Parliamo di Kenya, e subito la nostra mente visualizza gazzelle inseguite da leopardi e leoni che sbadigliano nella savana assolata. Un bambino malnutrito vestito di stracci è forse l’unica altra scena presente nell’immaginario collettivo occidentale, un immaginario africano per lo più nutrito da documentari naturalistici e, possibilmente, da qualche foto di associazioni di aiuti umanitari.

Queste sono pressoché le uniche impressioni non solo di chi non è mai stato in Kenya, ma anche di un gran numero di turisti, che solitamente si limitano a visitare quasi esclusivamente i parchi naturali tra cui il grandioso Masai Mara e il più modesto Parco Nazionale di Nairobi situato a sud della città, cercando di non passare nel paese più tempo dello stretto necessario e di avere meno contatti possibili con le città e le persone. Molti italiani poi, visitano solo la zona di Malindi, una Little Italy sull’area costiera, che non ha molto a che fare con la capitale e con i suoi abitanti e la sua cultura. Il disinteresse e la diffidenza verso Nairobi non dovrebbero sorprendere, visto che le uniche nozioni che abbiamo riguardo a questo paese sono quelle di estrema povertà e di pericolo di tutti i tipi (criminalità, scarse condizioni igieniche, disastri naturali, ecc.) e che quando ci apprestiamo ad organizzare un viaggio in Kenya, passando dal fare i vaccini al consultare i siti nazionali di informazione per viaggiare sicuri, ci troviamo di fronte ad un susseguirsi di allarmanti ammonimenti e raccomandazioni.

Io stessa ricordo la mia prima notte in Kenya, più di un anno fa, come un incubo. Dopo aver spruzzato lo spray contro gli insetti nella stanza e sui miei vestiti, essermi coperta ogni centimetro di pelle ed aver chiuso il mio letto ermeticamente dentro alla zanzariera, mi sono svegliata al primo ronzio, urlando nel vedere i piccoli esseri famelici appoggiati al di fuori della mia rete, associandoli alle terribili malattie di cui avevo sentito parlare in Italia. Oggi è una storia che racconto agli amici kenioti per farli ridere.

Certo i pericoli ci sono davvero. Lo scorso sabato sera sono stata in compagnia di amici cinesi ed indiani sikh e musulmani in un minuscolo, fumoso e vivace ristorante cinese di hotpot frequentato da muratori e industriali cinesi dediti ad accese discussioni tra birra africana e karaoke. Al termine della serata la proprietaria, originaria di Chongqing e residente a Nairobi da più di dieci anni, è uscita per raccomandarsi di persona di stare attenti sulla via del ritorno a casa, perché molti suoi clienti a casa non ci sono proprio arrivati. Per fortuna i miei amici (tra cui molti hanno affrontato di persona esperienze di violenza criminale) conoscono posti, itinerari e orari di Nairobi fin dalla nascita, ed è così che ho potuto scoprire la vivace vita diurna e notturna della città. Viaggiare o vivere in Kenya comporta rischi reali, ma da non generalizzare; i possibili pericoli sono da contestualizzare in diverse aree e diverse situazioni, e sono largamente evitabili con la conoscenza del posto e il buon senso. Il Kenya resta, nonostante tutto, uno dei paesi più sicuri dell’Africa.

Nonostante i grandi problemi di criminalità e corruzione, l’impressione generale è di energia giovane e di contentezza, di speranza e di buoni propositi… con i dovuti tempi tecnici. Lo stile di vita dei locali è Pole Pole, una parola in swahili che può essere resa con “pian piano, senza fretta“, una cosa che inizialmente può essere difficile da accettare, soprattutto quando agli appuntamenti arrivano in ritardo di ore, o non arrivano affatto.

Le recenti elezioni, che diversamente dalle precedenti si sono svolte in un clima di relativa tranquillità, hanno portato al seggio presidenziale Uhuru Kenyatta, figlio del promotore dell’indipendenza del Kenya Jomo Kenyatta ed ex ministro delle finanze, che tra le sue promesse elettorali ha messo in primo piano lo sviluppo della sicurezza, delle infrastrutture e della vivibilità urbana. Nell’attesa di vedere se queste aspettative saranno veramente soddisfatte, vale la pena di guardare oltre ai classici scenari da safari, per scoprire la singolarità degli spazi abitati kenioti e soprattutto dell’odierna capitale Nairobi – una città giovane, colorata, formosa e scoppiettante. Una città in cui la distinzione tra città e giungla non è netta: il suo lato tropicale e selvatico è parte integrante del paesaggio urbano.

Bancarelle al mercato Masai di Nairobi

La strada principale all’arrivo dall’aeroporto costeggia il Parco Nazionale di Nairobi per poi buttarsi in una serie di intricati incroci cittadini, uno dei quali abitato interamente da giganti cicogne marabù, che hanno deciso di fare la loro colonia su una delle rotonde più trafficate proprio a fianco di uno dei supermercati più affollati. Uccelli dai colori strabilianti planano sui tavoli del River Cafè, uno dei locali preferiti degli mzungus (nome in swahili che denota gli occidentali bianchi) dove si beve un caffè dall’aroma e dal sapore ricchissimo tostato sul posto, guardando i giochi dei raggi di sole sulla vegetazione variopinta di blu, viola, rosso e giallo, con esemplari di piante che i fioristi in Italia vendono in versione di plastica. Prendendo il tè da amici ho dovuto nascondere la borsa quando le scimmie hanno invaso il soggiorno; e nutrire una gentilissima giraffa dalla grande lingua ruvida e blu con le proprie mani al Giraffe Center è una delle emozioni più belle che ci siano.

Nutrendo giraffe al Giraffe Center di Nairobi

La natura è dovunque, fa parte della città, la modella. La conformazione urbanistica di Nairobi è costruita attorno ad aguzze colline verdissime su cui le strade malconce si snodano in tornanti e fanno slalom tra piante enormi, torrentelli vivaci ed intere aree di foresta selvaggia. Il cemento e l’asfalto sono in minoranza contro il terriccio rosso cupo su cui si svolge tutta la vita della città e dei villaggi kenyoti. I matatu, angusti camioncini-rottame usati come autobus, caricano viaggiatori in corsa, mentre chi è già seduto compra banane al volo agli angoli delle strade.

Strade di Nairobi

Non sono solo le sue forme che rendono Nairobi cosmopolita e soprendente; la voce della città sta nella varietà etnica dei suoi abitanti. I kenioti sono prima di tutto africani appartenenti a moltissime, diverse tribù – Kikuyu, Luo, Masai, Kalenjin, Akamba, ecc., tra cui non mancano grosse frizioni -, ma sono anche nuove generazioni discendenti da immigrati indiani stabilitisi qui diversi anni addietro (Sikh del Punjab in primis), e più di recente migranti occidentali e cinesi.

Raffigurazione di Ganesh in un tempio Hindu di Nairobi

La variegata popolazione ha portato all’esistenza di bolle culturali distinte tra loro che si riflettono sia in spazi separati – il centro città, le belle chiese e i sobborghi di periferia africani con i loro mercati nei campi e i negozietti scuri ritagliati tra fango e lamiere; i numerosissimi templi sikh e hindu e le moschee, la Little India di Diamond Plaza dove sarti da pochi soldi e venditori di stoffe indiane dalle intricate fantasie si contendono lo spazio coi negozi di incensi e di statuine di divinità di ogni sorta e dove le famiglie si fermano ad ogni ora del giorno sui luridi tavolini per degli spuntini a base di bhajias (bocconcini fritti con farina di ceci), chicken tikka e masala chips; la ricca zona delle ambasciate e delle Nazioni Unite, le malls, i ristoranti di alto rango e le grandi ville degli occidentali; il China Center, le zone industriali e le piccole sconosciute tavole calde dei cinesi –, sia si intersecano, mischiandosi in numerosi quartieri e luoghi pubblici. Si crea così un cocktail di costumi, di lingue, di tradizioni, di cibi e di caratteristiche singolari.

Un sarto indiano al lavoro in Diamond Plaza

Passare il sabato pomeriggio alla food court del Village Market con musica jazz dal vivo sorseggiando una Tusker – la più nota birra keniota – e sbocconcellando indifferentemente samosa, pizza o salsicce bavaresi, è un’abitudine di tutti gli abitanti di Nairobi, quale che sia la loro etnia di origine. Sul fare della sera c’è sempre ressa nelle stazioni di servizio, dove si compra il pollo arrosto, il chocolate dip (un cono di crema immerso nel cioccolato fuso sul momento) e dove qualcuno mastica foglie di Miraa, una sorta di droga, seduto sui sedili della sua auto con musica a tutto volume.

Jazz dal vivo del Sabato al Village Market

Tra alti e bassi, ogni giorno a Nairobi è una scoperta e una lezione di accettazione del prossimo e del diverso.

Oltre al paradiso della brillante vegetazione tropicale e l’inferno degli slums da troppo tempo ignorati e normalizzati, quando si alza lo sguardo oltre la polvere e l’inquinamento delle strade, a partire dalla natura sgargiante, passando per i sorrisi di persone così diverse tra loro, fino ad arrivare ai cieli cupi e profondi, ci si chiede: cosa potrebbe diventare Nairobi? Se fosse sicura e più moderna, più a misura d’uomo, e nello stesso tempo se l’industrializzazione e lo sviluppo non portassero alla distruzione della flora e della fauna, potrebbe essere la città dei sogni, quella in cui ambiente e persone vivono in armonia e tra esse non c’è separazione ma continuità; potrebbe essere la meta per eccellenza, non solo delle utopie ma anche della realtà, quella più naturale che c’è. Per adesso possiamo solo sperare che il futuro renda Nairobi più accessibile e far tesoro di quel che già c’è, nel puro stile africano, senza troppi pensieriHakuna Matata.

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Noemi è una giovane viaggiatrice, appassionata di lingue straniere, arte asiatica antica, letteratura e fotografia. Laureata in lingue orientali, ha vissuto per diversi anni a Qingdao e Beijing dove si è specializzata in cinese aziendale ed ha lavorato come traduttrice di opere letterarie per il Ministero dell’Educazione Cinese e come traduttrice/interprete tecnica per diverse compagnie. Ad oggi vive negli Emirati Arabi dove lavora come Business Development Manager per una compagnia di software ad uso governativo per la quale viaggia intorno al mondo spesso e volentieri.

  • Yang

    Bravo! Nuonuo