Come si arriva a essere nominati Adventurer of the Year dal National Geographic? Alastair Humphreys inizia da piccolo quando, troppo gracile per gli sport ‘tradizionali’, si rivolge agli sport all’aperto e a 13 anni completa in 24 ore la National 3 Peaks Challenge, una competizione che prevede di scalare le 3 cime più alte di Scozia, Inghilterra e Galles (Ben Nevis, Scafell Pike, Snowdon). A 18 anni insegna per un anno in Africa e durante gli anni dell’università pedala dal Pakistan alla China, dalla Turchia all’Italia e dal Messico a Panama. Una volta laureato, intraprende la sua prima grande avventura: 4 anni in bici attorno al mondo, attraversando 5 continenti e 60 paesi. Una volta tornato e pubblicato il racconto del viaggio (I would wander where the fancy took me, I would travel slow, and cheap, and with wide open, curious eyes), Alastair riparte e nel giro di pochi anni si mette sulle spalle la Marathon de Sables, l’attraversamento dell’Islanda a piedi, la traversata a remi dell’Oceano Atlantico e a piedi del deserto Rub’ al-Khali. Pubblicati altri 4 libri e affermatosi anche come oratore, Alastair nel 2011 decide di fermarsi per un anno in Gran Bretagna  e avvia il progetto delle microavventure: viaggi a portata di chi lavora dal lunedì al venerdì e non può permettersi – o non se la sente – di attraversare oceani, deserti e distese di ghiaccio.

Come funzionano le microavventure? Lo illustrano bene i poster che Alastair ha realizzato per pubblicizzarle: una volta arrivati alle 17 di venerdì pomeriggio, si esce dall’ufficio e si va alla ricerca di luoghi visti o mai visitati nei dintorni delle nostre città, ritorno previsto domenica sera. Così Alastair ha nuotato nel Tamigi, ha camminato attraverso la Scozia, percorso la M25 (la tangenziale che orbita attorno a Londra) e dormito su una collina. Senza spingersi troppo in là con l’eccentricità, basta uscire da Milano a piedi per dirigersi alla Certosa di Pavia, pedalare da Ferrara al mare (o al Delta del Po), ripercorrere le ferrovie e i binari abbandonati della Basilicata, raggiungere San Fruttuoso in Liguria o attraversare a nuoto un lago partecipando alle tante traversate organizzate d’estate. L’importante è partire, dopotutto.

Questa idea, microavventure come strumenti per scoprire il territorio che ci circonda senza spendere una fortuna e per invogliare anche i più restii al viaggio mi è piaciuta così tanto, che ho scritto ad Alastair e gli ho chiesto di rispondere a qualche domanda, sulle microavventure e non solo. Lui ha accettato ed ecco le sue risposte:

NBM: Sul tuo sito personale scrivi che hai creato le microavventure per provare a incoraggiare le persone a uscire dal familiare, a viaggiare di più. Di certo tu non avevi bisogno di incoraggiamenti, quindi cosa hanno fatto, per te, le microavventure?

AH: Sono stato abbastanza fortunato perché mi sono buttato subito in grandi avventure. Capisco che non tutti possano o vogliano fare questo primo, enorme passo. Ecco perché mi sono inventato le microavventure, per aiutare gli altri a fare un primo, piccolo, passo.

NBM: Qual è la microavventura più bella che hai fatto e quale, invece, la più deludente?

AH: Nuotare nel Tamigi: non mi sarei mai immaginato che un fiume così innocuo e familiare come il Tamigi potesse essere anche così selvaggio e avventuroso, da vicino. Cercare l’ignoto anche in ciò che ci è più familiare sta diventando una sorta di fil rouge delle mie microavventure. La peggiore microavventura è stata settimana scorsa, quando ho portato un giornalista a passare la notte in cima a una collina. E se piove quando decidi di farlo, non si scappa: sarà una pessima esperienza.

NBM: Cosa pensi dei viaggi attorno al mondo che stanno diventando sempre più popolari ultimamente? Pensi che siano educativi o che siano esperienze per viaggiatori occidentali privilegiati e viziati che preferiscono vedere più paesi nel più breve tempo possibile che esplorare l’ambiente che li circonda?

AH: I viaggi intorno al mondo sono fantastici. E sono un privilegio. Ovviamente è un peccato se poi chi li fa si limita a partecipare a full moon party in Thailandia, ma ciò non significa che siano brutte esperienze. Se hai l’opportunità, dovresti coglierla e fare qualcosa che abbia un impatto positivo permanente sulla tua vita. Questi viaggi sono esperienze che in tanti vorrebbero fare, ma non hanno la possibilità di fare. Quindi, se puoi, sii grato e fai che significhi qualcosa.

 NBM: C’è una differenza tra i weekend in città che sempre più viaggiatori si concedono grazie alle compagnie low-cost e le tue microavventure? Se sì, quale?

AH: Le mie microavventure si concentrano su luoghi selvaggi e sulla natura, le mie due passioni. Ma si possono trovare cose da fare e sfide e bellezza anche nelle città, nei musei eccetera. Ma la mia area d’interesse principale è la fuga dalla città e la ricerca di posti selvaggi.

NBM: Per quale motivo viaggi? Pensi che quel motivo sarà una costante nella tua vita o che a un certo punto svanirà e ti lascerà solo il desiderio di fermarti?

AH: Gran bella domanda. Penso che sia una sorta di maledizione. Ho sempre desiderato vedere di più, imparare di più, spingermi oltre, scoprire di più, provare nuove cose. L’orizzonte mi eccita più di ogni altro luogo dove mi trovo. Non penso necessariamente che sia una buona cosa, ma sono fatto così. Mi piacerebbe, un giorno, essere felice al 100% di dove mi trovo e felice di fermarmi e aprire un bar da qualche parte. Forse dovrei farlo in Italia…

NBM: Se dovessi suggerire ai nostri lettori una microavventura da fare in Italia, cosa suggeriresti?

AH: Mi imbarazza ammettere che conosco pochissimo dell’Italia. Mi piacerebbe scoprirla. Forse potremmo organizzare una microavventura assieme a NBM…