Ci sono città e città. Quelle completamente separate dalla natura, in cui per vedere un fazzoletto verde ci si deve limitare ai parchi urbani circondati da strade trafficate e a scorrimento veloce, e quelle in cui invece basta inerpicarsi poco lontano dalla periferia per ritrovarsi catapultati tra boschi e colline. Genova appartiene alla seconda categoria, tant’è vero che, senza nemmeno dover prendere la macchina, si possono raggiungere i forti che la circondano, cimentandosi in un trekking semplice, che permette di dimenticare, almeno per qualche ora, gli affanni della vita metropolitana, anche per chi vuole raggiungerli in giornata da Milano o Torino.

Si parte dal centro, via XX Settembre, quella dei negozi e non dei locali, delle Feltrinelli e non delle librerie indipendenti. Quella che a tarda notte si svuota completamente, segno che davvero non è questo il cuore cittadino, mentre poco distante i caruggi si animano di voci, profumi e risate. Basta prendere un semplice autobus, il 36 ad esempio, e si comincia a salire fino a piazza Manin, sede di una piccola stazione ferroviaria gestita dai servizi pubblici urbani, che collega la città con i paesi dispersi come briciole sulle montagne che la separano dall’entroterra. Il treno su cui si sale, lo stesso che porta fino a Casella, è una vecchia littorina, due piccole carrozze in fila l’una all’altra, e, a parte qualche ragazzo che rientra per pranzo a casa dopo la mattinata trascorsa a scuola, è difficile trovare altri passeggeri. È un viaggio particolare, si prende subito la via dei monti e nel giro di qualche minuto dalle rotaie Genova non resta che un ricordo. Il treno si inerpica in mezzo a boschi che hanno presto il sopravvento, tanto da far sembrare strano traversarli a bordo di un mezzo a motore. Quando si scende nella minuscola stazione di Campi, ci si trova catapultati in un mondo completamente diverso. Come se a Milano si entrasse in metropolitana a Duomo e, sbucando a Porto di Mare, Gambara o Famagosta, si emergesse all’interno di una foresta di castagni, o nel bel mezzo di un prato incontaminato, con l’erba così verde, e fine, da far pensare a qualche Paese del nord.

Da Campi (ma ci sono altri itinerari, più lunghi, che partono da Casella), si prosegue per qualche centinaio di metri lungo una strada asfaltata, prima di svoltare a destra, dove una baita in legno accoglie a pranzo i pochi lavoratori della zona. Siamo a una manciata di chilometri da Genova, ma l’ambiente è quello delle valli più recondite. Anche i visi sono diversi dagli impiegati che si muovo tra il Porto Antico e gli uffici di Brignole. Chi abita qua ha una faccia segnata dal lavoro e dal vento, da una vita diversa da quella cittadina. Il percorso (che si può fare comodamente in giornata, partenza in tarda mattina e arrivo senza troppi patemi la sera) comincia da qui e per fare un po’ di selezione all’ingresso dà il benvenuto con una rampa spezza-fiato dalla pendenza impegnativa, che conduce, dopo una quarantina di minuti, a Forte Diamante, una costruzione eretta nel 1700 e utilizzata fino al 1914. Tra le fortificazioni che circondando Genova è quella più a nord, capace di dominare le due vallate che circondano il capoluogo ligure (la Val Polcevera da un lato, la Bisagno dall’altro). Senza più nessuno a difenderlo, non è difficile conquistarlo, se non a costo di una buona dose di acido lattico nelle gambe, e da lì studiare le tappe successive del cammino: bisognerà ridiscendere la piccola vetta dal versante opposto, lungo quattordici tornanti che si susseguono a stretto giro, prima di imboccare il sentiero che conduce, in rapida successione, a Forte Fratello Minore, Forte Puin e da lì alla grande struttura del Forte Sperone, mentre, in lontananza, si può ammirare Genova dall’alto e riconoscere i giganteschi piloni rossi dello stadio di Marassi. Più avanti, quando la vista si aprirà sul lato opposto, saranno invece le infrastrutture del porto a chiedere di fermarsi qualche minuto per osservarle con calma.

Forte Sperone, la tappa finale di questo mini-trekking (che ha come passaggio impegnativo solo la salita iniziale), presenta una struttura complessa. Si trova sulla sommità del monte Peralto e la sua prima edificazione pare risalire al 1300, anche se quella attuale ricalca i lavori effettuati nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Fu prigione nella prima Guerra Mondiale e abbandonato del tutto dal 1981: oggi viene utilizzato solo per rappresentazioni teatrali, o come ritrovo per comitive di giovani scout. Una volta lì, per rientrare in città si può scendere lungo una strada asfaltata poco trafficata e ancora circondata da boschi, superare una piccola porta (dove un bar offre sprtiz e birre rinfrescanti) e raggiungere la funicolare Righi-Zecca, inaugurata a fine 1800 e attiva ancor oggi. Un percorso lungo più di un chilometro, con un dislivello di circa 280 metri, che permette di utilizzare un mezzo di trasporto poco frequente e raggiungere il centro di Genova rendendosi ancor meglio conto di come le montagne proteggano con il loro fiato caldo la città. Scesi dalla cabina rossa, Genova torna ad essere Genova. Una città di mare, fatta di vicoli e strade strette, di labirinti di voci in cui perdersi e di un duomo che così vicino al mare, direbbe qualcuno, non si è mai visto. E ristoranti di pesce e il Porto Antico e code chilometriche per entrare all’acquario. E via del Campo e piazza Lepre e poi i portici di Sottoripa, che sono davvero un miscuglio di profumi e odori difficili da distinguere uno dall’altro, e dove puoi farti un panino decidendo senza limite tutti gli ingredienti che ci vuoi dentro, dal salame di cinghiale alle acciughe. A quel punto si può raggiungere a piedi Brignole o Principe, e far ritorno a casa, oppure fermarsi a dormire lì e dedicare il giorno successivo per conoscere la città di De André, Sanguineti e Luzzati.

Questo articolo vuole essere anche un piccolo regalo per Claudio e Ilaria. Loro sanno perché.

 Paolo Bottiroli

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