lamaleraSono atterrato da poche ore, è notte.

Nella sala dell’ostello di Giacarta non c’è nessuno tranne me. Il caldo appiccicaticcio si fa sentire. Mi sento irrequieto, il mio viaggio è appena iniziato e non so dove andare. È tutto improvvisato, tutto deciso all’ultimo minuto. Mi avvicino a una mappa dell’Indonesia illuminata da un neon, guardo le 16000 isole e come in un sogno immagino paradisi e inferni di etnie mescolate tra loro. La mia confusione aumenta. Dove andare? Papua, scartata già dall’Italia, troppi soldi per un altro volo. Sulawesi, mi piace la sua forma particolare, mi ricorda un alieno. Le isole Banda, belle, ma forse troppo lontane per uno disorganizzato come me. Mi voglio muovere con mezzi di trasporto locali, alternare carrette terrestri a carrette acquatiche. A un tratto il mio dito inizia a seguire il cordone di isole che si muove da Java, verso est fino a Timor. Mi stendo sul divano e uccido due zanzare con la racchetta elettrica. Inizio a parlare con qualche ospite rivolgendo qualche domanda di rito sui posti visitati. Ma la decisione è presa: si va verso est. Mi ci vogliono un bel po’ di giorni per vedere i vulcani di Java, annusare Bali e scappare via, divertirmi con i sasak di Lombok, viaggiare in barca per toccare Komodo e arrivare a Flores. Ma qualcosa di strano è successo, sento parlare di Lamalera. Un posto, proprio lì, nel Pacifico meridionale, dove si cacciano i capodogli come ai tempi di Melville.

Da quel momento in poi, quell’isola primitiva ha esercitato su di me un’attrazione magnetica generando un prepotente desiderio di arrivare lì. Dal Kelimutu, il vulcano con tre profondi laghi vulcanici di differenti colori, così densi da  sembrare pieni di pittura, viaggio due giorni di fila senza fermarmi, con mezzi scomodi e gente gioviale. L’imbarcazione, quella che va da Larantuka a Lewoleba, nell’arcipelago di Solor, è un traghetto di legno, stipato di persone e motorini. Partenza ore 8.

L’aria è calda, la vedo immobile come le tante persone che ci aspettano sulla banchina. Si scende. Pensavo di trovare qualcuno che mi raccattasse e mi portasse fino a Lamalera, ma stranamente non c’è nessuno. Non tanti viaggiatori arrivano qui. Mi avvio zaino in spalla e passo svelto sotto il sole rovente, chiedo e cerco di capire come funziona. Arrivo in un piazzale ombreggiato dove stazionano alcuni camion. Bastano tre mosse per trovarsi automaticamente sul mezzo giusto: sguardo dritto, cenno con la testa e nome del posto, funziona sempre. A Lamalera ci si arriva percorrendo per 4 ore una strada sconnessa e con buche enormi. L’atmosfera sul camion è bella. C’è posto per tutti e tutto, compresi i durian talmente putrescenti da dare il voltastomaco, poi se non trovi spazio ti puoi sempre mettere sul tetto. Le due casse da 80 watt pompano un mix tra musica dance e tradizione. Il volume della musica non dà fastidio ai ragazzi, intenti a mettersi in mostra alla vista di uno straniero, ma non riesco a capire come possano resistere gli anziani. Ci sono famiglie intere che si spostano e con il passare del tempo il camion si riempie.

Arrivati a Lamalera, vado a dormire nell’unica sistemazione del villaggio. Non è un granché ma non mi aspetto nulla, la formula è quella della pensione completa, non ci sono altri bar e ristoranti. Dopo un po’ mi ambiento e vado in spiaggia. È già il tramonto. Capisco subito che per gli abitanti di Lamalera, l’Indonesia è un concetto senza significato, il loro mondo è il mare. Fuori dalle case, su strutture di legno, ci sono pezzi di carne messi a essiccare. Sulla spiaggia vedo dei ragazzi che giocano e fanno salti morbidi, su una superficie scura che inizialmente sembra fatta di scogli. Mi avvicino e vedo il corpo di un enorme capodoglio disteso sulla sabbia.

lamaleraPer un momento sono rimasto immobile ad ammirare quel portento della natura, quasi dimenticando ogni pensiero riguardo la morte di un essere vivente. Un animale misterioso che si spinge negli abissi, fino a 3000 metri di profondità, per procurarsi il cibo. Lo osservo, cerco di capire dove è il volto, ma vedo solo una vasta sagoma scura, di un colore metallico. È un pesce enorme, con un testone pari a un terzo della lunghezza del corpo, il muso rigonfio, la bocca immensa armata di denti di forma conica e ricurvi all’indentro e il dorso coperto di gibbosità più o meno grandi. È lungo diciassette o diciotto metri, una enorme massa che promette tonnellate di olio, carne per tutto il villaggio e fiumi di quel prezioso liquido conosciuto col nome di bianco di balena (spermaceti) che porta nella testa. I ragazzini sono felici, continuano a saltellare morbidamente sul suo corpo, prima che il sole sprofondi definitivamente in mare.

Il termine “capodoglio” deriva da “capo d’olio” e trae origine dalla sostanza oleo-cerosa presente nel loro cranio. È senza dubbio il più grande animale vivente munito di denti, con il cervello più grande di ogni creatura della Terra. Gli abissi sono la sua dimora. Trascorre la sua esistenza a 2 km di profondità, emergendo solo per respirare. Si immerge in profondità, trattenendo il respiro per più di 2 ore, rallentando il suo cuore fino a una pulsazione a minuto. Ha degli organi che si occupano della sua galleggiabilità durante le immersioni. Prima di immergersi, l’acqua fredda viene trasportata attraverso quest’organo e la cera si solidifica. L’innalzamento della densità specifica genera una spinta verso il basso (equivalente approssimativamente a 40 kg) e consente alla balena di inabissarsi senza sforzo. Quando caccia in profondità (a un massimo di 3000 m) l’ossigeno immagazzinato viene consumato e il calore in eccesso scioglie lo spermaceti. Ora solamente le forze idrodinamiche (sostenute dal nuoto) lamaleramantengono la balena in profondità, prima che riemerga senza sforzo. Per sopravvivere ha la necessità di mangiare più di 1000kg di pesce al giorno. È la balena più ricercata, visto che più di un terzo del corpo dell’animale è costituito da grasso. È un gigante, è il re dei mari più profondi, il più grande predatore mai apparso sul pianeta. Il fatto che gli uomini di Lamalera continuano a cacciare le balene “con le mani” senza l’utilizzo di armi, sottolinea non solo che la lotta è alla pari, ma è una battaglia in cui il capodoglio può addirittura considerarsi avvantaggiato. È facile conoscere a Lamalera pescatori senza un braccio oppure senza una gamba. Questi pescatori portano con estrema dignità i segni della battaglia e sono estremamente rispettati dalla comunità. Gli uomini di Lamalera cacciano solo balene dotate di denti, per lo più, capodogli e orche. Le altre specie sono considerate sacre in quanto è leggenda che il primo clan giunto a Lamalera l’abbia fatto sul dorso di una balena. Non ci sono attracchi per le barche, così prendere il mare rimane una impresa ardua. La stagione della caccia va da maggio a ottobre. A prima vista le barche appaiono improbabili, la loro abilità a solcare i mari sembra avere del miracoloso. Gli arpioni vengono affilati con pietre e le dimensioni variano a seconda della preda: mante, delfini, orche, squali e capodogli. L’arpionista tiene con le mani l’asta in bamboo, la solleva ed è talmente lunga che vibra e si flette in aria. Prende la mira e si lancia con tutto il suo corpo e l’arpione in mare, il capodoglio ferito inizia a nuotare veloce e in profondità e scompare. L’arpionista nuota a grandi bracciate verso la barca e viene tirato su, intanto la corda cui è legato l’arpione viene tenuta da tutto l’equipaggio. Quando i pescatori portano il capodoglio a riva, tutto il villaggio scende in spiaggia. È proprio quello che è accaduto quel giorno. L’indomani sarebbe iniziata una festa a lungo desiderata – da maggio ad agosto gli abitanti di Lamalera avevano pescato solo sei balene.

lamaleraIl giorno dopo alle 6 sono già in spiaggia, con il presentimento che di buon mattino accadrà qualcosa. Vedo sbucare dalle capanne i cacciatori con dei lunghi coltelli che affilano su una piccola pietra che ciascuno regge con l’altra mano. La gente aumenta e aumenta la concitazione attorno alla balena. Subito dopo il primo taglio, all’altezza della pancia, si sente l’urlo dell’aria che si fà strada tra le carni e fuoriesce dalla prima ferita inferta. Da quel momento in poi è tutto un tagliare. Il sangue è ovunque. Dell’animale non viene scartato nulla ed è per questo che in indonesiano viene chiamato ikan paus, “pesce patriarca”. Mi faccio strada tra i pescatori per fotografare tutto quello che mi passa per la mente: budella, sangue, coltelli, facce. Sono molto rilassati, c’è aria di festa. Divento amico di Bartolomeus, nelle pause è il mio compagno di sigaretta, anche perché me le scrocca in continuazione. Quando entro, per modo di dire, in confidenza con lui, gli chiedo di presentarmi l’arpionista e l’equipaggio che aveva catturato il capodoglio. Non si fa problemi a introdurmi con un largo sorriso a Stefanus (l’arpionista), Carlos e gli altri. Stefanus mi prende in simpatia, è stato suo il compito più pericoloso, quello del “Lamafa” cioè del ramponiere. E’ rimasto in equilibrio a piedi nudi, sul legno bagnato, su una stretta piattaforma a prua dell’imbarcazione e da lì, si è lanciato conficcando l’arpione nel corpo dell’animale, sfruttando la spinta del tuffo per imprimere maggiore forza al colpo. Dopo che dell’animale è rimasta solo la carcassa, ci mettiamo seduti  in cerchio sulla spiaggia e Stefanus inizia la distribuzione della carne fra l’equipaggio, i proprietari della barca e chi si è occupato della sua costruzione. È l’ultimo passaggio di una lunga giornata, la cerimonia della divisione è un elaborato rituale, dove l’arpionista e la ciurma prendono le parti migliori. Le altre parti vengono poi date alle famiglie dei parenti dei componenti dell’equipaggio e agli altri membri del villaggio. Alla fine, della balena non rimane nulla, è stato distribuito tutto, fino all’ultima goccia di sangue e di midollo, incluso il prezioso spermaceti, la sostanza untuosa che riempie l’enorme testa dell’animale.

Le donne lavano i pezzi di carne a riva per pulirli dalla sabbia e li riportano a casa, dove vengono appesi a palizzate di legno per essiccarli al sole. Le griglie di legno contengono differenti pezzi di carne a vari stadi di essicazione. Nella parte sottostante il grasso del capodoglio, vengono posizionate delle piccole canaline di bamboo in maniera tale da raccogliere l’olio in bottiglie di plastica. Questo olio viene utilizzato per le lampade del villaggio, visto che nel villaggio non c’è ancora l’elettricità. Aiuto Stefanus a portare a casa i suoi pezzi di carne, imbastendo strambe conversazioni grazie ai suoi rudimenti di inglese e al mio livello primitivo di bahasa indonesia. La sera mi invita a casa sua ed è la prima di una serie di notti indimenticabili, passate nel suo piccolo giardino, bevendo tuak (distillato di palma) e ascoltando i racconti suoi e degli amici, tutti incentrati sulla caccia alla balena. Sembra di rivivere le avventure del capitano Akab.

Mi spiegano che, quando all’orizzonte appare lo sbuffo di un capodoglio, i pescatori urlano “Baleo! Baleo!”. 
La gente lo ripete a squarciagola per darsi forza e coraggio mentre le barche vengono spinte in mare. I rematori cominciano a pagaiare forte, il timoniere incita i marinai, prestando orecchio alle indicazioni della vedetta. A prua, il ramponiere prepara il suo arpione di bambù e si tiene pronto a gettarsi sul cetaceo con tutto il peso del suo corpo per far penetrare in profondità l’asta mentre il mare si tinge di rosso e l’equipaggio colpisce con coltelli e machete l’animale per fiaccarne la resistenza. Una battuta di caccia può durare anche una intera giornata e trascinare la barca a molte miglia dalla costa.

Mi raccontano che un po’ di anni fa un capodoglio li aveva trascinati per 4 giorni fino alle coste dell’Australia. Il tuak scorre a fiumi e la serata va avanti in maniera piacevole tra risate e sfottò, discorsi sull’economia, sui figli, la scuola e alcuni aneddoti sul padrone della pensione (odiato da me e da tutti). A un certo punto, chiedo se posso allenarmi con lui per diventare il primo ramponiere italiano, scoppiano tutti a ridere e lui mi abbraccia,  dicendomi che sono già uno di loro. Il giorno dopo mi chiede di accompagnare la moglie al mercato di Wulandoni, un villaggio a 7 km di distanza, dove le donne di Lamalera portano con sè la carne essiccata per scambiarla con riso, granoturco, vegetali, frutta. È un mercato del baratto: non c’è scambio di soldi ma solo di prodotti. Pochi chili di carne di capodoglio possono valere una ventina di chili di riso o grano.

lamaleraLa giornata del cacciatore inizia prima dell’alba. Da Lamalera A e B, i due villaggi separati da una ripida collina, inizia una processione informale. Gli uomini avvolti nei sarong raggiungono la spiaggia, posizionandosi all’interno della capanna costruita per riparare l’imbarcazione di famiglia utilizzata per la caccia. Li ho contati: ci sono circa 27 “garage” sul piccolo lembo di spiaggia. Se “balenieri ecologici” vi pare un ossimoro, considerate che per questa gente, il capodoglio, rimane l’unica fonte di nutrimento. Una balena può sfamare l’intero villaggio per due mesi. Il terreno di origine vulcanica di questa zona non è adatto all’agricoltura e la caccia alla balena è l’unica soluzione possibile alla carenza di cibo. Anche se non vengono catturate più di 10 balene l’anno, la loro carne costituisce l’unica ancora di salvezza. La stessa Greenpeace ha definito assolutamente ininfluente ai fini della conservazione della specie quei 10 o al massimo 15 capodogli che i balenieri di Lamalera riescono ad arpionare in un anno e che danno sostentamento a tutto il villaggio. Il capodoglio è protetto praticamente in tutto il mondo, anche se non è in imminente pericolo perché i pescatori non catturano le creature degli abissi di cui si nutrono i capodogli e il mare profondo è probabilmente più resistente all’inquinamento degli strati superficiali.

Gli abitanti di Lamalera cacciano solo gli animali che possono scorgere con i propri occhi. Il loro modo di vivere non è cambiato da centinaia di anni – un gruppo di abili pescatori che utilizzano esclusivamente i propri corpi e il proprio coraggio per cacciare capodogli di 20 metri di lunghezza e fornire abbastanza cibo al loro intero villaggio. Questo tipo di pesca ancestrale, che ha la forma di un rituale ricco di superstizione e sacralità, rimane da secoli sostanzialmente immutato e si tramanda di generazione in generazione, di padre in figlio da quasi seicento anni. Arrivare a Lamalera e vivere assieme ai balenieri, mi ha permesso di assaporare la battaglia disperata e autentica che spesso l’uomo effettua nei confronti delle forze della natura. Anche se con il passare degli anni, la distruttrice volontà di onnipotenza dell’umanità, incapace di accettare un ruolo secondario, sembra in alcuni casi avere il sopravvento sulla forza, lenta e inesorabile, della natura. Il capodoglio e il risultato incerto della caccia diventano come un’allegoria e un monito, un simbolo dell’incomprensibilità del creato, velato addirittura di malvagio, tema tra l’altro piuttosto ricorrente nelle pagine dell’epico libro di Melville. L’uomo non è il centro della natura, che esiste ed esisterà da prima e oltre l’uomo, ma una creatura che deve imparare a integrarsi con l’ambiente per garantirsi la sopravvivenza. È questa la vita dei balenieri di Lamalera.

Alberto Fiore, nato a Napoli, ho una laurea in ingegneria e lavoro in un grande ospedale romano. Bevo poca acqua, vado in moto e in bici, mi piace stare in mezzo alla gente e ogni tanto faccio anche altre cose. Viaggio tanto, quasi sempre da solo, e non sempre ho chiaro il motivo del viaggio, che spesso apprendo cammin facendo.

Le foto dell’articolo sono di alberto fiore.

La foto in homepage è di Adrian Midgley, pubblicata su licenza CC.

  • Marypinks

    Grande Alberto, leggere della tua esperienza prima della partenza in Indonesia e poi anche a Lamalera mi ha reso il materiale di viaggio davvero prezioso. GRAZIE Marypink..viaggiatrice gioiosa

  • bella storia , bel viaggio. Bravo Alberto.

  • bella storia , bel viaggio. Bravo Alberto.

  • eleonora caturegli

    Bello! interessante e vivo, darò il link agli amici.
    complimenti, eleonora caturegli

  • meraviglioso articolo