Dunque l’obiettivo diventa attraversare velocemente la Mauritania ed entrare nell’accogliente e tranquillo Senegal. Il vento è una costante anche in Mauritania e si traduce in un consumo abnorme di benzina;  diamo dunque un senso alle nostre taniche di scorta ed al portapacchi in compensato marino. Transitiamo per la capitale Nouakchott e proseguiamo rapidamente; è sconsigliato passare per la frontiera di Rosso in quanto si dice che i doganieri siano famelici e avidi di franchi CFA. L’alternativa è il valico di Diamma e ciò implica  una deviazione non proprio facile da trovare. Lasciamo l’asfalto e i primi 35 chilometri si rivelano  drammatici  impiegando oltre due ore sotto un sole implacabile. Le moto sprofondano nella sabbia e perdiamo anche la pista e i riferimenti. Qualche attimo di panico prima che un paio di pastori comparsi dal nulla ci indichino la retta via . Tratti di durissimo ton ondulè  mettono a dura prova gli stanchi  ammortizzatori fino a quando entriamo nel Parc National des Oiseaux du Djoudj, regno incontrastato di migliaia di uccelli migratori;  ancora qualche chilometro ed ecco le squallide baracche della frontiera.  Siamo soli ed iniziano le incessanti richieste di danaro, da quelle più velate a quelle più esplicite:    “ Se volete passare sono 10 euro a moto, in caso contrario noi non abbiamo fretta”. Scusa Davide ma se questa è la frontiera “buona” a Rosso cosa ci avrebbero fatto? Oltre quattro ore per espletare le formalità di entrambe le dogane, una trentina di chilometri di buon asfalto e siamo nella mitica Saint-Louis. Ex capitale di quella che un tempo era l’Africa Occidentale Francese è ricca di bellezze architettoniche ottocentesche in pieno degrado, una Havana africana in miniatura. Poco lontano dal centro il quartiere Guet N’Dar è il regno dei pescatori e delle loro famiglie: ogni mattina centinaia di imbarcazioni tornano con le stive strabordanti di pesce che subito viene essiccato in gironi infernali da donne corpulente o  imbarcato in camion frigorifero per la lavorazione industriale. Conosco Saint-Louis e quindi non posso che tornare al ristorante Galaxia dove si mangia il miglior thiéboudieune del Senegal e dove riusciamo a bere la prima birra veramente fredda del viaggio. Una meritata dormita di 12 ore mentre Davide si occupa dell’ordinaria manutenzione delle moto. Un ultimo city tour e imbocchiamo il grande ponte che ci allontana da Saint-Louis. L’ambiente oggi è quello della savana, la strada è monotona ed iniziamo a soffrire il caldo. Proviamo a rinfrescarci alla spiaggia di Lompoul  da dove durante la bassa marea si può raggiungere Dakar sfrecciando sulla battigia. La periferia di Dakar è vicina ed il traffico diventa implacabile,  smog e clacson impazziti a fare da cornice. La guida dei senegalesi è molto approssimativa e procediamo lentamente schivando continui pericoli.

Siamo a Dakar, e ci siamo arrivati in moto! Il sogno di ogni motociclista! Non abbiamo fatto la Parigi-Dakar ma è comunque una grande soddisfazione. Abbiamo 48 ore di tempo dall’entrata in Senegal per registrare il nostro carnet de passage; al molo numero otto riusciamo ad espletare tutte le formalità, curiosamente senza dover lasciare alcun franco CFA. Poi è la volta dell’ambasciata della Guinea dove dobbiamo ottenere un documento denominato  “laissez-passer “  (il visto ed il carnet non sono sufficienti). La mamma dei burocrati è sempre incinta! Lasciare Dakar è complicato quanto arrivarci ma solo 85 chilometri ci separano da Saly, la Rimini del Senegal, la spiaggia alla moda dei ricchi senegalesi. Penso sia giunta l’ora di prenderci cura delle nostre membra e Davide conferma quando gli propongo un giorno intero a chilometri zero, un giorno di relax, mare, sole e buon pesce alla griglia. In fondo in fondo siamo in vacanza! Dopo tanta costa è giunta l’ora di lasciare l’Atlantico ed affrontare l’interno del continente africano; partiamo che è ancora buio per anticipare il torrido caldo che verrà. Procediamo con prudenza in quanto la visibilità è molto scarsa; poi una fantastica alba illumina di rosa il creato. Una bellissima ragazza sta facendo l’autostop e non posso esimermi dal caricarla: il contatto con i locali è parte integrante di qualsiasi viaggio. Purtroppo deve scendere dopo pochi chilometri. Poi la strada si trasforma in un groviera con migliaia di buche che ci costringono ad un  continuo zigzagare. Centinaia di immensi baobab e colorati mercati si alternano ininterrottamente. Una sosta veloce a Kaolack e prima che il caldo diventi imbarazzante arriviamo a Tambacounda. I nostri 390 chilometri giornalieri sono in saccoccia; festeggiamo con un panino all’omelette e ci sistemiamo in un bel bungalow. Compro un giornale locale e leggo notizie non proprio confortanti: sono segnalati episodi di banditismo  al confine tra Senegal e Guinea, proprio dove dobbiamo andare noi domani. Meglio non pensarci. Sta per iniziare quella che sarà la giornata più bella del viaggio, partiamo presto e dopo 120 chilometri siamo in dogana. I funzionari sono gentili e non ci chiedono alcuna mazzetta. Siamo addirittura noi a dovergli mostrare dove mettere i timbri nei nostri carnet de passage. Da queste parti gli europei sono una rarità! Attraversiamo il Parc Transfrontalier Niokolo-Badiar e dopo 30 chilometri appare la dogana della Guinea, che superiamo con un filo di gas.

IMG_2867Sulla Guinea non ho informazioni sicure; o meglio non sono al corrente dell’esatta condizione stradale. Nel dubbio non ci resta che provare. Fino a Koundara fluttuiamo a folle velocità su un nuovissimo  asfalto senza incrociare alcun mezzo di trasporto. Dopo circa 70 chilometri, in una curva , il veloce asfalto lascia il posto ad un difficile sterrato, improvvisamente quanto pericolosamente.  Il caldo è soffocante e la polvere ci rende irriconoscibili avvolgendoci con uno spesso strato di colore arancione. Perdiamo le bottiglie di acqua e volano via le taniche a causa di buche profonde e scivolose e per un paio di volte mettiamo anche il culo per terra. Siamo nel mezzo di una foresta lussureggiante; incontriamo qualche camion sul ciglio della strada in attesa chissà da quanti giorni di un raro pezzo di ricambio. La strada poi diventa di montagna e improvvisamente  un fiume ci sbarra la strada. La risposta africana è  un arrugginito traghetto trainato da braccia umane che fa da spola da una riva all’altra. Alterno momenti di stanchezza preoccupanti a momenti di euforia; cerco di bere molto e mangiare qualche arancio. Siamo a metà pomeriggio e ci rendiamo conto che non arriveremo mai. Ma in fondo, arrivare dove? Davide ha un piccolo impasse quasi da fermo e cade. È inutile continuare, siamo oramai allo stremo delle forze dopo 360 chilometri molto impegnativi. Nel mezzo della foresta appare un personaggio quasi regale: tunica blu, barba folta e sguardo magnetico. Gli chiediamo rifugio e non ha dubbi: l’ospitalità musulmana è proverbiale. L’uomo ci fa entrare nel suo regno. Non visibile dalla strada appare una casetta di legno immersa nella foresta e decine di gioiosi bambini. Lui è l’imam del villaggio (ma quale villaggio?), padre di 8 figli ed anche il maestro della comunità. Ecco perchè il suo cortile nel tardo pomeriggio si riempie di decine di bambini che si raccolgono attorno ad una vecchia lavagna a sillabare i versi del Corano. Una litania coinvolgente, una musicalità piacevole quanto inaspettata, quasi mistica. È un mondo unico, vero, speciale, forse in estinzione. Montiamo la tenda e con tre secchi d’acqua riusciamo a toglierci gli strati di polvere e terra che sono oramai diventati parte di noi; l’ospitalità prevede anche un piatto di riso con mafè  e una complicata  conversazione rigorosamente tra uomini. Non appena il sole tramonta donne e bambini si rintanano nella capanna; dalla nostra tenda ascoltiamo i dolci rumori del focolare, i bambini che giocano e che forse si stanno chiedendo chi siano questi due strani personaggi appena arrivati. Poi cala la notte ed un profondo silenzio.

IMG_2872Alle prime luci dell’alba usciamo dalla tenda e tutto gli indumenti  che avevamo lasciato all’aperto sono  bagnati fradici: la natura impone sempre le proprie leggi. Salutiamo i nostri ospiti e ci mettiamo in marcia. Lo sterrato è ancora impegnativo e stentiamo a prendere il ritmo giusto. Impieghiamo oltre tre ore per fare i 90 chilometri che ci separano da Labè, caotica capitale amministrativa del Fouta Djalon. Facciamo il pieno e ripartiamo; la strada è asfaltata ma piena di buche pericolose, le curve si susseguono tra una vegetazione rigogliosa. Attraversiamo i villaggi di Pita, Dalaba e Mamou schivando mucche e capre, furgoni impazziti e sgangherate biciclette. Davide fa l’andatura e fatico a tenere il passo, oggi è molto motivato e solo i controlli dei militari riescono a fermarlo. Si, anche in Guinea ci sono molti militari in circolazione, e molto incuriositi dal nostro passaggio. Qualcuno si dimostra interessato ad una eventuale compravendita della moto. A metà pomeriggio raggiungiamo Kindia dopo altri 365 chilometri di viaggio. Anche oggi siamo in condizioni pietose: coperti di polvere, stremati dalla fatica ma anche molto emozionati in quanto domani potrebbe essere il grande giorno, l’entrata “trionfale” in Sierra Leone. Festeggiamo con una birra e facendo lavare le nostre Transalp, diventate oramai  protesi ineludibili del nostro corpo. Dopo una notte tranquilla partiamo con calma; il panorama montano dei giorni scorsi è oggi sostituito da pianure con immensi palmeti. Subito ci imbattiamo in un controllo di militari piuttosto ubriachi; vorrebbero dei soldi, ci fanno grosse pressioni ma con diplomazia riusciamo a proseguire indenni. A Coyah lasciamo l’arteria principale che porta alla capitale Conakry e svoltiamo a sinistra. La strada diventa più stretta e meno battuta, si sente aria di frontiera anche se mancano ancora 80 chilometri. Iniziano continui posti di blocco; il terzo è quasi fatale. Un militare incarognito si impunta su un assurdo cavillo burocratico e non intende farci proseguire. È cattivissimo, come nei peggiori film di guerra. È chiaro che sta cercando di arrotondare il suo magro stipendio; tramite un suo scagnozzo ci fa capire che una soluzione ci sarebbe, una soluzione da 100 euro a testa. Sono fuori di testa, tra 20 chilometri c’è Patrick al confine che ci sta aspettando e io sono qua impantanato con questo bastardo. Vorrei essere e fare il Rambo ma forse non è il caso. Inizia allora una lunga contrattazione che si risolve con una tangente di 20 euro totali. Anche l’uscita dalla Guinea è piuttosto ostica ed elaborata ed è con immensa felicità che leggo il cartello “Sierra Leone”. Cerco Patrick ma non vedo, lo chiamo al cellulare ma non risponde.

Lui ha i nostri visti e tutti i permessi, senza di lui non si entra. Cerco di spiegare la situazione  ai doganieri ma non ne vogliono sapere. Il tempo si dilata. L’euforia si alterna con lo sgomento. Parcheggio la moto e faccio un centinaio di metri a piedi e finalmente lo vedo, Patrick. Inizia una di quelle scene da “carrambata” con abbracci, baci, urla, un tripudio di emozioni e di gioia. Ce l’abbiamo fatta. Patrick ci affida alle cure di un amico doganiere che in mezz’ora risolve tutte le formalità. L’ultima dogana. Una birra ghiacciata e partiamo alla volta di Makeni; Patrick è in macchina e ci scorta con le quattro frecce lampeggianti, come se fossimo importanti diplomatici europei. Ci togliamo gli stivali e guidiamo a piedi nudi, ci facciamo autoscatti mentre guidiamo. Ai posti di blocco lasciamo parlare Patrick e non abbiamo mai problemi, ora stiamo giocando in casa. Con la mente ripercorro gli highlight del viaggio facendomi solitarie risate. Inizia il conto alla rovescia, ancora pochi chilometri all’obiettivo finale. Patrick rallenta e si ferma sul ciglio della strada, sua moglie e suo figlio appena nato ci stanno aspettando. Scendiamo per l’ultima volta dalle moto. Un abbraccio caloroso con Davide, una foto di rito e gli sms alle persone più care: MISSIONE COMPIUTA.

Se la felicità è un attimo, questi sono attimi di vera felicità. Trovo una Sierra leone molto diversa dai primi anni duemila, molte multinazionali stanno investendo nel settore minerario ed agricolo, le fratture sociali sono momentaneamente ricomposte e si respira una aria di euforia e di fiducia nel futuro. Incontro tanti vecchi amici e soprattutto il vescovo Biguzzi, incredulo ma felice per la nostra avventura. È  Natale e come Re Magi dei tempi moderni doniamo alla Caritas le nostre moto.

Il cerchio si è chiuso.

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it

 

Alcune note tecniche:

Moto: Honda Transalp 600, comprata usata a 1.000 euro

Km: 5.225 in 17 giorni

Costo a testa: euro 4.400, comprensivo di tutto , acquisto moto, traghetto  e volo aereo A/R compresi.

Visti: Mauritania, Guinea e Sierra Leone

Carnet de passage: si ottiene tramite l’ACI; necessaria fidejussione bancaria

Patente internazionale: necessaria

  • Fulvio

    Un viaggio bellissimo!! Io lo ho fatto al contrario con una motocicletta indiana, devo dire che avere due ruote riduce i filtri e le barriere culturali!!

    http://youtu.be/LeOQ6wYqqRI