Franco Michieli, classe 1962, fotografo e scrittore, guida della Compagnia dei Cammini nonché uno dei massimi esperti italiani dell'”arte del saper perdersi” nella natura, è stato ospite del Trento Film Festival in questa edizione 2013. In compagnia di Linda Cottino e Stefano Ardito ha partecipato alla conferenza di presentazione del nuovo volume “Trekking intorno al mondo – 240 escursioni nei 5 continenti“, edito da EDT, evento presieduto dal fondatore delle guide Lonely Planet, Tony Wheeler. In quest’occasione abbiamo avuto l’opportunità di scambiare con lui qualche parola sul tema del camminare.

NBM: Recentemente sembra esserci una crescita dell’interesse per l’escursionismo, visibile anche in Italia, che ne pensi?

FM: È difficile nasconderlo: negli ultimi anni, qui come nel resto del mondo, stiamo assistendo a una rinascita – una riscoperta, a dire il vero – del camminare. Sembra che la gente stia lentamente iniziando a ricordarsi le proprie origini di camminatori e si stia sempre più rendendo conto di quanto la percezione e la fruizione di un luogo cambino in modi inaspettati quando lo si affronta sulle proprie gambe, senza la fretta e lo stress del presente in cui viviamo che spesso obbligano a un relazionarsi parziale e sbrigativo con i luoghi visitati.

NBM: E questo vale specialmente per le escursioni nella natura?

FM: Abbiamo vissuto nella natura, muovendoci a piedi, per gran parte della nostra storia di esseri viventi. La fruizione stessa del mondo, soprattutto quello naturale, cambia profondamente quando i tempi del viaggio si dilatano: ogni istante viene vissuto letteralmente a passo d’uomo. Parliamo di un’esperienza nuova, estranea anche a quella “domenicale” resa popolare dalle associazioni alpinistiche, un modo di viaggiare che permette di sperimentare periodi di vita diversi da quelli della quotidianità delle grandi città, dell’orario d’ufficio.

NBM: Però le escursioni in natura implicano sempre un certo tipo di rischio, o almeno così la pensano in molti.

FM: Ci siamo formati per decine di migliaia di anni in un ambiente – la natura – che ora rifuggiamo, quasi come un nemico da temere. Una delle conquiste – e allo stesso tempo una delle perdite – più grandi ottenute dall’essere umano è la realizzazione del concetto di sicurezza: sicurezza sul lavoro, negli ambienti naturali, in viaggio, sicurezza economica e sociale, sicurezza per il futuro. Abbiamo tuttavia ottenuto questa conquista a caro prezzo: il rovescio della medaglia è una quasi totale perdita della spontaneità della vita, oscurata completamente dalla ricerca di un’ideale di certezza, a lungo desiderato e ora continuamente riproposto attraverso strategie di marketing. Pensiamo ai viaggi: il marketing nel caso dei viaggi è essenzialmente questo, un’offerta di sicurezza. Quello che ci viene promesso dai tour operator è di intraprendere un’attività o un insieme di attività – che potremo magari tranquillamente fare in totale indipendenza – in un ambiente sicuro, circondati da certezze: organizzazione, cibo, salute, soccorso.

NBM: Si potrebbe dire, quindi, che stiamo assistendo a una sistematica disincentivazione della fruizione della natura?

FM: Il timore nei confronti dell’ambiente naturale è incentivato dalle istituzioni nella gran parte dei casi: quante volte sentiamo dire che l’escursionismo invernale è rischioso e va quindi scoraggiato? Questo può essere vero per l’alpinismo estremo o lo sci-alpinismo, ma una gita nella neve non è quasi mai rischiosa. Quante volte, invece, sentiamo dire che le piste da sci sono pericolose? Praticamente mai. Ciò che veramente interessa è pubblicizzare la garanzia di poter passare una settimana insieme a migliaia di altri turisti in un resort invernale sciando su piste obbligate, con neve finta, circondati da tutti i confort di casa propria, piuttosto che educare a muoversi indipendentemente e in piena libertà. Non si può negare che questo tipo di commercializzazione della sicurezza non generi i suoi frutti – sicuramente sono evidenti quelli di tipo monetario per chi la incentiva. Si corre però un grosso rischio: la gente si abitua a un ambiente artificiale, a rischio zero e crede poi, per estensione, che il rapporto con l’ambiente naturale sia sempre un’attività sicura al 100%. Le cose non stanno così e non bisogna mai dimenticarlo: molti degli incidenti che accadono in montagna sono causati da una conoscenza insufficiente dei rischi, o da una sopravvalutazione delle proprie capacità, dovute spesso proprio a questo.

NBM: Cos’è, quindi, che spinge sempre più persone a diventare escursionisti, nonostante la forte disincentivazione di questa attività?

FM: Il camminare è un’attività fortemente rilanciata dai grandi pellegrinaggi (Santiago, la via Francigena), ma che sta assumendo una nuova dimensione. Se una volta era la ricerca religiosa a favorire i grandi cammini, oggi il camminare assume sempre più una dimensione spirituale laica. Grazie a essa è possibile accedere a una dimensione sconosciuta – dimensione che permette di raggiungere uno stato che chiamo serenità. Essenzialmente essere sereni ha a che fare con il sentirsi più in sintonia con il mondo reale di quanto non si creda. Serenità intesa quindi come la sensazione che ci permette di accettare la natura come un’amica, una compagna e non, come si è soliti fare, come un ambiente ostile. La natura non è a rischio zero, non è affatto un ambiente sicuro; bisogna imparare a conoscerla e sapercisi rapportare. Se, però, impariamo a convivere con essa – a vedere noi stessi come una parte della natura più che come una cosa distinta – allora ci sentiremo sereni e saremo in grado di sentirci a nostro agio anche in condizioni avverse. Posso dire di avere costruito la mia vita proprio intorno alla ricerca di questa sensazione.

NBM: Viaggiare da soli o in compagnia, per trovare la serenità?

FM: Parafrasando Erri de Luca: la solitudine è un uccello postato sulla nostra spalla che ci tiene compagnia. Quasi sempre abbiamo timore della solitudine, la fuggiamo, ci neghiamo ogni rapporto con essa. Ma c’è una distinzione da tenere a mente: esistono tipi diversi di solitudine. C’è il “sentirsi soli” interiore, tipico del mondo contemporaneo, delle grandi città in cui ci si sente insignificanti di fronte alla massa di persone che scorrono come fiumi per le strade. E c’è invece una forma di solitudine “positiva”: la sensazione di serenità che si ottiene imparando a conoscere la natura e che fa sì che ci si possa sentire in compagnia anche quando, effettivamente, non si è insieme ad altri esseri umani. La natura è un’amica che dialoga con noi, che ci accompagna a prescindere dalle difficoltà che ci può porre davanti, una guida fatta non di parole, dati, immagini, ma di un insieme indefinito di piccole e continue situazioni che ci insegnano come relazionarci con essa. Essere in compagnia di altri mentre si viaggia aggiunge ovviamente tutt’altra dimensione al viaggio. E la serenità si può certamente trovare anche in compagnia di altre persone.

Franco Michieli nei pressi della sua tenda sulla neve, nel corso della sua ultima avventura sugli sci in Lapponia

NBM: Nel corso della tua vita ti sei specializzato nelle escursioni “a vista”, ovvero senza alcun tipo di supporto: niente orologio, carte topografiche, gps, computer. Come ha contribuito questa scelta alla tua ricerca della serenità?

FM: Fin da giovane ho cercato un rapporto speciale con la natura. Una delle mie prime esperienze è stata la traversata delle Alpi, da Ventimiglia a Trieste. Durante quella camminata di 81 giorni, ho iniziato a rendermi conto di come fosse possibile camminare, anche in condizioni meteorologiche totalmente avverse, senza troppo bisogno di usare carta e bussola. Imparando a conoscere l’orografia della regione, usando le stelle e, soprattutto, il sole, è sempre possibile orientarsi, anche se magari con una certa approssimazione. Ma è proprio questo il bello: avere la libertà di rispettare i propri tempi, e quelli della natura, piuttosto che quelli imposti da altri attraverso carte, sentieri forzati, GPS. A volte si va fuori strada e si scoprono itinerari sconosciuti e molto belli; altre volte invece si finisce in un vicolo cieco e bisogna tornare sui propri passi, ma se uno non ha fretta (e nelle escursioni di questo tipo la fretta non fa che aumentare i rischi) questo non è affatto un problema. A quei tempi poi non esistevano ancora i GPS: quando hanno iniziato a diffondersi mi sono chiesto se utilizzarli non fosse, in un certo senso, come barare. Ci ho pensato e ho deciso di non usarli. E non me ne sono mai pentito, anzi, è stata proprio questa decisione a impormi di relazionarmi con la natura in un modo diverso, imparando ad ascoltarla e a farmi guidare. Cosa che poi, a sua volta, mi ha portato a trovare la serenità.

NBM: Qual è stata la tua ultima avventura?

FM: Lapponia, marzo 2013. Una traversata sciistica di 27 giorni con partenza da Kirkenes e arrivo ad Alta, nella regione norvegese del Finnmark, su una lunghezza di circa 450 km sempre tirando la pulka (slitta su cui vendono trasportate provviste ed equipaggiamento) e sempre a vista, ovvero senza carte topografiche, orologio, gps, computer. Orientandosi unicamente grazie al sole, le stelle, le strutture geologiche e i fiumi della regione. Un’esperienza affascinante, questa volta in compagnia di Davide Ferro (gestore del Rifugio Campogrosso), alla riscoperta della dimensione del passare del tempo naturale. Abbiamo riscoperto l’esperienza unica, diversa per ogni individuo, del relazionarsi con la natura; una dimensione personale che è forse il succo di quello che andiamo sempre più ricercando allontanandoci dalla nostra spesso insoddisfacente quotidianità.