Com’è successo che il Lussemburgo è passato dall’essere uno stato minuscolo in un’area indefinita e indefinibile del centro Europa al diventare casa mia? È successo in modo inaspettato ma piuttosto semplice: ho inviato un curriculum a un’azienda, loro mi hanno fatto un paio di colloqui telefonici e poi hanno deciso di assumermi.

Così il 1 dicembre (mi piacciono gli inizi) ho fatto le valigie, ho preso un aereo giocattolo della Luxair – la compagnia di bandiera lussemburghese – e mi sono trasferita qui.

Dov'è il Lussemburgo?Il Lussemburgo, a quanto raccontano i miei, è stato parte dei nostri itinerari di viaggio estivi, itinerari che però nella mia memoria non hanno lasciato traccia, quindi, quando sono arrivata qui, del Lussemburgo non sapevo nulla, se non che un numero imprecisato di persone amavano descriverlo sui tanti forum di expat come il paese più deprimente d’Europa, se non del mondo.

La verità, a un mese dal mio arrivo, è che il Lussemburgo è solo e soltanto una cosa: piccolo. Assomiglia a un paesino (la popolazione della capitale è inferiore a quella di Cinisello Balsamo), i negozi chiudono alle 18 e di domenica i supermercati stanno aperti solo mezza giornata, ma attraversando le sue piazze di mattina presto per prendere il treno o di sera quando la gente esce dal lavoro e va ai mercatini di Natale per bere e chiacchierare e mangiare si possono sentire decine di lingue diverse: francese, tedesco, lussemburghese, per iniziare dalle lingue ufficiali del paese, ma anche italiano, inglese, giapponese, spagnolo e portoghese. Ci sono tanti indiani, qualche cinese, i danesi li ho come vicini di scrivania in ufficio e anche gli svedesi non mancano. Su una popolazione di circa 100mila abitanti, il 60% dei cittadini di Città del Lussemburgo è straniera. L’immigrazione non è un problema, una notizia ai giornali, un fenomeno: è un dato di fatto.

Nel suo essere così piccolo, il Lussemburgo ha carattere: puoi raggiungere qualsiasi posto in circa 20/30 minuti a piedi e nessun quartiere è mai troppo lontano per andare a berci una birra (consigliata la Okult, biologica). Di sera, le strade piene di frontaliers – i lavoratori che fanno i pendolari da Belgio, Francia e Germania – si svuotano, e così la città si trasforma in un luogo dall’atmosfera contemporaneamente post-apocalittica e aristocratica. Sì, perché quando Cinisello Balsamo d’estate si svuota rimangono solo i prefabbricati e i caseggiati popolari, qui la città conserva un’aurea nobile – dopotutto siamo in un Granducato dove si è celebrato un matrimonio reale giusto l’estate scorsa – e camminare tra le sue strade deserte vuol dire poter ammirare le torri, le casematte e i palazzi reali.

Le persone che ho conosciuto fino ad oggi si dividono tra chi adora questo posto e chi ci vive con la più grande insofferenza. Io, che sono nata e cresciuta a Milano, che ho studiato a Forlì e vissuto 6 mesi di amore sconfinato con e in e per la Nuova Zelanda, ho iniziato a pensare che il Lussemburgo è la migliore delle metafore sul come ognuno di noi affronta la propria vita: di cose da fare ce ne sono (date un occhio al programma di gennaio della cineteca nazionale, ingresso a 2.5 euro) e di posti da vedere anche, ma non sono né concentrati né pubblicizzati tanto da attirare l’attenzione di chi le cose non è abituato a cercarsele. Se arrivi in Lussemburgo e ti aspetti che la vita ti sbatta contro, forse avresti dovuto trasferirti a Londra, a Madrid o a New York. Se arrivi qui con la curiosità e la voglia di scavare, nelle prime tre settimane: vedrai concerti al Den Atelier, mercatini vintage alle Carré Rotondes, berrai birra al Soul Kitchen e spritz al Bouneweger Stuff (che sul retro ha una pista da bowling), camminerai nei boschi coperti di neve assieme a un misto di pensionati e giovani appassionati di trekking, mangerai dolci bio al Konrad, sfoglierai libri alla Libreria Italiana e andrai a correre tra i quartieri di Grund, Clausen e Belair.

Il Bouneweger Stuff e la sua pista da bowling

C’è, in questo Lussemburgo che sto imparando a conoscere, la capacità di obbligarti a mettere il naso fuori di casa e dentro cinema, musei, bar e ristoranti per sopravvivere al clima che, quello sì, è difficile da sopportare, con le nuvole pesanti, il cielo quasi sempre grigio e la pioggia che minaccia la città dall’alto.

La parte più difficile non è né trovare lavoro né conoscere persone, la parte più difficile è trovare casa, una casa che sia decente e a un prezzo non esorbitante. Gli affitti superano non di poco quelli di Milano e di Roma (le camere singole vanno dai 500 ai 1000 euro al mese, i monolocali dai 700 ai 1200, gli appartamenti oltre i 1000, e di molto) e le agenzie immobiliari chiedono depositi e commissioni parecchio elevate. La soluzione è rivolgersi a siti come appartager.lu e lesfrontaliers.lu, evitando craigslist. I siti principali per la ricerca di case tramite agenzie sono athome.lu, immostar.lu e immotop.lu. La cosa più buffa è che, se a distanza di un mese non ho ancora trovato la mia sistemazione definitiva, i due appartamenti dove sono stata finora si sono trasformati in due case vere e proprie, che mi fanno storcere il naso davanti a chi dice che i lussemburghesi non si incontrano mai e quando li incontri sono scontrosi.

Forse il grado di accoglienza di un luogo dipende dal nostro grado di apertura. Forse mi sento così tanto a casa qui, contrariamente ai tanti pareri che ho sentito, perché quando sono arrivata ero in cerca di una casa e di un luogo che mi accettasse. La conclusione in entrambi i casi è la stessa: il Lussemburgo esiste, e non è come ve lo immaginate.

Nelle prossime settimane cercheremo di raccontarvi com’è.

(ps. moien in lussemburghese vuol dire buongiorno)