Racconto fotografico di un viaggio on the road attraverso i simboli dell’Ovest americano. Lasciando Las Vegas, in direzione Gran Canyon, per poi raggiungere la Monument Valley al confine con lo Utah ed infine il meno conosciuto Canyon de Chelly, in pieno territorio Navajo. Il sole torrido d’agosto, una muscle car, tanta polvere, colonna sonora country e una strada dritta ed infinita.

Sono le 2.46 p.m. quando facciamo il pieno all’auto e lasciamo la capitale mondiale del divertimento, Las Vegas. Imbocchiamo la U.S. Route 93 appena oltre Henderson. Dopo aver costeggiato la famosa diga di Hoover puntiamo a Sud. Il nostro itinerario verso il Gran Canyon ci permette di coprire anche un tratto della leggendaria Historical Route 66. Il paesaggio muta gradualmente da completamente desertico e montuoso, a più verde e pianeggiante. Il sottofondo musicale è rigorosamente country, offerto direttamente dalla stazione radio ufficiale “Route 66”.  Pascoli, mandrie, qualche stazione di servizio trasandata e convogli infiniti di container ci accompagnano attraverso queste lande desolate dove il tempo sembra essersi fermato all’era di Jack Kerouac.

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Williams, Arizona. Ore 8.30 p.m., la temperatura è passata dai 38° del pomeriggio, a soli 15°. Ci fermiamo in un Mac Donald’s per fare il punto della situazione. Sfruttiamo la connessione e scopriamo che nessun albergo è disponibile a Grand Canyon Village per questa notte. Tuttavia il nostro è un viaggio on the road, siamo quindi pronti ad ogni evenienza e questo non rappresenta un grosso problema, dormiremo in auto. Scegliamo un parcheggio ghiaioso ai margini del villaggio. Accanto a noi è posteggiato un enorme motorhome. La luna è quasi nera e nonostante qualche tremolante luce al neon, lo stellato è magnifico. Ci addormentiamo senza troppe difficoltà. Qualche ora dopo, nel mezzo della notte, una strana sensazione fa si che, sia io che il mio compagno di viaggio, Dan, spalanchiamo gli occhi, accorgendoci di avere quattro cervi Wapiti davanti al cofano dell’auto che ci fissano. Sono animali curiosi e ovviamente innocui, tuttavia è sempre meglio mantenere le distanze. Sono molto imponenti e solo poche ore prima avevamo assistito ad una scena avente come protagonista una turista che si era avvicinata troppo ad uno di loro per fotografarlo. Questi l’aveva caricata senza troppi complimenti. Non l’aveva colpita ma per sfuggire alla “cornata” era caduta, terrorizzata, al suolo.  Torniamo a dormire senza altre interruzioni. Sono le 6 di mattina, il sole ci da la sveglia, unito ai 57° F (circa 13 gradi centigradi). Impazienti di raggiungere il tanto atteso parco, paghiamo i 25 dollari dell’ingresso e ci avviamo verso la destinazione. Un comodo pulmann rosso porta i turisti ai vari Vista Point. E’ mattino presto, siamo quindi fortunati ad essere i primi alle piazzole panoramiche dove ci attende quello che è considerato da molti lo spettacolo naturale più incredibile del nostro pianeta.

“ Non c’è nulla che possa prepararvi al Grand Canyon. Indipendentemente da quanto abbiate letto sull’argomento o da quante immagini abbiate visto, la visione è sempre mozzafiato. La mente, incapace di concepire uno spettacolo di questa portata, semplicemente soccombe e, per lunghi istanti, vi sentite una nullità, rimanete senza parole nè fiato, e provate solo un inenarrabile sgomento davanti a un fenomenale spettacolo così immenso, meraviglioso e silenzioso”

Bill Bryson – “America Perduta”

John Wayne è stato il protagonista della nostra successiva tappa, la leggendaria Monument Valley, scelta dal regista John Ford come location per il suo mitico “Ombre Rosse”. Quando ripartiamo da Gran Canyon Village il cielo è dipinto da lievi nuvole sospese sull’orizzone, che ricordano i fumetti di Tex Willer. La terra è di un rosso carico mentre l’aria fredda degli altopiani rinfresca dal forte sole. I tipici canti  rituali indiani sono le uniche melodie trasmesse dalla radio. Dopo l’entusiasmo iniziale, si rivelano un po’ noiosi, così lasciamo che ad accompagnarci sia soltanto il vento e il borbottio del grosso sei cilindri sotto il cofano. Imbocchiamo la 160 verso Tuba City, mentre le case che incontriamo si fanno sempre più trasandate e decrepite, a testimonianza dello stato tutt’altro che buono in cui vivono gli indiani delle riserve. Baracche di legno e roulotte circondate da minacciosi cani e carcasse di vecchi pick up si susseguono nel tratto verso Kayenta, ultima cittadina prima della Monument Valley. Siamo ormai in pieno territorio indiano Navajo. La Monument Valley fa parte della Navajo Nation Reservation, nello stato dell’Arizona, al confine con lo Utah. Simbolo dell’Ovest americano, questa vasta pianura è cosparsa dalle tipiche guglie rosse, le Mesas. Gli indiani gestiscono ogni attività all’interno della valle, compreso il discutibile “View Hotel” sorto sul punto più panoramico al posto dello spartano campeggio che vi trovava posto da oltre 40 anni. L’ingresso costa 5$, è possibile poi fare escursioni in jeep o a cavallo, tuttavia lo sterrato, nonostante qualche buca, è percorribile tranquillamente con qualsiasi mezzo. Il tramonto si avvicina e lo spettacolo dinnanzi a noi è prodigioso. La calda luce del crepuscolo crea interminabili ombre sulle mesas mentre le nubi si tingono di un rosso intenso.

E’ l’1.30 di notte quando, appena rientrati dalla cena, consumata alla modica distanza di 80 chilometri dal nostro alloggio, rimaniamo incantati dal cielo stellato del deserto. Appena fuori dal nostro Hogan, la tipica tenda Navajo, che ci ospiterà stanotte, lo spettacolo è memorabile. Rimango come ipnotizzato, col capo all’insù osservando la volta celeste. Faccio uno dei miei classici autoscatti totalmente inebriato dalla semplice bellezza di ciò che sto vedendo.

Il mattino successivo ci dirigiamo a sud, sulla 59 south. Il deserto lascia posto a verdi pascoli lungo la black mesa, che verranno poi nuovamente sostituiti da zone aride ricche di scenografiche formazioni rocciose. Lungo la strada non c’è molto, qualche ranch e qualche mandria di bovini guidata da un tranquillo Cow Boy. La cittadina di Chinle è l’ingresso ufficiale del parco del Canyon de Chelly.  Il canyon, che si trova ad una altitudine di circa 1.600 m slm., è scavato nell’arenaria, con pareti verticali alte 300 metri, da due fiumi che scorrono lungo il fondo deilo stesso. Pagato l’ingresso, un percorso si snoda lungo il suo margine permettendo di godere dei panorami magnifici nei numerosi Vista Point. Tutto è ovviamente minuscolo rispetto al Gran Canyon, ma proprio per questo il paesaggio è molto piacevole, non essendo sconcertante ed intimidatorio come quel del fratello maggiore.

Ecco infine terminato il nostro piccolo tour dei deserti dell’Arizona. Una terra aspra e selvaggia in cui è ancora la natura con la sua maestosità ed incredibile bellezza a farla da padrone. Il territorio è talmente vasto, che richiederebbe maggior tempo per esplorarne ogni suo più remoto angolo, senza mai far diminuire lo stupore e la meraviglia che esso suscita nei fortunati spettatori che lo attraversano. Qualunque sia il percorso, comunque, la sensazione che si prova laggiù, nei grandi spazi, è davvero impareggiabile. Ci si sente confusi, a tratti persi, a tratti protagonisti di un film, a tratti di un sogno.  In realtà è tutto vero, è soltanto uno dei mille volti del sogno americano.

Federico Bajetti nasce il 13-08-1990 a Brescia. Da sempre appassionato di viaggi e natura, si avvicina alla fotografia, inizialmente analogica, intorno agli 11 anni grazie alla passione tramandatagli dal padre e dai due zii. Nel 2004 la prima digitale e gli scatti iniziano ad aumentare. La vera svolta avviene nel 2008, durante un periodo di studio negli Stati Uniti, dove acquista la sua prima reflex rivoluzionando il modo di vedere il mondo attraverso l’obiettivo. Dopo aver compiuto studi di perito aziendale per il turismo decide di dedicarsi interamente alla fotografia iscrivendosi alla Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, terminata di recente con una laurea in fotografia. Il primo vero viaggio, per come l’ha sempre inteso, in auto e tenda a Capo Nord, da li in poi è stato un continuo crescendo che negli ultimi 3 anni l’ha portato attraverso 27 differenti paesi. Oggi è assistente di un’affermato fotografo di moda e le sue priorità continuano ad essere la fotografia e i viaggi. Non importa il dove, non importa il come, basta ci sia qualcosa da vedere, da scoprire, fotografare e raccontare.

  • Na21-OH

    Magnifiche foto. E la Dodge Challenger bianca calza a pennello.

  • andrea

    Bellissime foto. anche a me l’arizona aveva impressionato tantissimo, davvero una terra unica. il prossimo passo per voi allora dev’essere il New Mexico.

  • Amilcare Stocchetti

    Il viaggio è la parte più bella della vita, saperlo raccontare con delle immagini sapientemente immortalate è una dote di pochi. Bravo Federico