Quando lascio l’aeroporto di Freetown il morale è ai minimi storici. La malaria mi ha reso una larva umana, il mio sogno di cambiare il mondo si è infranto nella  malvagia puntura di una zanzara anophele. È l’estate 2005 e torno a casa con la coda tra le gambe. Lascio la martoriata Sierra Leone e i miei progetti a sostegno dei bambini soldato, lascio il fantastico vescovo Biguzzi e il caro Patrick, amico sierraleonese e collega al Master in Diritti Umani e Azione Umanitaria di Siena.

Trascorrono gli anni e la vita mi porta verso strade diverse. Ma rimane un conto in sospeso con quel fantastico paese che è la Sierra Leone, mi sento come in dovere di chiudere un cerchio. Come posso conciliare la mia grande passione per gli overland in moto con la propensione al volontariato internazionale e alla beneficenza? L’idea cova nei meandri della mia mente, la razionalità cerca di smentire il sogno fino a quando emerge ed è certa: attraverserò tutta l’Africa Occidentale con la mia moto e arrivato in Sierra Leone la donerò alla Caritas locale.

Un viaggio molto impegnativo  considerando la situazione socio-politica dell’Africa Sahariana e Subsahariana. Lancio la sfida ai miei più cari amici e Davide non esita a raccoglierla.  Partiremo i primi di dicembre e dopo 6 anni chiuderò il cerchio. La preparazione di un simile viaggio richiede diversi mesi di attività: trovare la moto giusta e sistemarla a dovere, risolvere i mille problemi burocratici (carnet de passage en douane, visti, autorizzazioni varie, ecc.), organizzazione logistica e scelta dell’itinerario. Ma in fondo è il mio lavoro e ci sono abituato. Il giorno della partenza è sempre più vicino, l’adrenalina cresce ed in una fredda mattina d’inverno eccoci al porto di Genova, due amici, due moto e tante speranze. Anche tanta curiosità,  siamo gli unici europei del grande traghetto per Tangeri e il mio portapacchi in compensato marino costruito da Davide, imprenditore del legno, è una stravaganza che non passa di certo inosservata.

Sarà un viaggio dalle quattro stagioni: dal freddo dell’Atlante marocchino alla nebbia e al vento del Sahara Occidentale, dal secco deserto della Mauritania alla giungla tropicale  della Guinea e della Sierra Leone. Infatti il Marocco ci accoglie con un cielo nuvoloso e una pioggerellina da Mitteleuropa; iniziano i primi chilometri sul suolo africano, le strade sono in ottime condizioni e con facilità raggiungiamo prima Rabat e poi la modernissima e vivace Casablanca. Seguiamo la costa, spunta il sole ed apprezziamo  i paesaggi bucolici di El-Jadida e la colorata laguna di Oualidia fino a quando arriviamo alla mitica Essaouira.

Ci immergiamo nelle sue strette viuzze dense di segreti, circondate da immense mura fortificate.  Respirando un’atmosfera piuttosto hippy scegliamo un ristorantino locale per una sfiziosa cena. Amiamo la cucina marocchina e anche questa sera non saremo delusi: tajine vegetariana, couscous, melanzane … che meraviglia!!! Una notte in un hotel inutilmente romantico,  una veloce sosta ad Agadir, una passeggiata defaticante nella baia con i due archi di roccia che si protendono sul mare a Legzira Plage  e pernottiamo a Sidi Ifni, nel cuore dell’ex Sahara spagnolo. Un’atmosfera surreale pervade la località: gli edifici art decò del centro città testimoniano un passato dimenticato mentre la spiaggia è allineata da camper e mezzi da deserto ipertecnologici in arrivo o in partenza per l’infinito deserto sahariano.

Come sempre partiamo all’alba,  la mattina è  molto fredda ma i panorami sono fantastici con il sole e la luna a farci da stella polare. A Goulimime colazione con pane , miele e caffè e finalmente inizia il deserto vuoto e desolato, l’hammada. Il deserto lambisce l’Oceano Atlantico e termina con bellissime spiagge spazzate dal vento. Noi sfrecciamo sul bordo della scogliera mentre l’aria carica di umidità produce una fastidiosa nebbiolina. A Tan Tan il primo dei lunghi controlli dei militari, stiamo entrando nell’inferno del Sahara occidentale. Questo immenso territorio è conteso tra Marocco e il Fronte Polisario, che ne ha dichiarato l’indipendenza proclamando la Repubblica Democratica Araba Sahraui.

Sono oramai oltre cento le risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite per svolgere il referendum per l’autodeterminazione del popolo Sahraui che tuttavia non si è finora tenuto a causa delle resistenze del governo marocchino il cui esercito continua a praticare una brutale repressione nei confronti di questo popolo obbligato a vivere in immensi campi profughi. Una delle coste più pescose del mondo, giacimenti petroliferi e miniere di fosfati rendono più che appetibile questo angolo di mondo inospitale, invivibile e desolatamente vuoto. L’hammada è vuoto ma non monotono: piccole dune si alternano a saline, colline da scavalcare, pietre da evitare, camionisti da salutare ; maciniamo chilometro dopo chilometro con pochissime pause. A Tarfaya un mitico quanto inaspettato pranzo a base di tajine di pesce, patatine fritte e lenticchie. Che meraviglia viaggiare! Una tappa d’obbligo al monumento ad Antoine de Saint-Exupery che qui trovò ispirazione per  “Il piccolo principe” e ripartiamo in direzione Laayoune. Siamo nel mezzo del nulla e mancano ancora mille chilometri per il confine mauritano.

Oggi è deserto vero. All’alba c’è una nebbia che rende molto difficoltosa la guida, poi si alza il sole e spazza via tutto . La strada diventa un “mantra” , sembra non finire mai, velocità  sostenuta, non incontriamo quasi nessuno, le emozioni e i pensieri più folli si rincorrono incessantemente. Dopo infiniti plateau si entra in un lungo canyon con curve molto piacevoli e veloci . Siamo incuriositi da una serie di capanne sul ciglio della scogliera;  ci fermiamo e siamo accolti da un gruppo di entusiasti marocchini . Sono pescatori stagionali che si trasferiscono per l’inverno in questo luogo dimenticato dal mondo. È  ora di pranzo e ovviamente ci invitano a dividere il loro pasto.  In una decina ci stipiamo in un buio tugurio e inizia la divisione dei pani e dei pesci; le condizioni igieniche sono improbabili ma la bontà del pesce e la simpatia dei pescatori ci fanno dimenticare tutto. Contraccambiamo lasciando loro un po’ di frutta secca e a malincuore ripartiamo;  oggi è la tappa più lunga del viaggio con i suoi 545 chilometri per Dakhla.

Vicina al Tropico del Cancro Dakhla è per antonomasia la capitale del vento. Ed è vero soprattutto in moto: appena entrati nella penisola il vento aumenta incredibilmente  e rischia di farci uscire dalla stretta striscia di asfalto. Siamo nella mecca del kitesurf  e decine di colorati paracaduti sfrecciano nelle infinite baie. Poi l’ultima tappa del Sahara occidentale ; dopo una foratura che ci fa perdere qualche ora si riparte , ovviamente direzione SUD. Il traffico è inesistente e ci imbattiamo in una tempesta di sabbia: la sabbia è bianchissima e invade la carreggiata rendendola quasi invisibile,  il vento è allucinante  ed il caldo atroce.  Non è facile proseguire,  questa è l’avventura con la A maiuscola, questo è il vero viaggiare, il vero viaggiare in moto; sono esausto dalla fatica, affianco Davide e dietro la visiera del casco vedo un gran sorriso e una bella luce negli occhi.

Finalmente arriviamo alla frontiera marocchina, infinite procedure burocratiche e poi tre chilometri di terra di nessuno; ho attraversato decine di frontiere ma questa è sicuramente la più incredibile: sembra “the day after”, una pista sabbiosa circondata da mine antiuomo, scheletri di  auto e camion arroventati da un sole implacabile, personaggi ambigui che provano a fermarti per imprecisati motivi,  un delirio! Raggiungiamo la dogana mauritana ed ecco un’altra prassi allucinante con gli imbonitori che si offrono per aiutarti a risolvere le complicate formalità.  I corrotti doganieri giocano sporco e bisogna applicare tutte la diplomazia possibile. Riusciamo a cambiare qualche euro in ouguiya, poi stipuliamo l’assicurazione obbligatoria e siamo liberi di ripartire: è stata durissima ma ce l’abbiamo fatta. Ancora cinquanta chilometri per Nouadibhou immersi in un tramonto che rende magico il deserto.

Welcome to Mauritania. Welcome per modo di dire. Da un paio di anni il paese è off-limits in quanto gruppi di Al-Qaeda scorrazzano nel Maghreb e il turismo è crollato drasticamente. Lo si capisce dai continui posti di blocco dell’esercito mauritano: ogni circa cinquanta chilometri ci si imbatte in giovani ragazzini armati fino ai denti; i militari registrano i  nostri passaporti  e avvisano il posto di blocco successivo del nostro imminente arrivo . Questa prassi, paradossalmente, ci fa sentire  al sicuro. La magnificenza ed il fascino del deserto hanno il poter di renderti piccolissimo e quasi invisibile; vorremmo visitare l’Adrar e le sue antiche città carovaniere come Chinguetti  nel cuore del Sahara, attualmente la tana del lupo dei fanatici islamisti. La tentazione è tanta e riflettiamo a lungo, poi, a malincuore desistiamo:  il “core business” dell’overland è arrivare in Sierra Leone e la strada è ancora lunga.

(continua)

 Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it