C’é chi si mette in viaggio per curiositá, chi per amore, chi invece per voglia di libertá. Ció che mi spinge a viaggiare é il desiderio di scoprire, la voglia di cercare e la consapevolezza che non sempre si possa trovare qualcosa. Stavolta quello che mi ha portata fino in Ecuador é stato invece un motivo ben diverso; uno stage presso la Societá Dante Alighieri di Quito. Tutto ebbe inizio intorno a maggio 2012 quando, esasperata dagli esami universitari, dai tagli all’educazione e da qualche storia d’amore finita male, iniziai a mandare curriculum vitae a destra e a manca per potermene andare al piú presto dall’Italia. Fu cosí che un bel giorno ricevetti una email di risposta dall’Istituto Dante della capitale ecuatoriana, tra l’altro uno dei tra i pochi ad avermi almeno risposto! Ed ecco che si prospetta una luce nuova, un aria di cambiamento, un’occasione dal continente che amo di piú; l’America Latina. Il mio non sarebbe stato un vero e proprio viaggio, dato che il motivo principale della permanenza in Ecuador era un tirocinio, ma infondo sapevo che in realtá altro non sarebbe stato che una scusa per volare in Ecuador e viaggiare veramente, approfittando del fatto che, diversamente da un normale viaggio, questo sarebbe durato ben tre mesi e di tempo per avventurarsi ce ne sarebbe stato! Fin dal mio arrivo ho desiderato assaporare ogni momento di quell’esperienza e riuscire ad alternare lo stage alla scoperta, sgattaiolare via dall’ufficio e mettermi in strada, toccare quel Paese con le mie mani, viverlo. Non avendo mai visitato prima l’Ecuador non sapevo bene cosa aspettarmi, ma fin dal subito é stato evidente che mi trovassi in un posto molto diverso dagli altri paesi dell’America Latina. Avevo giá trascorso del tempo in Brasile e in Messico ma questo paese mi appariva fin da subito distinto. Non c’era il solito caos delle metropoli latinoamericane, né l’avvolgerti del calore umido misto a polvere, ma una strana calma e silenzio aleggiavano. Mi hanno colpita immediatamente gli sguardi delle persone i loro occhi cosí neri e profondi, la pelle olivastra e le guance bruciate dal sole equatoriale, i colori delle vesti delle donne andine. Non ho sentito quel calore della gente del sud che si é soliti provare, ma piuttosto sguardi curiosi e diffidenti che si posavano su di me. Gli indigeni (che dopo ho scoperto chiamarsi quichua), attendevano i viaggiatori fin dall’uscita dell’aeroporto Mariscal Sucre, dando il loro benvenuto timido ma profondo nella loro terra impervia, le Ande. Da settembre a dicembre ho vissuto a Quito, capitale dell’Ecuador e seconda città piú alta dell’America Latina, dopo La Paz in Bolivia. Mentirei se dicessi di aver conosciuto l’intero Paese in soli tre mesi  ma la cosa piú bella era trovarmi in un luogo in fondo cosí poco conosciuto ed averlo tutto a mia disposizione. Cosa si sa dell’Ecuador? Cosa si sa di Quito o dei quichua? Forse si conoscono le Galapagos e magari che il Paese é attraversato dall’ecuatore? Ma cos’altro? Mi sono ripromessa che contemporaneamente alla mia esperienza d’insegnamento dell’italiano alla Dante sarei andata alla scoperta dell’Ecuador a cominciare da Quito, chiaramente.

Quito.

Trovandosi a circa 2800 metri ci sono due cose che mi hanno subito colpita; la prima, la stanchezza data dall’altitudine e la seconda la potenza del sole. I primi giorni la mancanza di ossigeno era evidente ma col passare del tempo ci ho fatto l’abitudine, mentre per quanto riguarda il sole beh…diciamo che ho imparato che all’Equatore non c’è il passare delle stagioni come nelle zone emisferiche ma l’alternanza di stagione umida e secca. Al mattino le giornate erano soleggiate e limpide ma al pomeriggio cadevano piogge torrenziali e la temperatura calava fino a 5 gradi! La domenica a Quito il traffico é limitato in quasi tutto il centro ed é abitudine quiteña fare lunghe passeggiate a piedi o in bicicletta con la famiglia, specialmente se il tempo lo permette. Il centro storico é stato riconosciuta patrimonio dell’Unesco da alcuni anni ed é caratterizzato da abitazioni basse e colorate, chiesette di un bianco candido e piazze ampie decorate di rose. Da lí si puó vedere chiaramente il simbolo della cittá; il Panecillo (piccola pagnotta). É una morbida collina che si erge sul vivace quartiere della Ronda sulla cui cima é eretta la statua della Vergine alata di Quito. Non essendo molto grande mi piaceva passeggiare a piedi e una delle prime cose che ho visitato é stata la Cattedrale o Basilica di San Blas. Una domenica si era radunata una moltitudine di persone, quindi incuriosita dalla folla sono entrata. L’edificio era maestoso, ricco di rosoni e vetrate coloratissime. All’interno c’erano centinaia di persone e si snodava una lunghissima fila di fedeli. All’inizio ho pensato fossero spettatori della messa ma poi mi sono resa conto che quella coda culminava in una stanza nel retro della chiesa. Seguendola incuriosita ho domandato a un poliziotto dove portasse e lui, con tono ovvio mi ha risposto: “É la devozione signorina, la fede porta la gente ad ammirare la Vergine di Guadalupe”. Il dipinto della vergine, patrona e regina del continente americano, proprio quel giorno era stato portato alla cattedrale di San Blas dal Messico. Quella domenica data la fila, non ho osato avvicinarmi, ma qualche tempo piú tardi avrei avuto la fortuna di vederla in tutto il suo splendore.

La Costa del Pacifico.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAHo preso un autobus di venerdí sera per raggiungere  Manta il mattino seguente. Lo sbalzo di temperatura e di altitudine é stato forte; passare da 15 gradi e quasi 3000 metri a 30 gradi sul livello del mare é come addormentarsi in cima al Monte Rosa e svegliarsi sulla spiaggia di Mondello! Da Manta, che é la capitale della regione di Manabí, ho preso un altro autobus per raggiungere Puerto Lopez una località famosa per l’avvistamento delle balene che si trova all’interno del Parco Nazionale della Machalilla. Puerto Lopez é il tipico paesino di pescatori; casette in bambú, strade sterrate, mercati del pesce e di artigianato e tanti cani vagabondi che trotterellano indisturbati sulla riva dell’oceano. L’atmosfera era completamente diversa a quella delle Ande dove la gente timida e diffidente é l’incarnazione del paesaggio, qua era invece socievole, aperta e furba, ovviamente molto piú abituata ai turisti stranieri. Le balene si recano in queste acque tiepide per dare alla luce i piccoli nei mesi  da giugno a settembre. Nonostante ormai fosse ottobre e l’epoca delle balene terminata ho deciso comunque di acquistare un tour per l’Isla de la Plata (Isola dell’argento) che si trova a un paio d’ore dalla costa. Lungo il tragitto nei mesi estivi é facile vedere le balene accompagnate dai piccoli e questo attrae una moltitudine di turisti da tutto il mondo, ma in quest’epoca dell’anno mi avevano ammonita che sarebbe stato molto difficile avvistarle. Triste per essere arrivata in ritardo mi sono messa il cuore in pace ed ho osservato il paesaggio oceanico dalla barca. A un certo punto peró ecco un grido. Qualcuno aveva avvistato una balena! Cercando nell’immensitá dell’oceano la vedo. É a circa 200 metri da noi ed agita la sua pinna laterale come a salutare. Provo un’emozione indescrivibile. É bellissima, calma, sinuosa ed enorme. É una balena un po’ in ritardo rispetto alle compagne che giá sono emigrate a Nord, rimasta ancora in queste acque e che adesso é come se ci stesse salutando, pronta a partire per il suo lungo viaggio. Oltrepassata la balena e custodito l’entusiasmo del suo incontro arriviamo all’Isla de la Plata. É un paradiso terrestre che ospita le stesse specie animali delle Isole Galapagos. In Ecuador la chiamano “Isola Galapagos dei poveri”, perché é altrettanto bella ma senza dubbio piú accessibile e meno turistica. Qua si possono vedere tartarughe marine, pellicani, fregate e sule dai piedi azzurri. Queste ultime sono l’uccello piú strano e incredibile che abbia mai visto. Assomiglia a una papera bianca e grigia ma con becco e zampe palmate celesti e la cosa piú affascinante é che questo luogo e le Galapagos sono gli unici in cui si possono ancora ammirare, grazie soprattutto alla conservazione ambientale e al rispetto che l’Ecuador offre loro. Lungo il sentiero ne abbiamo viste a centinaia e dovevamo fare attenzione a schivarle e a non avvicinarci troppo o avremmo rischiato di ricevere qualche beccata! C’era poi una zona ad ovest dell’isola che non ci é stato permesso di visitare. Quell’area era infatti stata scelta, dopo molti anni, da una coppia di albatros per costruirvi il nido. La guida ci ha raccontato che l’evento é davvero straordinario e che per questo quella parte era stata chiusa al pubblico affinché gli albatros potessero stabilirvisi, riprodursi e tornare.

L’Amazzonia.

tramonto amazzoniaOltre all’Isla de la Plata, l’Amazzonia é un altro viaggio che non puó non essere raccontato e condiviso. L’Ecuador conta solo di una piccola parte di territorio amazzonico, circa il 5% del totale, che condivide con Peru, Colombia e Brasile. Il mio viaggio mi ha portata alla Riserva Naturale del Fiume Cuyabeno a circa 10 ore di autobus da Quito. Arrivata a Lago Agrio, capoluogo della provincia di Sucumbíos a nord est della regione amazzonica, insieme ad un gruppo di 8 persone saliamo a bordo di una canoa, o lanchas, che ci conduce nel cuore della riserva. Una vegetazione impenetrabile si ergeva attorno al fiume Cuyabeno. Alberi con fronde piene e ricche si sviluppavano in altezza e in larghezza intorno a noi. Il fiume, di un marrone intenso scorreva silenzioso in mezzo alla natura incontaminata e pulsante di vita. Lungo il percorso vediamo colibrí, farfalle di un blu intenso, scimmie di varie specie, uccelli coloratissimi fino ad incontrare Lei. Non avevo messo in conto che avremmo potuto vederla, o almeno non così presto. Di colpo la nostra canoa si ferma, e noi passeggieri non ne capiamo il motivo. Muovendo lo sguardo a destra dell’imbarcazione lo capiamo immediatamente. A solo due metri da noi un’anaconda sta arrotolata ad un tronco immerso nell’acqua. Passato lo shock iniziale ci fermiamo ad ammirare la creatura che cosí tante volte avevamo visto nei documentari e nei film. É grande e sta immersa per metá, l’altra metá del corpo emerge dall’acqua e mostra le spire. Fa quattro giri attorno al grosso tronco intorno al quale é avvolta e la sua testa spunta appena per respirare. É maestosa e potente, é natura allo stato puro nel suo habitat e noi siamo gli intrusi. Questa percezione mi accompagna per tutta la permanenza in Amazzonia, la sensazione che l’uomo non fa parte di quell’ambiente, che l’uomo é di troppo, é la preda, l’essere che viene osservato in ogni istante senza saperlo e senza sapere da chi. L’emozione che si prova a trovarsi nella natura selvaggia é misto a paura e eccitazione; paura di non sapere quali animali s’incontreranno ed eccitazione di trovarsi lí, indifesi ed impotenti nel cuore natura. Le sensazioni in questo luogo si elevano per mille e diecimila. L’incontro con animali superstar di National Gepgraphic come anaconde, caimani, piranha, serpenti, tarantole e rane, scimmie cappuccine e scoiattoli, tucani e pappagalli. La flora poi é avvolgente, ingoia la luce, ed é in costante cambiamento. La cosa piú emozionante é trovarsi di notte in mezzo al fiume. Non ci sono luci se non a centinaia di chilometri di distanza, non c’è anima viva se non gli indios che abitano la riserva, non c’è il suono di automobili o telefono a disturbare l’ambiente. L’unico suono che si percepisce é quello della foresta, degli insetti, degli animali che si muovono e ci osservano, dell’acqua del fiume che scorre. Alzando lo sguardo verso l’alto poi, si apre il cielo…é un manto nero infinito illuminato da una miriade di stelle e pianeti. Mai in vita mia ne avevo visti tanti. É un’esperienza mistica, unica, forse la  migliore che abbia mai vissuto. Niente qui é indispensabile. Non c’è energia elettrica, né acqua corrente e si dipende dalle precipitazioni, non c’è internet nè smartphone, non ci sono sigarette. Ci siete solo tu e la natura, basta. É stata divertente poi la visita dallo sciamano. La sua testa era decorata da piume colorate e al collo portava conchiglie e denti, spero animali. Ci ha sottoposti ad una cerimonia e ad alcuni coraggiosi volontari ha proposto di fare una prova. Io mi sono subito offerta volontaria senza ben sapere cosa aspettarmi. Mi ha fatta sdraiare ai suoi piedi a testa in giú e mi ha fatto togliere la maglietta. Ha impugnato un mazzo di ortiche rosse dalle foglie grosse e piene di spine ed ha iniziato a rotearle sulla mia schiena. Per dieci lunghi minuti ha cantato e frustato il mio dorso. A un certo punto finalmente si é fermato e mi ha congedata dichiarandomi purificata e idonea alla prova; a suo dire mi aveva tolto le energie negative e liberata dagli spiriti maligni. La mia schiena era ormai in fiamme e completamente cosparsa di bolle ma la cosa importante é che fossi stata riscattata sia da quell’ortica che dalle energie negative.

Le Ande.

vulcani visti dall'aereoAmazzonia e costa del Pacifico non completerebbero lo scenario variegato dell’Ecuador senza le Ande. Per questo un’altra esperienza che voglio raccontare é quella vissuta nello scenario montuoso e vulcanico della Laguna del Quilotoa, a 2 ore di autobus a sud di Quito. Questa laguna si trova a quasi 4000 metri ed é uno specchio d’acqua di 3 km di circonferenza al centro di un cratere il cui Il diametro di 9 Km é percorribile a piedi. Ho iniziato la camminata di mattina presto, il panorama era a dir poco mozzafiato. Sotto di me, la laguna di un color verde acceso cambiava colore a seconda della luce e rispecchiava le montagne circostanti. Davanti ai miei occhi si ergevano una serie di cime innevate e vulcani spettacolari, tra cui il Vulcano Cotopaxi (5.897 metri) i Vulcani Illiniza Sud e Illiniza Nord, solo per citarne alcuni. Il Quilotoa mi stava regalando scenari incredibili, anche se la camminata si prospettava oltre che lunga anche molto faticosa. Infatti camminare a quasi 4000 metri di altezza risulta molto faticoso, specialmente se il percorso prevede salite ripide e scoscese come quelle che stavamo percorrendo. Ma tralasciando questo dettaglio, tutto intorno a me era fantastico. A un certo punto incrocio il cammino con un gregge di alpaca che pascolava a poca distanza. Nonostante siano abituati all’uomo non si sono comunque lasciati avvicinare e sono scappati a valle. Piú avanti li ho incontrati intenti a mangiare delle coltivazioni. Sembra impossibile ma a quest’altezza si riesce a coltivare grazie all’altitudine e al calore del sole ecuatoriale che permettono la crescita di bellissime patate, come mi ha spiegato una ragazza quichua trovata in sella ad un asino lungo il sentiero. Concluso il perimetro del cratere dopo 7 lunghe ore ero stravolta ma appagata. Mancavano solo pochi giorni al mio rientro in Italia, avevo concluso il mio stage ma non mi sentivo pronta a lasciare quel luogo straordinario, ma ho dovuto farlo. Sono tornata dall’Ecuador da due settimane e già mi manca moltissimo. Partita che non sapevo assolutamente nulla di quel Paese, adesso mi sembra che sia già parte di me. La gente lo chiama effetto America Latina e credo che mi abbia colpita in pieno. Ho avuto l’onore di conoscere un Paese piccolissimo ma anche l’unico ad ospitare la piú alta biodiversitá al mondo, un Paese che misura piú o meno come l’Italia ma dove troviamo una diversità naturalistica straordinaria. Un Paese straniero dá sempre tanto ed é bene ricordare che questo “favore” va sempre ricordato e ricambiato.

L’Ecuador é un tesoro segreto, un Paese discreto, una poesia per i sensi.

Mi chiamo Caterina Gavazzi sono nata a Pistoia il 20 ottobre 1987. Studio all’Università per stranieri di Perugia ma da qualche tempo vivo a Lisbona dove sto svolgendo un tirocinio. Amo viaggiare, scrivere e scattare fotografie. Qualche anno fa mi sono innamorata dell’America Latina che da allora si è trasformata nella mia unica meta di viaggio e, quando è stato possibile, anche di permanenza.  Nonostante la mia giovane età ho avuto la fortuna ed il privilegio di viaggiare molto. Sono fuori casa, col mio zaino in spalla dall’età di 17 anni e da allora non ho trascorso più di 6 mesi a casa; dall’Australia, al Giappone, alla Russia, a New York, al Brasile, all’Ecuador, al Peru, alla Bolivia, al Messico. Questo vagare, oltre ad essere motivo di disperazione per mia madre, ha offuscato la mia idea di “casa”, legata ad un luogo fisso e familiare, spingendomi a pensare ad un luogo più ideale di casa, fatta di persone che ho incontrato viaggiando, riconoscibile dagli odori e dai sapori di luoghi sempre diversi.

Questo è ciò che sono e mi rappresenta. Amo scrivere e descrivere i miei viaggi per questo meraviglioso pianeta ma sempre con un occhio rivolto all’America Latina e alla sua gente.

Tutte le foto dell’articolo sono di Caterina Gavazzi.

  • Fede Lapini

    Sublime, continua così 😉

  • Fabiano Gavazzi

    Molto positivo.
    Di questi tempi poi a maggior ragione.
    Girare il mondo diventa molto piacevole se e’ appagante e se mostra la sua parte migliore ma anche piu’ nascosta che ovviamente bisogna cercare anche affrontando fatica e qualche rischio.
    La descrizione e’ scorrevole e appropriata, per niente noiosa.
    Quello che potrebbe migliorare e’ una maggire presenza fotografica e perche’ no pure video vista la capacita’ descrittiva efficace ma che data la diversita’ e’ difficile immagirla nele sue pecularita’  ma che potrebbe essere messo in conto per il prossimo viaggio.
    Anche l’aspetto sociale e’ molto interessante e forse da ampliare considerando la tua possibilita’ di colloquiare con i locali e attingere alla loro cultura per apprezzarne la diversita’
    come inizio quindi niente male
    FG

  • cecchinz paolinz

    Bellissimo!