Una settimana a El Tunco, la spiaggia più famosa di El Salvador. I cittadini della capitale vengono qui per il fine settimana. Annaffiano tortillas di pollo con acqua di cocco e ammirano le evoluzioni dei surfer locali. Loro scelgono le onde più grandi, premono le tavole minuscole e zigzagano schizzando dappertutto. Ai gringos lasciano gli scarti: qualche onda laterale anomala e quelle in cui non riescono a chiudere aerials giganti. Mi stavo convincendo che tutti i salvadoreños scuotessero bicipiti XL e capelli lunghi schiariti dal sole. Persino i ragazzini che vendono braccialetti hanno vestiti puliti e buone maniere. Così diversi dai loro coetanei del Nicaragua annebbiati dalla colla sniffata. Qui sognano di comprarsi la prima tavola.

Nemmeno i tassisti ricordano gli anni della guerra. Specie a turisti, che immaginano venisse combattuta tra soldati in mimetica e contadini con machete e canottiera. “Ci sono tante bellezze in El Salvador. Siete stati al lago Coatepeque?”, ribattono. Però i ricordi dei cadaveri lungo l’autostrada e i fiumi rossi di sangue riemergono facilmente. Basta mostrare di avere dedicato del tempo a informarsi e a conoscere la vera storia. La guerra civile ha consumato El Salvador dall’interno tra 1980 e 1992. Il conflitto fu un prodotto maligno della guerra fredda. Il governo di El Salvador ha mantenuto rapporti stretti con gli Stati Uniti per tutto il ventesimo secolo. Durante le amministrazioni Carter, Reagan e Bush senior i marines hanno addestrato e armato l’esercito locale. Al lato opposto, vari movimenti di sinistra. Con il Partido Comunista Salvadoreño in testa, si erano uniti nel Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional  (FMLN). Il gruppo interagiva con il blocco dei paesi socialisti europei, con Cuba e con il Nicaragua.  I 75.000 morti stimati, principalmente civili, rappresentano il 2% della popolazione dell’epoca. Il numero non include l’alto numero di feriti e mutilati di guerra e quello incalcolabile delle vittime di violenze psicologiche e stupri da parte degli squadroni della morte. Marchi non visibili ma altrettanto dolorosi e letali a lungo termine.

Ron Brenneman fu operatore di pace durante l’intero conflitto. Autore del toccante Perquín Musings: a gringo’s journey in El Salvador”, racconta della linea sottile tra il noi e il loro, tra militari e guerriglieri spesso membri della stessa famiglia. Ora vive sulle montagne di El Perquín, al confine con l’Honduras. Ha costruito un albergo, una scuola e è una celebrità della comunità locale. Per capire il più possibile di El Salvador ho deciso di viaggiare ai due estremi del paese. El Tunco è la spiaggia da cartolina, la copertina delle guide turistiche. El Perquín si nasconde nell’ultima pagina, una scritta in caratteri minuscoli, come la controindicazione a un farmaco. In sei ore di bus lasciamo la Costa del Balsamo e raggiungiamo la selva.

El Perquín è il tipico villaggio di montagna dell’America Centrale. Il campo di calcetto nella piazza principale, le aiuole con le panchine di pietra, la chiesa in un angolo e la scuola nell’altro. Il negozio di alimentari con un dito di polvere sugli scaffali. Ma questo paesino ha una eredità pesante. In questa zona si nascondeva il nucleo della guerriglia del FMLN. Radio Venceremos, lo strumento di comunicazione dei ribelli, trasmetteva dalle grotte che cariano le montagne circostanti. José, l’ex combattente che ci accompagna lungo il museo della guerra, ci racconta storie di eroismo e di violenza. Di come gli USA vendessero all’esercito i caccia che bombardavano i villaggi. E ai ribelli i missili terra-aria per abbatterli. Queste informazioni non si trovano nei libri di storia ma il trasporto con cui José racconta è reale. Come la sua gamba infortunata a causa di una mina che lo costringe a barcollare a ogni passo. Le mura sono perforate dalle pallottole e coperte di foto in bianco e nero e ritagli di giornali. Sfioro le bombe e soppeso il metallo dei fucili responsabili. Dopo mezz’ora di triste strada sterrata raggiungo El Mozote. Nel dicembre del 1981 lo squadrone della morte Atlacatl sterminò l’intero villaggio. Durante una tre giorni di stupri e sangue, uccisero 300 persone accusate di aver dato rifugio ai guerriglieri. I corpi vennero riesumati solo dieci anni dopo e molti rimangono senza nome. Oggi, graffiti colorati nascondono gli insulti che macchiavano il muro della chiesa. La piazza principale ricorda i caduti e ospita il monumento alla speranza di El Salvador: una famiglia di quattro persone, unita per le mani. Nonostante si tratti di una sagoma nera sembra che camminino felici. Non serve scappare dal passato, i nomi dei morti saranno per sempre nello specchio retrovisore di questo paese sfortunato. Rufina Marquez, l’unica superstite di El Mozote, è morta nel 2007 e con lei sparisce l’ultimo anello di congiunzione al massacro. Restano le storie tramandate e le foto sbiadite dell’epoca e gli incubi degli adulti. I sorrisi dei bambini servono però ad attenuarli. Il trattato di pace di Chapultepec del 1992 ha strozzato gli squadroni della morte e traslocato il FMLN dalla guerrilla ai banchi della politica. La carenza di infrastrutture e l’alto numero di armi da fuoco in circolazione continuano a frenare questo paese. Una nazione povera e violenta che si contende col vicino Honduras il triste primato del maggior tasso di omicidi per 100mila abitanti. Avrei potuto rimanere sulla spiaggia di El Tunco per tutta la durata del mio sogno. Continuerei il mio viaggio panamericano col ricordo di tramonti rosa e salvadoreños con corpi scolpiti. E di anziani che camminano sulla sabbia vulcanica con la maglietta arrotolata sopra la pancia per godersi la brezza marina. Ma le scosse elettriche sono il motivo per cui viaggio. Mi riportano in vita. A volte pago per il trattamento come nella discesa alle miniere di argento di Potosí in Bolivia. Altre si presentano indesiderate sotto forma di lunghi machete guatemaltechi. Oggi è il proiettile di un M16 statunitense che buca la mia bolla di onde perfette e palme da rivista.

Ron Brenneman è in viaggio quando busso alla porta del suo Hotel Perquín Lenka. Sta raccontando la storia di José, del villaggio di El Mozote e dei tanti stranieri che hanno collaborato per la pace. Il modo migliore per fargli giustizia. Resto senza un pezzo importante del mio puzzle ma con un altro motivo per tornare qui. El Salvador è la nazione più piccola del Centro America e quella più densamente popolata. Non tutti potranno cavalcare le onde oceaniche e godere del sole costiero. Ma almeno un padre non aprirà il fuoco sul proprio figlio perché veste una divisa diversa dalla sua. Sento il dolore di questa guerra e porto una cicatrice profonda, però ora sono vivo.

Stefano Frigerio: in viaggio dal Cile al Canada senza prendere aerei. Scrivo di surf e fiestas sul mio blog: www.panamericano.it

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la foto in homepage è di Steve Rhodes su licenza CC