Sono sul treno che da città del Lussemburgo mi sta portando a Parigi, Gare de l’Est.

L’unica volta che sono stata a Parigi è stato in gita scolastica, al liceo: avevo 17 anni, sul TGV Milano-Parigi ascoltavo Johnny Cash per la prima volta (sì, la ricordo ancora la prima volta che ho sentito la voce dell’Uomo in Nero) e non mi preoccupavo del fatto che nel giro di 6 ore sarei stata catapultata in una città sconosciuta. I miei professori avrebbero pensato a tutto, io avrei continuato a pensare a Cash.

13 anni dopo, ho stampato il biglietto del treno in ufficio e, assieme al biglietto, anche le indicazioni di Elise per arrivare fino a casa sua, nell’11esimo arrondisement, fermata di metro Charonne. Dalla Gare de l’Est, scrive Elise, “devi prendere la linea 5 in direzione Port d’Italie, scendi a Oberkampf e cambi linea, prendendo la numero 9 diretta a Mairie de Montreuil, e poi scendi a Charonne”. Una volta risalita in superficie, pochi passi a piedi, e dovrei essere al palazzo di Elise. Non sembra complicato, almeno dalla mail.

Eppure,
eppure durante le due ore che mi separano da Parigi, cresce in me una forma d’ansia che ho imparato a conoscere bene, ma non a combattere: Parigi ha circa 2 milioni di abitanti, è una delle città più grandi d’Europa (al primo posto secondo wikipedia c’è Istanbul) e io avevo 17 anni l’ultima volta che ci ho messo piede. Riuscirò a trovare la metro, saranno aperte le biglietterie, perché Elise mi ha detto di comprare il biglietto sul treno, mi farò capire, avrò problemi a cambiare linea, troverò la casa: sono le domande stupide – stupide, lo so – che mi martellano il cervello nell’ultima ora di binari.

Sono le domande che mi sono fatta sull’aereo per New York, due anni fa, dove, una volta arrivata a Newark, avrei dovuto prendere il treno per Washington: secondo la mia mente il livello di difficoltà percepito era di 7.5 (livello di difficoltà reale 3, perché i treni per Washington partono anche da Newark e dal gate alla stazione ci sono si o no 10 minuti netti a piedi e indicazioni a oltranza). Sono le domande che mi hanno riempito i pensieri mentre mettevamo piede a Sydney di mattina presto, la città deserta e impreparata, o troppo assonnata, per accogliere due viaggiatori (livello di difficoltà percepita 9, perché dovevamo arrivare fino a Maroubra Beach, livello di difficoltà reale 4, perché la sera prima ero riuscita a trovare il numero dell’autobus e gli orari su internet). Sono le domande che pulsavano sotto pelle sulla S-Bahn che dall’aeroporto di Schonefeld mi depositava a Warschauer Straße, per poi lasciarmi da sola a cercare la casa di Claudia tra i palazzoni di Kreuzberg (difficoltà percepita 8.5 perché il tedesco mi confonde, difficoltà reale 3, perché i tedeschi sanno progettare, tra le tante cose, anche le indicazioni).

Prima di ogni partenza il mio subconscio resetta la mia memoria e, qualsiasi sia la destinazione o il mezzo di trasporto, mi convince che questo, di viaggio, è il primo. Che queste, di difficoltà (presunte o immaginate), sono le prime. Che tutto è nuovo e che, soprattutto, negli anni passati nessuna delle esperienze fatte è stata incamerata, metabolizzata e trasformata in tesoro per i viaggi futuri.

Poi, una volta arrivata alla Gare de l’Est mi rendo conto – come tutte le altre volte – che Parigi non è la prima grande capitale che ho affrontato da sola. E non sarà ovviamente l’ultima. E dopo due cambi di linea rapidi sono a rue de Charonne, salgo le scale di legno scricchiolante del palazzo, suono il campanello, saluto Elise, le stringo la mano, scambiamo due chiacchiere e il mazzo di chiavi che sarà mio per i prossimi tre giorni. E sono a Parigi.

Viaggio per tanti motivi. Nel mini appartamento di Elise realizzo che, tra i tanti motivi, c’è anche la paura di viaggiare, la paura di non essere in grado di cavarmela da sola: è una paura strana, che al posto di bloccarmi mi spinge a continuare, a fare le valigie, a pensare a quanto lontano potrò andare rispetto a quanto sono già andata. Oltre a questa, di paura, c’è la paura dei luoghi che non conosco e che, ovviamente, non mi conoscono. Uscire dal familiare non riesce mai a diventare un’abitudine, è sempre ugualmente destabilizzante ed emozionante.

È questa la sensazione con cui lascio Parigi 3 giorni dopo essere arrivata a Gare de l’Est con il treno delle 19.01. Ma prima, appena arrivata, mi sdraio sul letto che Elise mi presterà per il weekend, sento Parigi fuori dalla finestra e lascio che la paura si trasformi, finalmente, in curiosità.

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La foto in alto e in homepage è stata scattata a Parigi da miez!

  • Elisa Vimercati

    La prima volta che ho viaggiato da sola è stato per andare in Irlanda 6 mesi come au-pair. Livello di difficoltà percepito: 10.