A differenza dei cimiteri europei, in quelli della Terra del Fuoco la vita fiorisce sia d’estate che d’inverno, sopra e sotto la terra. Si possono considerare l’archivio storico della città, ma anche luoghi dove la vita e la morte dialogano più intensamente. Di tutte le città dell’Isola Grande (così viene chiamata la Terra del Fuoco) , Ushuaia, Rio Grande, Porvenir, quello di Punta Arenas è il più bello. Non solo per gli ampi viali segnati da cipressi bombati o per la scenografia naturale che lo circonda, e neppure per le numerose leggende di cui mena vanto ( ad esempio quello della nobildonna russa Sara Braun che di notte accompagna, con il suo corpo di mummia intatto, i taxi in giro per la città) ma perché è un cimitero di pionieri e i pionieri vissero così intensamente il loro tempo, che i loro giorni continuano a fiorire ancora sotto i nostri occhi.

Appena all’ingresso, di fronte alla cappella della FRATERNITA ITALIANA (dove riposano i primi nostri emigranti) vi è quella della famiglia Grimaldi dove riposa  il Trovatore della Patagonia, il poeta José Grimaldi Accotto. Il quale, anche se figlio d’italiani, è considerato il poeta nazionale della Terra del Fuoco. Dopo aver sentito recitare qualche giorno prima dall’autista della ditta Autobuses Pacheco la poesia El ovejero de mi tierra (ritenuta l’emblema della magallanidad) avevo scoperto che suo padre era di origine piemontese del comune di Masio, venti chilometri da Alessandria. Quando il padre partì dall’Italia, agli inizi del secolo XX, Masio aveva 3.040 abitanti, oggi ne ha la metà. Il paesello medioevale ha come insegna una torre di 27 metri ed era famoso perché aveva un traghetto che permetteva di attraversare il fiume Tanaro. Il padre era arrivato a Punta Arenas nel 1911, dopo un’esperienza in Argentina, con la giovane moglie che faceva di cognome Accotto, un cognome che non si trova più in nessuna regione d’Italia. Un fiume aveva lasciato al paese d’origine, un braccio di mare aveva trovato al luogo d’elezione, un piccolo traghetto aveva lasciato al paese, un grande traghetto aveva trovato nella Terra del Fuoco. Perchè Punta Arenas è collegato alla Terra del Fuoco proprio da un traghetto, una barcaza in spagnolo, parola che a me fa venire in mente il monumento “la barcaccia”, quella barca di marmo piena d’acqua che si trova ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti a Piazza di Spagna, a Roma.

Ai primi di gennaio  2010, 20 ore di luce e quattro di buio, ero davanti alla tomba di Grimaldi. Moltissime impronte per terra, si avvicinava il 27 gennaio anniversario della morte, e in Cile i compleanni della nascita e della morte vengono rispettati al minuto. Su una parete laterale due epitaffi. Quello dedicato al padre e quello a se stesso. Il primo faceva capire che il padre non era stato un animale sbandato venuto a morire dove capitava:

Ho conquistato la stima di tutti gli uomini
Ad ogni terra ho strappato i suoi frutti
Il sudore ha sempre imperlato la mia fronte
E il pane che ho mangiato mi è sempre piaciuto

José Grimaldi Piacenza 1882 – 1960

Il secondo, dedicato a se stesso, era più impegnativo:

Sono vissuto nel tuo amore, mia amata Punta Arenas,
il lungo tempo che rallegrò la mia vita
Oggi sono dentro di te più terra della terra
e ti canta il mio silenzio ogni giorno.

José Grimaldi Accotto 1911 – 1992

Sono rimasto incantato dal rispetto verso il padre e dalle parole dedicate a se stesso. Non tanto l’ultimo verso e ti canta il mio silenzio ogni giorno, perché di silenzi canterini ne ho sentiti parecchi, ma il penultimo verso: Oggi sono dentro di te più terra della terra era bellissimo. C’era voluta tutta una vita per dare un senso a quelle parole. Nascondevano un grande narcisismo, viaggi lunghissimi, ma sopratutto la capacità della sua anima di morire insieme al corpo, come maschio e femmina abbracciati nella stessa tomba. Quando morì, in quel momento, nacque davvero José Grimaldi Accotto il poeta nazionale della Terra del Fuoco. Sul mio quaderno scrissi queste riflessioni:

Terra pellegrina. La patria non inizia nel luogo dove sei nato ma dove scegli di finire la vita. La patria è la fine del viaggio. Suo padre era nato in Italia, lui è morto a Punta Arenas. Qui ha incontrato una patria perenne, appena il corpo si è dissolto nella terra. Le radici dei pionieri non si trovano nel passato ma nel futuro, le radici di questi alberi sono fatte di rami che fioriscono, non si trovano sotto terra ma alla luce del sole, nel cielo azzurro. Il corpo è Ulisse, la terra immobile è Penelope, il risultato è un nuovo viaggio fatto di parole chiuse nel vocabolario del tempo“.

Cominciai a girovagare, attraversando i viali segnati da spettacolari cipressi bombati. Dappertutto brandelli d’Europa in presuntuose costruzioni di marmo modellato su architetture imperiali. Grandi mausolei come quello Croata, poi il Mausoleo alla famiglia Montes, quello di ispirazione russo dedicato a Sara Braun, a José Menendez il re pastore, sulla facciata la testa di una pecora e il profilo di una nave ( Ganaderia y Navegación). La Grotta della Vergine di Lourdes, una piramide egiziana, colonne spezzate, angeli dolenti. Una bellissima lapide nera con il profilo di una nave a vela dedicata alla misteriosa memoria di Frieda Lange e molte altre tombe ancora più piccole, anonime, sotto le quali giacevano croati, francesi, inglesi, tedeschi italiani, pionieri della vita e della morte.

A ricordare che lo stretto non è solo terra d’immigrazione ma anche di conquista, tombe delimitate da proiettili ricordavano i guerrieri del mare venuti ad azzuffarsi fin quaggiù. Come i marinai tedeschi del Dresden, che combatterono contro gli inglesi per la conquista delle Malvinas nel 1916 oppure i marinai della cannoniera britannica Dottorel saltata in aria il 26 aprile 1881 perché qualcuno accese una sigaretta nella sentina e il gas accumulato si trasformò in detonatore della Santa Barbara e morirono tutti, 210 marinai.

Inutile dire che le più sincere erano quelle d’ispirazione popolare. Una tomba mostrava un grande orologio con le lancette poste alle ore 16.30 e scritto in grande Hora fatal, un’altra sembrava la vetrina di un negozio di giocattoli per l’infanzia con una grande quantità di bambole e bambolotti, poi foto di uomini con gli occhi sgranati due volte, per il flash della foto prima e per lo sgomento di aver visto la morte in faccia dopo, e ancora angeli minuti che ricordavano come li giacesse un bambino e che i genitori avevano a casa una stanza piena di dolore che lo aspettava. Un’altra tomba aveva un praticello di fiori di plastica ed un’altra di fiori veri ma secchi; e poi tombe nude, senza croci, per qualche marinaio annegato, ma anche semplici lastre di marmo bianche come cuscino della morte.

Poi andai a cercare la tomba dell’Indio desconocido, in fondo a sinistra, vicino all’uscita laterale. Non vi era nessuna tomba, perché i resti degli indios sono disseminati dappertutto nell’Isola Grande, solo a Puerto Williams vi è un vero e proprio luogo sacro dedicato agli indios yamanas. Qui si trova la brutta statua di un giovane nudo con un stoffa sulle reni, fatta di cemento dipinto di un grigio verdastro. La statua si trova in mezzo a un anfiteatro sulle cui pareti vi sono murati centinaia di ex voto in cui si ringrazia l’indio per grazia ricevuta. I discendenti di quelli che avevano sterminato gli indios, chiedevano a lui di avere pietà delle loro vite. Facesse loro quelle grazie che essi non avevano mai ricevuto, nè dai cileni nè dagli argentini.

La scritta in bronzo, opera di Grimaldi, ai piedi della statua diceva:

Llegó desde las brumas de la duda histórica y geográfica, yace aquí cobijado en el patrio amor de la chilenidad. Eternamente” (Uscito dalle brume misteriose della storia e della geografia, riposa qui coperto dall’amor patrio cileno. Eternamente).

Anche questi versi erano belli, ma pieni di storia ufficiale. Come ogni cileno o argentino che abita nella Terra del Fuoco, anche l’italiano Giuseppe Grimaldi Accotto aveva un problema irrisolto con il mondo indio. Il vero protagonista dimenticato della fine del mondo.

EL OVEJERO DE MI TIERRA  – Il pecoraio della Terra del Fuoco

Non è il gaucho della pampa/ né il cow-boy della prateria
Non è el huaso, né el charro/ el ovejero de mi tierra.
È il simbolo vivente/ dello sforzo e la pazienza,
contro il vento che lo sfregia/ e il silenzio che lo opprime.

Inarcato sul cavallo/ senza armi alla cintura

resta immobile alla grandine/ ed al freddo che lo uccide.
Va tenace dietro il gregge/ un mare di lana nella pianura.
Ed al suo magico fischio / accorre sempre il cane pastore.

Io lo ho visto molti giorni/ continuare il suo lavoro
Io lo ho visto molte notti/ incantarsi con le stelle.

Solitario e pensieroso/ sempre dietro le sue pecore
È un re senza un trono fisso/ el ovejero de mi tierra.

(traduzione di Nicola Bottiglieri)

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Nicola Bottiglieri insegna letteratura ispanoamericana all’Università di Cassino. Si è occupato di viaggi reali e immaginari nell’Oceano Atlantico e ha scritto Le case di Neruda, il romanzo Afrore eTristissimi Tropici. L’ultima sua opera narrativa è l’ebook A sud del sud, quasi fuori della carata geografica, viaggio dall’Italia nella Terra del Fuoco, fino a Capo Horn, per recitare la poesia l’Infinito di Leopardi, l’unico luogo dove la parola infinito ha davvero un senso. La scelta di pubblicare un ebook dipende dalla convinzione per cui oramai i libri di viaggio devono viaggiare nella rete.

La foto in alto e in homepage è stata scattata al cimitero di Punta Arenas da Catarina Olavarria.

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  • Mario Brigando

    Sono emozionato.
    José Grimaldi era molto amico di mio padre, lo ricordo declamare le sue poesie ed inventarne altre che ha portato via IL vento.
    Nel mausoleo della Fratellanza italiana riposa anche mio padre.
    Senza saperlo gli hai portato un saluto anche da parte mia.
    Un abrazo.

  • N icola Bottiglieri

    Caro amico, nel giugno del 2011 ho organizzato nel Castello di Gaeta una mostra dedicato all’assedio delle truppe di Cialdini ai re di Napoli. Il famoso assedio di Gaeta che finisce il 17 marzo 1861. E” stata l’unica mostra fatta in Italia dedicata i vinti. Inoltre sono di Salerno e mi piace il sud, ma sopratutto il sud del sud. Nicola Bottiglieri

  • Giovanna Lucci

    bellissimo e intenso come tutto, ma hai mai pensato a  visitare e piangere sui luoghi dove i savoia hanno sterminato tanti dissidenti contrari all loro unità d’italia? sono secoli che non ci vediamo tu sei rimasto con l’animo in sud america io ho cominciato a guardarmi intorno e sono arrivata alla conclusione che troppe volte non vediemo ciò che ci circonda. Tu sapresti dirmi perché? Giovanna Lucci