeranno anche gli inglesi e i francesi, che adesso si fanno fotografare sul Bund col sigaro in bocca e le ragazzine sottobraccio, come se a Shanghai non fosse cambiato niente, come se i padroni fossero ancora loro, fossimo ancora noi. Mentre ad Ordos è cambiato tutto nel nulla. Shanghai, 19 milioni di abitanti, è una città scintillante e frenetica al protagonista di un rapido mutamento culturale. Pur non potendo competere con la storia epica di Pechino o con le magnifiche vedute di Xi’an, da quando le restrizioni commerciali sono state abolite, s’è rimboccata le maniche e ha riscritto da zero le sue regole, dando vita a una città nuova e frizzante, sofisticata e innovativa, con uno stile di vita che la vecchia Shanghai non aveva mai conosciuto. In soldoni: 265 grattacieli realizzati nell’arco di 30 anni e il più alto dell’Asia in arrivo nel 2014. Ordos, quasi un milione di abitanti, ma nonostante tutto una città fantasma.

Non è completamente spopolata, e il motivo per cui la chiamano fantasma non è causato da uno spopolamento o da un incidente nucleare come a Chernobyl, o Fukushima. Il motivo per cui risulta disabitata è dato dalla speculazione economica, quella che viene chiamata bolla immobiliare cinese. Ha un clima freddo, semi-arido, con inverni lunghi e molto secchi, ed estati molto calde ed umide. Come mai hanno costruito un quartiere, un’area enorme, per alloggiare circa due milioni di persone, che non sono mai arrivate? Siamo vicini alla Mongolia e in lingua mongola Ordos significa “palazzi”. Siamo forse di fronte ad un caso di nomen-omen metropolitano? O, per quanto la tiri, sai che la coperta e corta e stavolta si son scoperti i piedi? Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. Shanghai-Ordos: yin e yang.

Contare fino a dieci in Cina è difficile. Si fa anche con una mano sola. Descrivere questo paese in dieci parole ancor più difficile, ma tutto il resto lo si può immaginare. Tutto l’immaginabile qui può essere sognato ma anche il sogno più inaspettato è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. La Cina è come un sogno edificato da desideri e paure. Così migliaia di bambini nelle campagne remote intorno ignorano ancora il gioco del calcio, però sanno benissimo come si assembla un iPhone, Obama domina sorridente sui cartelloni pubblicitari di un’imitazione del BlackBerry, una gru si muove, gente si accalca per strada per stringere la mano a un sosia di Mao, passa una berlina nera coi vetri oscurati, un bambino fa la pipì dietro ad un cespuglio mentre una coppia di disoccupati si suicida perché non può comprare una banana al figlio.

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Tommaso Braglia, 24 anni, nato a Reggio Emilia, dove vivo e lavoro presso un’enoteca. Appassionato di biciclette a scatto fisso e letteratura sudamericana, mi considero una buona forchetta a cui piace viaggiare e scrivere. Così cerco di conciliare le tre cose quando posso girando un po’ per  il mondo. I miei ultimi due viaggi, in Marocco e in Cina, mi hanno stravolto la vita, tanto da metter in dubbio il fatidico “cosa voglio fare da grande?”. Risposta: “viaggiare, scrivere e mangiare”. Studio architettura a tempo perso al Politecnico di Milano.

  • Franco B.

    Caro Tommaso devo veramente farti i complimenti. Se le prime cinque parole erano azzeccate non trovo aggettivi per commentare le restanti cinque. Contare fino a dieci in Cina è difficile si lo confermo anche io, spero con tutto il cuore che questo sia l’ennesimo tentativo di far conoscere questo paese tanto bello quanto sconosciuto. Le parole che hai scelto ed usato mi hanno davvero fatto riaffiorare bellissimi ricordi e immagini. Grazie di cuore.