Ho scoperto le foto di Katrin Koenning per caso, grazie alla segnalazione di Flak Photo. Qualche click in più e mi sono ritrovata a sfogliare il suo sito internet dove, tra i tanti progetti fotografici, c’era anche Backpackers Inc., uno sguardo originale sul mondo dei viaggiatori zaino in spalla, ritratti nella loro fragilità e nella solitudine del viaggio. Ancora qualche click per scoprire l’Australia attraverso i suoi occhi: un’Australia fuori da ogni cliché, fatta di spazi e relazioni tra gli australiani e quegli spazi. Se dovessi fare un paragone, penserei a Katrin come alla versione fotografa dello scrittore Tim Winton. Curiosa di capire il perché, il come e il quando del suo approccio alla fotografia, all’Australia e alla relazione che gli esseri umani instaurano con ciò che ci circonda, le ho fatto qualche domanda. Il risultato è questa intervista: parole profonde quanto le foto che l’accompagnano, a illustrare la ricerca personale di Katrin, legata al concetto di ‘appartenenza’ a un luogo.

(The full interview in English is available here)

Lake Mountain, Victoria

NBM: Sei nata in Germania, cosa ti ha spinta a lasciare il tuo paese e a trasferirti in Australia? Perché l’Australia?

KK: Alla fine la ragione principale è stato l’amore, e perchè avevo bisogno di un cambiamento. Volevo anche studiare fotografia in Australia. Il fatto che alcuni miei familiari si fossero trasferiti in Australia nella seconda metà degli anni 90 e che io gli avessi fatto visita spesso ha reso il trasferimento più facile.

NBM: Da tempo fotografi l’Australia utilizzando diverse prospettive e diverse ambientazioni: come descriveresti il paesaggio australiano, se dovessi farlo con le parole e non con le foto?

KK: Molto di quello che si legge sul paesaggio australiano all’estero parla di durezza, luce accecante, caldo soffocante e di una natura in qualche modo spietata. Poi c’è la nozione di gotico australiano, che descrive il paesaggio come spaventoso, mistico, grottesco e buio. Personalmente, vedo la natura selvaggia e la durezza dell’ambiente, ma vedo anche qualcosa di fragile e gentile e timido. Provo spesso a immaginare il volto e l’essenza di questa terra prima del colonialismo. C’è una certa malinconia nel concetto australiano di luogo. Per me la vastità dell’outback, spesso descritto come ‘il grande niente’, è un grande tutto. La sua bellezza e la sua profondità e la sua immobilità sono di un’incredibile magnificenza. È come se il cielo ti avvolgesse, la fuori, e penetrasse il tuo cervello divenendo qualcosa di tangibile, allargando i tuoi pensieri, dando loro significato e calmandoli. Si può trovare qualcosa là fuori. Forse, qualche piccola parte di te stesso, la parte che hai perso o smarrito trascorrendo troppo tempo in una grande città dietro muri di mattoni, di fronte allo schermo di un computer, guardando immagini di paesaggi.

NBMPensi che la relazione tra il paesaggio e le persone in Australia sia diversa rispetto all’Europa?

KK: Nel secolo della globalizzazione e della crescita degli spazi urbani, un legame reale con la terra (da non confondere con il concetto di luogo) sembra difficile da stabilire. La distanza crescente dalla natura è un fenomeno ormai mondiale, non un concetto delimitato da confini. Quindi, per me, l’idea di terra o di luogo nella fotografia contemporanea è inestricabilmente collegata al desiderio di comprendere i paesaggi sociali e culturali sia a livello locale sia globale. La nostra relazione con la natura continua a essere frammentata. Qualche volta penso che per relazionarci davvero alla natura dovremo disimparare tutto ciò che abbiamo imparato.

NBM: Il tuo Backpackers Inc. mi sembra un progetto che offre uno sguardo estremamente interessante su una categoria di viaggiatori che è diventata quasi un cliché: come mai ti sei concentrata sui viaggiatori zaino in spalla? Come hai sviluppato il progetto e avvicinato le persone che hai ritratto?

KK: Gran parte di Backpackers Inc. è stato realizzato mentre partecipavo al workshop Magnum con Trent Parke a Fremantle (WA), come parte di Fotofreo. Ero arrivata qualche giorno prima dell’inizio del workshop e trovavo difficile capire su quale progetto iniziare a lavorare. Dovendo lavorare in tempi molto stretti, volevo ambientarmi nel luogo dove mi trovavo e poi trovare qualcosa che mi interessasse, invece di partire con già in mente una storia. L’ostello in cui ho fatto i ritratti è stato ‘casa’ mia durante quelle due settimane – mi era sembrato logico fotografare ciò che mi circondava. Oltre la superficie, ho visto molta vulnerabilità nei viaggiatori che ho incontrato laggiù. Questo lato nascosto dei viaggi zaino in spalla, il loro effetto collaterale per così dire, è un aspetto che ho trovato molto interessante.

NBM: In un’intervista alla CNN, lo scrittore William Least Heat Moon disse che non dovremmo confondere lo spostarsi con il viaggiare: pensi che ci siano diversi modi di viaggiare? Nel tuo progetto fotografico Transit, osservi i pendolari e i loro spostamenti quotidiani, li consideri viaggi in qualche modo? Perché hai scelto questi soggetti?

KK: Molto del mio lavoro segue una narrative di viaggio, in un modo o nell’altro. Penso che ci siano diversi stadi nel viaggiare. Come chiunque altro viva in un ambiente urbano, la mia quotidianità include molti spostamenti. Il trasporto (pubblico) è una parte essenziale delle nostre vite e il tempo che trascorriamo spostandoci da A a B è un viaggio, in qualche modo, anche se dettato dalla routine. È un tipo di viaggio che sperimentiamo e condividiamo tutti, un viaggio di necessità, non di privilegio. Transit si concentra sullo spazio che esiste tra destinazioni, doveri e routine – lo spazio tra le distanze. Uno spazio che, a seconda della lunghezza dello spostamento, è spesso riempito dall’immaginazione.

NBM: Al momento vivi a Melbourne: cos’ha di affascinante e unico questa città?

KK: Melbourne è una città gentile in cui vivere. Persone provenienti da culture diverse la chiamano casa e c’è una gamma incredibile di arte e cibo. In inverno fa freddo e se guidi per un’ora e mezzo, trovi la neve. In autunno le strade sono coperte di foglie (niente di speciale se vivi in Europa, ma gran parte dell’Australia è o sempre verde o deserta). L’oceano incontra la città e viverci così vicina è un privilegio. Penso sempre alle città come a personalità: Melbourne è amichevole, divertente, generosa, caotica e in qualche parte trasandata, il che mi piace. Confesso che spesso mi manca la ruvidità europea. Essendo cresciuta nella regione post-industriale Ruhrgebiet della Germania, ho una passione per i luoghi sottovalutati perché ‘brutti’. Le cose rotte spesso nascondono molta bellezza, forse perché le persone tendono ad accantonarle e queste iniziano a vivere di vita propria.

NBM: Ho letto la tua intervista su DesignMontage. L’intervistatore scrive che il tuo lavoro ruota attorno al tema dell’appartenere: è corretto? Perché questo tema e cos’è casa per te?

KK: Sì, l’appartenenza è un tema che continua a fare capolino nei miei lavoro in forme diverse. A parte l’interesse genuino per la divergenza tra il concetto e la realtà di ‘appartenenza’, riflettere su questa parola è per me un processo naturale, vista la mia condizione di migrante.
Cos’è casa? Wow, questo è ancora un grande punto di domanda.
Forse casa, dopotutto, è una sensazione di felicità.

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