Questa è la seconda parte del viaggio di Matteo tra le strade e le particolarità di Dar es Salaam, in Tanzania.

Ministeri

Fuori dal Museo camminiamo senza una cartina e con una meta piuttosto vaga. L’idea è di raggiungere la costa, dove da qualche parte dovrebbe esserci un mercato del pesce che si dice sia grande e affascinante. Con un po’ di fortuna, lì potremmo anche trovare qualche cosa da mangiare.

Nonostante questa sia una delle aree più centrali della città, le strade in cui ci inoltriamo sono insolitamente tranquille. Passano poche automobili e pochissimi pedoni.

Subito dietro al Museo si apre l’orto botanico cittadino. E’ una zona verde non molto curata in cui sorgono piante di ogni forma e dimensione. Esemplari singoli di specie diverse, ma tutti ordinati in buffi filari che finiscono per essere del tutto eterogenei.

Continuando lungo la strada gli spazi verdi si moltiplicano: non più zone dedicate alla botanica, però, ma semplicemente terreni incolti. Riquadri tagliati con precisione con tutta l’aria di aspettare solo qualcuno che abbia abbastanza denaro per costruirci una casa sopra. O magari un intero palazzo. Il susseguirsi di grandi spazi inutilizzati spezzati di tanto in tanto da aree su cui sorgono ville recintate, grandi costruzioni o anche solo gruppi di abitazioni con il tetto in lamiera è uno
degli elementi che rende questa parte d’Africa inconfondibile e unica. E’ un tratto distintivo che dà un volto al paesaggio, esattamente come in Italia i campi ancora divisi dall’antica centuriazione romana caratterizzano l’aspetto della Pianura Padana.

Arrivati a un incrocio che ha l’aria di essere abbastanza rilevante decidiamo di prendere la larga strada che si apre sulla destra, e nel giro di qualche centinaia di metri il paesaggio cambiavolto. Ai terreni incolti e alle abitazioni private si
sostituisce una lunga serie di grosse costruzioni circondate da vasti cortili alberati e protette da recinzioni minacciose. Dai cartelli esposti a fianco dei cancelli d’ingresso – spesso presidiati da guardie armate – apprendiamo che si tratta di
sedi ministeriali.

In meno di dieci minuti passiamo accanto al ministero dell’energia, poi a quello dell’istruzione e a quello dell’economia. Più ci inoltriamo nel quartiere, più la strada diventa trafficata, soprattutto di auto a grossa cilindrata e fuoristrada dai finestrini oscurati. E’ una zona ordinata in modo irreale, come se fosse stata ritagliata da un progetto di sommaria architettura urbana e incollata a forza sulla mappa della città,  senza cura alcuna dei quartieri vicini e dei problemi di  posizionamento.

Dar es Salaam è stata la capitale della Tanzania dalla conquista dell’indipendenza, nel 1961, fino al 1996, quando il titolo è passato a Dodoma, città di dimensioni decisamente più ridotte situata al centro del paese. Con la nuova capitale sarebbe dovuto arrivare anche il trasloco delle sedi istituzionali degli organi di governo, ma – come nelle migliori tradizioni che riguardano la pubblica amministrazione – i lavori procedono a rilento e molti centri di potere sono ancora ben radicati a Dar.

Esaurita la sequenza dei ministeri, ci sorprende vedere sorgere l’edificio che ospita – stando al cartello informativo all’esterno – la sede del Partito Rivoluzionario di Zanzibar. Subito ce lo immaginiamo come una specie di Lega Nord locale, ma forse con ragioni più solide: per molti secoli Zanzibar è stata un’entità ben distinta e separata rispetto a quanto accadeva sulla terra ferma: un regno arabo sempre fiorente grazie allo scambio di merci e persone. Ad ogni modo pensare a una secessione, oggi, sembra un’idea piuttosto irragionevole.

Ma gli indipendentisti non devono spaventare più di tanto se il complesso solido e fortificato che si apre subito dopo ospita nientemeno che la residenza del vice presidente della Tanzania. E il presidente sta dall’altro lato della strada. La residenza presidenziale è una grande villa bianca che riusciamo a scorgere a malapena al centro di un parco alberato che si estende per diversi ettari. Camminiamo a lungo costeggiando l’alta recinzione che delimita la proprietà e solo alcune centinaia di metri più avanti riusciamo a raggiungere il cancello d’ingresso.

Poi, continuando a seguire il muro di cinta, abbandoniamo la strada principale e svoltiamosulla sinistra in una carreggiata più stretta, che punta verso il mare. Il paesaggio, ancora una volta, cambia rapidamente. D’improvviso, le strade sono di nuovo sporche e popolate di persone. Nell’aria compare un odore pungente di marcio e salsedine. Appena dietro l’ordinata tranquillità della villa del presidente, a un passo dall’oceano, si apre il vasto spiazzo che ospita il mercato del pesce.

Il mercato del pesce

Il mercato del pesce di Dar es Salaam è uno spettacolo difficile da racchiudere in uno sguardo. Lo spazio in cui facciamo lentamente il nostro ingresso, attraversando un vecchio cancello arrugginito, non prevede bancarelle né il rito classico della vendita diretta, ma assomiglia più a un piccolo mercato all’ingrosso. E’ uno spiazzo in cemento lungo un centinaio di metri che degrada verso la costa e si ferma a un passo dal mare. Vicino a riva c’è un viavai di barche di legno da cui vengono raccolte ceste di pescato, e lo spiazzo ospita una serie di tavoli improvvisati attorno a cui si accalcano e gesticolano diverse persone.

Per provare a capirci qualcosa ci avviciniamo a un edificio laterale e saliamo i gradini di una rampa di scale che porta a uno degli ingressi al primo piano. Dall’alto possiamo ammirare lo spettacolo con tranquillità.

I tavoli – uno è proprio sotto di noi – sono pannelli di legno appoggiati su pile di cassette per la verdura o mucchi di mattoni, e decine di persone li circondano da ogni lato. Il tutto sembra funzionare come un’asta, con una serie di ruoli in gioco ben individuabili.

Prima di tutto ci sono i venditori, che a turno prelevano dai loro sacchi di plastica pesci, polipi e altre bestie marine di varie forme e dimensioni. Il pescato viene estratto ed esposto con vigore e una certa teatralità al centro del tavolo. Poi c’è l’intermediario, posizionato accanto al venditore, che presenta la merce e il prezzo di partenza. A lui spetta il compito – non sempre facile – di convincere il pubblico a fare un’offerta. Non ci sono grandi discorsi o raffinate tecniche di vendita.  Se c’è interesse per la merce ittica presentata, i compratori fanno la loro offerta fino a quando il pesce sul tavolo non viene aggiudicato al prezzo più alto. In caso contrario il pesce viene ritirato in silenzio e si passa all’articolo successivo.

L’ultimo ruolo in campo spetta al gestore del tavolo che prova a tenere ordine tra i turni dei venditori e facilita lo scambio di merce e denaro: i tavoli sono larghi e affollati, e il pagamento del dovuto avviene spesso lanciando da un capo all’altro piccoli rotoli di banconote appallottolate. Restiamo ancora qualche minuto, strappando foto a questo strano spettacolo, poi abbandoniamo lo spiazzo. Più avanti incontriamo il mercato vero e proprio, quello con le bancarelle, affollato di persone che passano a fare la spesa. Molti si fermano a mangiare pesci e crostacei preparati sul momento. Noi però proseguiamo avanti. Abbiamo già visto abbastanza.

Divise

Non deve avere più di ventidue o ventitré anni il ragazzo che guida il bajaji su cui siamo saliti a conclusione del nostro passaggio attraverso l’ipotetico centro della città. La nostra meta ora è Slipway, una sorta di racchiuso centro commerciale, frequentato soprattutto da turisti e visitatori bianchi. Una tappa per mangiare qualcosa e riposare, prima di ritornare verso l’ostello.

Il nostro giovane autista – pantaloni cachi e una tshirt blu con troppi lavaggi alle spalle – viaggia spedito tra il traffico, approfittando di ogni varco a disposizione, conquistando ogni metro di strada possibile, infilandosi in ogni pertugio,  insensibile alle esigenze delle altre auto e dei pedoni. Mentre la morosa si aggrappa preoccupata al mio braccio e alla sottile scocca in metallo che ci separa dall’asfalto, osservo divertito lo spettacolo come se avessi comprato il biglietto per un’attrazione da luna park.

Il ragazzo alla guida si butta in uno zig-zag spericolato tra le automobili bloccate nel traffico, attraversando vicoli sterrati larghi appena a sufficienza per permetterci di passare, e quando ogni altra via finisce per essere inaccessibile ai fini di  una cruciale svolta a sinistra, sceglie di salire sul marciapiede a lato della carreggiata. Mossa, quest’ultima, che si rivela sfortunata visto che, svoltato l’angolo, ci ritroviamo di fronte al volto severo di un poliziotto.

Con un vistoso cenno l’uomo in divisa fa segno di fermare la vettura e il nostro giovane autista, sorpreso quanto noi, esegue all’istante. Il poliziotto si avvicina rapido al bajaji e, ignorandoci, avvia un fitto dialogo il swahili con il ragazzo alla guida. Da mimica facciale, gesti e tono di voce ci sembra di capire che in nostro autista stia provando a spiegare come mai stava conducendo un mezzo a motore sul marciapiede, guidando per giunta a discreta velocità. Voleva immettersi in strada – sembra sia la debole giustificazione scelta – ma il traffico bloccato e le tante automobili ferme sulla carreggiata glielo impedivano in modo definitivo. L’unica cosa che restava da fare a quel punto era proseguire imperterriti sul marciapiede. I pedoni in circolazione, tanto, non erano poi molti.

La replica del poliziotto alla fantasiosa storia del ragazzo non deve essere del genere comprensivo, perché il nostro autista si agita ulteriormente,gesticolando con frenesia e ribattendo di nuovo con un numero ormai impressionante di parole pronunciate al secondo. Ma inflessibile, il rappresentante della legge ha ormai finito di ascoltare: si avvicina a noi passeggeri e in un inglese stentato ci fa capire che, a quanto pare, il ragazzo che ci stava guidando non sembra possedere una valida patente di guida. Ci conviene dunque trovare un’altra soluzione di trasporto.

Scendiamo dal bajaji, sconsolati e indecisi sul da farsi, mentre il poliziotto parla al cellulare, presumibilmente impegnato in una richiesta di rinforzi. Siamo in una zona poco abitata della città, al centro di un enorme incrocio tra due grandi  strade, circondati da centinaia di automobili bloccate nel traffico. Dopo qualche esitazione decidiamo di muoverci alla ricerca unnuovo bajaji, ma appena iniziamo ad allontanarci, il nostro ormai ex autista ci richiama a gran voce, facendo segno, con un sorriso bianco, che possiamo tranquillamente risalire a bordo.

Nel frattempo, un nuovo poliziotto è comparso e  sta ora parlando con il suo collega, che lo sta evidentemente aggiornando sulla situazione. Il dialogo tra i due in divisa è breve, e mentre prendiamo posto sul retro del bajaji ci sorprendiamo nel vedere il nuovo poliziotto avvicinarsi a noi e sedersi accanto all’autista nella ristretta zona di guida. Scendiamo dal marciapiede e avanziamo lungo la strada a velocità ridotta, seguendo in silenzio le macchine che ci precedono. Il poliziotto guarda la strada e non sembra voler prestare alcuna attenzione a noi passeggeri.

Abbiamo percorso poco più di un centinaio di metri quando scorgiamo la mano destra dell’autista muoversi rapida verso la tasca posteriore dei pantaloni ed estrarre con abilità una manciata di banconote accartocciate. Il rotolo di denaro scivola, come per osmosi, nella vicina tasca posteriore dei pantaloni scuri del poliziotto. Poco più avanti il tutore della legge che ci ha scortato fino a quel momento fa segno all’autista di fermarsi, e senza degnare nessuno di unosguardo, scende per allontanarsi rapido nelladirezione opposta. L’autista riparte, la strada davanti a noi è ormai libera.

Un’altra città

Ormai lontani dalla zona centrale, ci inoltriamo su strade via via meno trafficate. Nel giro di pochi minuti ci troviamo ad attraversare la penisola che occupa la zona nord est della città.

Non è difficile indovinare che si tratta del quartiere ricco di Dar es Salaam, una sorta di uptown diffusa, circondata dall’oceano. Non c’è traccia qui di case strette una accanto all’altra, di muri scrostati, di tetti in lamiera e soluzioni edilizie precarie. C’è spazio soltanto per grandi ville circondate da grandi giardini.

Passando lungo strade silenziose sul nostro sferragliante taxi a tre ruote, quello che riusciamo a vedere sono perlopiù muri di cinta. Centinaia di metri di muri di altezze, materiali e fantasie differenti, dietro ai quali si alzano le foglie larghe
delle palme. Bisogna aspettare il breve spazio dei cancelli d’ingresso per riuscire a rubare un’occhiata fugace – tra le sbarre in acciaio – al misterioso contenuto di quelle abitazioni fortificate.

L’oceano da un lato, le ville dall’altro. Sembra una città – o forse anche una nazione – del tutto differente dal luogo in cui camminavamo meno di mezz’ora fa. Slipway, l’oasi recintata per turisti bianchi, ci aspetta. Una sosta per riposare la mente e torneremo alla nostra piccola stanza.

Chiuderemo con una cena leggera questa prima giornata tanzaniana, e l’indomani partiremo verso nord e raggiungeremo Bagamoyo, anticocentro dell’avamposto coloniale tedesco. Da lì ci muoveremo avanti e indietro verso l’interno, eviaggeremo ancora. Via nave raggiungeremo Zanzibar e ne vedremo entrambe le coste, quella occidentale, su cui sorge l’araba Stone Town, e quella orientale, aperta sull’Oceano Indiano. E alla fine torneremo a Dar, con gli occhi graffiati da paesaggi incredibili e il cuore ancora incapace di adattarsi alla ruvidità scomposta di queste terre d’Africa. A quel punto avrò visto tanto, ma saprò per certo di non aver compreso abbastanza.

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Matteo Benni è nato nel 1983 a Bologna, dove vive e lavora. Di mestiere fa il giornalista e il comunicatore. Nel tempo libero ascolta molta musica, guarda diversi film, legge e, di tanto in tanto, scrive. I suoi viaggi raramente sono riposanti, ma pensa che sia giusto così.