Quello che vi presentiamo oggi e la settimana prossima è un racconto di Matteo Benni scritto durante il suo viaggio a Dar Es Salaam, in Tanzania.

Lamiera

Dal tetto dell’ostello si vedono case in ogni direzione, interrotte soltanto a est dalla striscia blu dell’oceano. Sono case basse, dai colori chiari. Case piccole, perlopiù. Chiuse da tetti in lamiera e sparse senza uno schema preciso: ammassate
vicine in alcune zone, rade e isolate in altre. Accanto a loro c’è la presenza costante delle palme, che svettano alte nelle loro chiome di foglie larghe.

L’impressione, mentre mi guardo intorno, è di essere al centro della città, di essere immerso in essa, di farne parte. Ma le mappe mi dicono che così non è. È periferia, questa. E il centro è talmente lontano che non lo si riesce neppure a scorgere all’orizzonte.

Quell’impressione diventa allora smarrimento. La consapevolezza di essere riuscito ad afferrare molto poco di questo posto. Troppo poco.

L’ho attraversato e osservato da vicino, gli occhi pieni di ammirato stupore, paralizzato dai dettagli più piccoli (le insegne dei negozi, le buche nelle strade), conquistato dalla sua bellezza così ruvida, così diversa dalla nostra. Ma sempre ben consapevole di non esserne parte, di restarne fuori, di non essere in grado di capirlo fino in fondo.

E’ il mio ultimo giorno a Dar es Salaam, il mio ultimo giorno in Tanzania, e da quassù abbraccio un pezzo informe di un luogo che è stato capace di incantarmi. Ma un luogo di cui, dopo due settimane, non conosco quasi nulla. Guardo la città e penso che non ne ho visto che la superficie: il mio sguardo si è fermato allo strato di lamiera che protegge le case di qui dal sole e dalle intemperie. Così poco, troppo poco. Eppure un tetto di lamiera è bastato a conquistarmi.

Arrivo

E’ notte fonda quando atterriamo a Dar es Salaam ed entrambi i bancomat dell’aeroporto sono fuori servizio. I tassisti in attesa nell’area arrivi ci chiedono prezzi irragionevoli – e per giunta in dollari americani – per portarci all’ostello in cui  faremo base. Servono qualche tentativo e un po’ di trattative per individuare un autista più disponibile degli altri, e la morosa – convertite le cifre in valuta locale – riesce a contrattare un prezzo accettabile per quaranta minuti di viaggio e una sosta al bancomat più vicino.

Per la morosa è la quinta volta in Tanzania, e se contiamo anche i diversi mesi passati in Kenya si può concludere che conosce abbastanza bene questa parte d’Africa. Io invece qui non ci sono mai stato. La mia unica altra esperienza africana risale all’anno passato, sempre con la morosa, in Kenya: una piacevole settimana di vacanza sull’Oceano Indiano, poco a sud della città di Mombasa.

Questa volta sarà diverso. La morosa è qui per lavoro e io ho il compito di accompagnarla per la prima parte del viaggio. Abbiamo molte tappe da raggiungere e al momento un’idea piuttosto vaga del piano da seguire.

Il taxi viaggia veloce sulla strada deserta, illuminata solo dalle luci sparse di qualche casa. Al primo semaforo rosso, l’autista rallenta ma non si ferma. Al secondo, si guarda intorno un momento e accelera.

Dopo una ventina di minuti ci fermiamo. Il bancomat è dentro un complesso commerciale che sembra sorgere in mezzo al nulla, circondato da un muro di cemento e da una solida recinzione di metallo. Quando il taxi si avvicina, una guardia notturna ci apre il cancello e ci indica il locale in cui possiamo prelevare i nostri preziosi scellini tanzaniani. Le guardie notturne – nightwatchers – qui sono una presenza fissa in tutte le attività commerciali di una certa rilevanza.

Dopo la breve sosta siamo di nuovo sulla strada, tra case e improvvisi spazi vuoti, saltuarie buche nell’asfalto e alberi di palma, grandi incroci e segnaletica inesistente. Anche se la mia esperienza in materia e vicina allo zero, è un paesaggio che mi sembra di riconoscere e che d’istinto mi viene da definire africano. Un intreccio di pieni e di vuoti che suona irrazionale, alieno, e quindi non nostro. Loro. Basta una strada deserta in piena notte per svelare quanto sia lontana casa, quanto sia lontano il nostro mondo d’origine, quanto questo posto, per noi, sia diverso.

Arriviamo all’ostello un paio d’ore prima dell’alba. Come da programma, ci accoglie e ci dà il suo benvenuto la guardia notturna. Recuperati i bagagli e salutato il taxi, raggiungiamo l’ufficio centrale della struttura, dove una ragazza ci porge le chiavi della stanza e compila i nostri nomi nel registro.

La stanza è spartana ma con tutto quello che serve. Acqua corrente, elettricità, letto e zanzariera. Esausti ma contenti, ci addormentiamo nel giro di pochi minuti, mentre il cielo inizia a schiarirsi.

Verso Dar

Per muoversi a Dar es Salaam i mezzi sono essenzialmente tre. C’è il taxi, che funziona come da noi, con la sola, sottile, differenza che non c’è tassametro ed è saggio contrattare la tariffa con l’autista prima della partenza. Poi ci sono i dala dala, che in Kenya si chiamano matatu, e sono a grandissime linee l‘equivalente dei nostri autobus. Dei furgoncini, perlopiù di fabbricazione cinese, che possono ospitare un numero non chiaro di persone, contando tanto i posti a sedere – ufficiali e improvvisati – che quelli possibili in piedi. Come accade con gli autobus, i dala dala possono avere percorsi urbani o extraurbani. A differenza degli autobus, però, non ci sono orari stabiliti e nemmeno fermate segnalate lungo il tragitto. L’unico modo per riuscire a intercettarli è conoscerne in anticipo il percorso, o chiedere a qualcuno che lo conosce, e trovarsi al posto giusto nel momento giusto.

Il terzo mezzo di locomozione si chiama bajaji (in Kenya è conosciuto invece come tuk tuk) ed è sostanzialmente un’Ape Car di fabbricazione asiatica trasformata in un risciò a motore. Lo spazio di guida, nella parte anteriore, è riservato all’autista, mentre sul retro è sistemato un sedile che può ospitare non più di tre persone. Un telo di spessa plastica scura funziona come riparo dal vento e dalle eventuali intemperie. La zona passeggeri è chiusa da un lato soltanto, cosicché chi si siede vicino all’entrata (il sottoscritto, il più delle volte) può vedere la strada scorrere pericolosamente sotto i propri piedi, sempre accompagnato dal timore di essere sbalzato fuori dall’impatto con una buca improvvisa.

Il bajaji è di gran lunga il mezzo più economico e veloce per muoversi in città. Gli autisti, spesso pericolosamente giovani, sono capaci di svicolare tra il terribile traffico cittadino con un’abilità che trasforma ogni viaggio in un incrocio fra una gara di rally e un giro sulle montagne russe. E’ sobbalzando su uno di questi trabicoli che pensiamo di guadagnare il centro di Dar, ma non sono passati nemmeno cinque minuti dalla nostra partenza quando incontriamo la prima colonna di
macchine ferme. Ed è qui che faccio la conoscenza con uno dei trucchi più utilizzati dagli autisti di bajaji, che la morosa ha ribattezzato con arguzia “la corsia preferenziale”.Per ovviare ai frequenti, se non perenni, ingorghi che flagellano il traffico di Dar es Salaam, i bajaji semplicemente si spostano sul tratto di strada sterrata a lato della corsia asfaltata (quello che in poche parole noi chiameremmo marciapiede). La corsia preferenziale: una striscia di terra larga appena aa sufficienza per permettere il passaggiodi una scatoletta di lamiera a tre ruote, trasportante uno spensierato autista e, sul retro, due perplessi passeggeri bianchi.

Al museo

Il bajaji ci scarica in mezzo a palazzi alti, a ridosso di una rotonda al cui centro sorge una piccola statua che raffigura un soldato con fucile in mano e posa da battaglia. Non so se questo sia in effetti il cuore della città ma di certo pare il fulcro  attorno a cui ruotano le decine, forse centinaia di ingorghi che paralizzano tutti i giorni il traffico di Dar.

Come tante altre metropoli africane, anche Dar es Salaam è del tutto estranea al concetto di piano regolatore. E’ una città nata dal nulla e cresciuta troppo in fretta e senza regole. Per questo non ha un vero centro e per questo muoversi attraverso essa è tanto complicato quanto imprevedibile. Difficile indovinare quanto tempo ci vorrà per andare da un posto a un altro. Difficile anche capire esattamente dove si trovino i posti in cui si vuole andare.

Con la nostra poco dettagliata cartina riusciamo a fatica a individuare il percorso – piuttosto breve, una volta trovato – per raggiungere il Museo Nazionale di Dar es Salaam, nostra unica meta certa della giornata. Considerato che da qualche parte bisogna sempre iniziare, dare un’occhiata al racconto museale di una nazione che ha appena cinquant’anni di storia sembrava la soluzione migliore e anche la più potenzialmente interessante.

Il Museo Nazionale di Dar es Salaam si estende su due edifici: uno moderno, squadrato e non particolarmente accogliente e un altro più piccolo, datato e istoriato di decorazioni arabeggianti. Le due costruzioni sono separate da un cortile quadrato, coperto di erba lasciata crescere a ciuffi scomposti e attraversato da piccoli sentieri pedonali. Al centro del giardino sorge un grande baobab – il tronco misura un paio di metri di diametro almeno – attorno al quale una decina di file di cilindri in pietra bianca vanno a formare un piccolo teatro all’aperto. Le sedute sono sistemate a semicerchio e lo spazio è perfetto per ospitare piccoli spettacoli serali per ragazzi e famiglie.

Ma nel cortile c’è anche altro. Lungo il lato interno, sotto una tettoia in lamiera, riposano cinque o sei automobili di lusso dall’aria antica. Ci avviciniamo e da quanto riportato nella targhetta esposta apprendiamo che sono tutte appartenute a Nyerere, primo presidente della Tanzania e storico padre della nazione, ancora oggi da tutti amatissimo. Le auto più recenti della collezione sono Mercedes, ma fanno bella mostra di sé anche due Rolls Roice, costruite negli anni quaranta e donate dagli inglesi, di seconda mano, una ventina di anni più tardi.

Presidente dal 1961 al 1985, Julius Kambarage Nyerere ha di fatto inventato la Tanzania, unendo l’ormai ex colonia Tanganyika con i territori dell’isola di Zanzibar. Prendete le lettere iniziali dei nomi delle due regioni – tan e za – aggiungete la desinenza nia – che significa unione – ed ecco nata la ragione sociale della nuova nazione. Nyerere ha studiato a Kampala e in seguito a Edinburgo, e prima di essere eletto presidente faceva l’insegnante. La sua visione politica era d’impostazione socialista, ma nonostante i buoni risultati ottenuti sul fronte dell’istruzione e della sanità, le scelte di politica economica portate avanti per oltre due decenni si sono rivelate in sostanza fallimentari.

Un’eredità che la Tanzania di oggi continua a portarsi dietro come un pesante fardello, sognando tempi migliori. Lo racconta bene il manufatto che troneggia all’ingresso della prima sala museale: appoggiato sul muro di destra sosta la tozza figura di un bancomat, spento e dall’aspetto vissuto. Una targhetta, in swahili e inglese, informa che quello davanti ai nostri occhi è il primo bancomat mai installato in Tanzania. Un simbolo di modernità e ricchezza che ha fatto per la prima volta il suo ingresso nel paese nel non troppo lontano 1997.

Superato il manufatto storico-finanziario all’ingresso, la prima parte del museo è d’impostazione canonica, con una sala dedicata al mondo animale e marino (il teschio, senza zanne, di un giovane elefante fa piuttosto impressione) e un’altra di stampo etnografico, con antichi manufatti e ricostruzioni di costumi e usanze tribali. L’esposizione è organizzata in modo puntuale, anche se con mezzi piuttosto poveri. Mobili e vetrine sono con ogni evidenza di seconda o terza mano e si  incastrano a fatica lungo le pareti delle sale. Più che un museo nazionale sembra un’idea stereotipata di museo ricostruita dal vivo. Ma non si riesce a fargliene una colpa: passiamo anzi da una stanza all’altra divertiti e curiosi, come se il museo stesso fosse il reperto storico da ammirare.

Nel secondo edificio l’esposizione è al primo piano e racconta invece la Tanzania degli ultimi secoli, a partire dagli anni della tratta degli schiavi – che andavano verso il Medio Oriente e fino all’Asia Centrale – fino all’epoca coloniale. E’ qui che scopro che, contrariamente a quanto pensavo, non sono stati gli inglesi a colonizzare per primi la regione, ma i tedeschi, alla fine dell’800, strappando la costa dal dominio degli arabi che facevano base a Zanzibar e controllavano il traffico di schiavi. Gli inglesi arrivarono solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, prendendo possesso della colonia germanica in veste di vincitori del conflitto. E lì restarono fino al 1961, anno della pacifica indipendenza tanganyikana. L’unione con Zanzibar e la nascita vera e propria della Tanzania arriva invece nel 1964.

Il museo racconta queste vicende in maniera spartana ma efficace, con molte vecchie fotografie, documenti e oggetti di stampo militare: spade, fibbie, armi, uniformi. Ci sono anche elementari ma esaurienti infografiche, corredate di cartine geografiche, frecce, immagini e spiegazioni. In questa ricca ricostruzione storica, l’unico elemento fuori posto, che subito attira la mia attenzione, è l’elica di un aereo. Non particolarmente grande, arrugginita e ammaccata, ha tutta l’aria di essere appartenuta a un vecchio biplano. Così è, infatti. E’ l’elica -leggo nella targhetta appesa a fianco – del primo aereo che, all’inizio del ‘900, tentò la traversata del continente africano: una rotta che partendo dall’Egitto doveva terminare a Città del Capo.

Ma in Sud Africa l’aereo non ci arrivò mai. Finì la sua corsa in Tanzania, precipitando in una regione interna del paese. Di quel temerario biplano e del suo coraggioso pilota resta soltanto quest’elica, appesa a un muro del museo nazionale tanzaniano di Dar es Salaam. Testimonianza tragica di un passato in cui certe distanze erano ancora incolmabili, e simbolo al tempo stesso della testarda, incosciente necessità di superarle.

(fine prima parte)

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Matteo Benni è nato nel 1983 a Bologna, dove vive e lavora. Di mestiere fa il giornalista e il comunicatore. Nel tempo libero ascolta molta musica, guarda diversi film, legge e, di tanto in tanto, scrive. I suoi viaggi raramente sono riposanti, ma pensa che sia giusto così.

La foto in alto e in homepage è stata scattata da Rob a Dar es Salaam.