Il mitico Thomas Edward Lawrence, passato alla storia come Lawrence d’Arabia, così descrisse il Wadi Rum agli inizi del novecento: “ I dirupi culminavano in una serie di cupole di un rosso meno intenso del resto dell’altura, anzi piuttosto grigie e basse, e conferivano un ultimo tocco di architettura bizantina a quel posto irresistibile, una via dei pellegrini più immensa di quanto si possa immaginare … la nostra carovana si rese conto della propria piccolezza e ammutolì, intimorita e vergognosa di ostentare la propria esiguità di fronte a quelle alture stupende.”

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Quelle terre ostili e selvagge erano sotto il dominio Ottomano ma la rivolta Araba era nell’aria. L’emiro Faisal e il fratello Abdullah organizzarono un esercito di cavalieri e l’enigmatico colonnello inglese Lawrence d’Arabia li aiutò a coordinare le truppe, a garantire i rifornimenti e a sferrare l’attacco decisivo. Il Wadi Rum divenne la casa di Lawrence, il suo rifugio segreto, base logistica e  zona di transito che le truppe arabe a cavallo e a dorso di cammello attraversarono per conquistare prima Aqaba e poi Damasco. Era uno spietato deserto che però nascondeva sorgenti d’acqua, piccole cascate e una insospettabile quantità di flora e fauna.  La rivolta Araba ebbe come diretta conseguenza la nascita della Giordania moderna, ora nelle salde mani della dinastia hashemita, enclave di pace circondata da terre in eterno conflitto. Ma il fantasma di Lawrence è rimasto  in questa valle, la sua presenza è palpabile dietro ad ogni roccia…

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Il nome Wadi Rum non indica solo l’ampia valle descritta da Lawrence, ma anche tutta una serie di colline e dune che si estendono da nord a sud per oltre 100 chilometri. La valle centrale si trova a 900 metri sopra il livello del mare, il confine con  l’Arabia Saudita è a pochissimi chilometri. Non credo che il Wadi Rum sia cambiato molto rispetto ai racconti di Lawrence. Dal 1988 l’area è protetta ed è gestita dai 5.000 beduini che vivono nei villaggi di Rum, Diseh e Shakriyyeh.  Ed è proprio uno di questi beduini che ci accoglie al nostro arrivo, Zedane, all’inizio fiero e riservato, poi malizioso e intraprendente. Con il suo abito bianco e la kefiah rossa rappresenta alla perfezione i valori fondanti degli uomini del deserto: ospitalità, lealtà, dignità, fierezza e cortesia. Ci accoglie nel suo campo in mezzo al deserto, un campo tendato su un’altura che domina una delle centinaia di valli di questo fantastico territorio. Avremo tre giorni per approfondire la conoscenza di questo ambiente, tre giorni per abbandonare le nostre abitudini occidentali e vivere al ritmo beduino.

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E qual è il mezzo di trasporto ideale per svelare i misteri di questo avamposto di frontiera? Le nostre gambe naturalmente, siamo qua per camminare e certamente non rimarremo delusi. Dopo la prima notte nella tenda beduina siamo un po’ provati; non è stato freddo come ci aspettavamo ma il ronfare del Silvano d’Arabia ha disturbato il sonno di molti . Ma  non importa, la sveglia è all’alba e dobbiamo approfittare delle prime ore di fresco. Una colazione beduina a base di fagioli, pasta di ceci e tè bollente è quello che ci vuole per temprarci. Oggi ci aspetta l’anello del Jebel Khazali, un anello di 25 chilometri nel sud del Wadi Rum. La jeep guidata dalla nostra guida Salem ci precede e ci indica la direzione; camminare sulla sabbia è piuttosto impegnativo, le temperature toccano i 35 gradi ma non c’è umidità e si fatica a sudare. I panorami sono fantastici e la lenta andatura permette di apprezzare i più piccoli dettagli delle formazioni rocciose. Dopo qualche ora raggiungiamo il ponte di roccia di Umm Fruth; poi il pranzo che viene preparato con perizia da Salem. Una breve sosta per evitare i momenti più caldi e ripartiamo. Paradossalmente il paesaggio non è mai monotono e ora scendiamo in una immensa vallata fino a raggiungere il Siq del Jebel Khazali. Si tratta di una stretta spaccatura di 150 metri che si inoltra dentro la montagna. Oltre alla frescura apprezziamo le incisioni rupestri realizzate dalle antiche popolazioni locali: notiamo disegni raffiguranti struzzi, impronte di piedi a coppie e una donna che partorisce. Incominciamo a sentire la stanchezza e la fine dell’anello sembra non arrivare mai. Le ombre sulla sabbia si allungano e l’arenaria ne approfitta per vestirsi di nuovi colori. È quasi il tramonto quando arriviamo al campo, un tramonto un po’ deludente ma non si può chiedere troppo dopo una giornata meravigliosa come questa. Nonostante l’acqua sia il bene più prezioso da queste parti c’è chi non rinuncia alla quotidiana doccia, questione di scelte. La cena è di quelle beduine, carne e verdure cotte sotto la sabbia del deserto, poca ma apprezzata la frutta e l’immancabile tè alla menta…

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Oggi è il giorno tecnicamente più impegnativo: dobbiamo affrontare il ponte di roccia di Burdah e il canyon di Rakhabat. L’attività necessaria per queste escursioni si chiama “scrambling”, un mito tra trekking e arrampicata;  non siamo molto sicuri di quello che ci aspetta e siamo un po’ preoccupati.  La solita colazione ed in jeep arriviamo alla base del Burdah bridge, pronti per attaccarlo senza esitazione. La  roccia ha un buon grip e partiamo in scioltezza. Alcuni punti sono abbastanza esposti, altri sono più difficili da immaginare che da effettuare. La nostra guida Salem ci indica i punti migliori ove passare; per me che sono un neofita  sembra tutto molto tranquillo. Gli “alpinisti” del gruppo invece storcono il naso e sono un po’ in paranoia: non sono abituati a certi passaggi senza alcun tipo di sicurezza. A  quanto pare stiamo rischiando grosso, ci si potrebbe fare male davvero. Come  bambini che non sanno stimare il pericolo proseguiamo;  più saliamo più il paesaggio si allarga e mostra la sua maestosità e imponenza . Siamo solo a poche centinaia di metri sul livello del mare ma sembra di essere sul tetto del mondo. Dopo circa un’ora siamo alla base del ponte . Ora le cose cambiano:  qui non si può più salire alla “vogliamoci bene”. Ma questo era preventivato. Salem tira fuori la corda e alcuni di noi l’imbracatura e i moschettoni. Ed in pochi minuti siamo sopra l’arco. Il panorama è grandioso e la soddisfazione per esserci arrivati è tanta. Ma la giornata prevede ancora diverse escursioni e non possiamo rilassarci troppo. Ripercorriamo in discesa il percorso e raggiungiamo la jeep. Un veloce pranzo al sacco e ripartiamo con il nostro mezzo a quattro ruote motrici. Una breve sosta a quei quattro deludenti sassi che sono ciò che rimane della casa di Lawrence, altre incisioni rupestre e la salita alla grande duna rossa. Ma la prova più difficile deve ancora arrivare, il Rakhabat canyon. Si tratta di un percorso di sola andata, circa due ore di tempo e passaggi piuttosto arditi. Qualcuno di noi è già molto stanco e rinuncia, altri seguono con fiducia i veloci passi di Salem. Il canyon è molto selvaggio ed angusto; massi enormi bloccano il passaggio ed obbligano a difficili contorsioni per proseguire il cammino. Alcuni tratti sono piuttosto esposti e due lisce pareti verticali di qualche metro ci obbligano a dare il meglio di noi stessi. Ma le emozioni valgono qualche piccolo rischio e questi sublimi panorami e il senso di libertà che ne deriva meritano gli sforzi e la fatica che si sta accumulando. Passo dopo passo ci avviciniamo alla meta finale, il villaggio di Rum dove incontriamo il resto del gruppo arrivato in jeep. Quale modo migliore di festeggiare questa mitica giornata se non con una tanto agognata birra ghiacciata?

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E già ci troviamo a parlare di domani, della salita al Jebel Umm Adaami, la montagna più alta della Giordania, al confine con l’Arabia Saudita. E inizia già la nostalgia, la consapevolezza di dover lasciare il campo tendato di Zedane e con lui tutti i piccoli riti che ci hanno accompagnato in questi due giorni. Certo siamo solo all’inizio del viaggio, ci aspettano altri impegnativi trekking nella valle di Petra  e tanto altro ancora. Ma il Wadi Rum è unico nel suo genere ed è oramai entrato definitivamente nei nostri cuori.

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Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a  riccardoprati@libero.it