La prima volta che sono stato a Barcellona ho annusato le strade e grattato i muri del Barri Gòtic. Porte, portoni, immondizia del giorno prima, segni di gesso sulla pietra; sono inciampato sulle tracce già percorse da Antoni Tàpies per accanirmi sul suo schermo cieco e infilare la sua terra. L’analogia della sua partecipazione al luogo come radice solida che lascia l’immagine per imbattersi nella materia. Respirare per due persone è un bagaglio a mano fuori misura.Ad agosto le vecchie cantine mandavano odore di salame e formaggi, puzza di pesce e puzza di piscio dalle vie sempre più strette e ruvide, dove il sole avrebbe fatto brutta figura ad arrivare, nel mezzo degli anni zero, quando Gus Van Sant ci ha insegnato a girare con le magliette monocrome con il profilo del toro nero sopra; perché l’elefante nella stanza è solo un altro segno inesorabile del passaggio del tempo. Non mi serviva altro che una macchina fotografica usa & getta.

Il mare, il porto, erano alle spalle.

Sono tornato senza troppa convinzione, riconoscendo i luoghi e trovandoli più giovani, sapendo che gli anni andati ridicolizzano la sacralità di certi riferimenti: non volevo lanciare dal balcone altra cenere, come quando prima di uscire dai ’90 avevo sepolto il cadavere squisito dei suoi surrealisti. Imparare troppo uccide l’imprevisto, riabilitando così la lettura modernista della griglia degli incroci dove ai balconi adesso arrugginiti sventolano orgogliose bandiere cubane gialle e rosse. Quelle che erano orme individuali sono diventate linee sottili, un cambio che da anagrafico si è fatto geografico, ridisegnando rigorosamente un paesaggio non più spontanea emersione della materia ma pacata visione aerea, dove l’occhio si apre ad accordare segmenti di panorama impensabili. Il pieno del concreto si annulla seguendo i fili ritmici tirati dalla teleferica, lasciando i discorsi in sospeso perché l’ennesima onda resetta e riparte. Quasi un ritorno all’ordine.

Non la terra allora, ma l’acqua.

Bisogna salire sulla montagna per capire quanto Barcellona sia città di mare. Una città con la quale è facile litigare, quando capisci che cerca solo di prenderti per mano con un sorriso forzato, per mostrarti le sue curve, le sue case e i suoi mercati, che ti avvolge con un tempo rilassato dove tutto appare naturale, come mosso dall’aria tra le palme; perché almeno poi si va in spiaggia a prendere il bel tempo interiore. Quando non si dorme la notte poi non si dorme neanche il mattino.Ad aprile il primo vero caldo aspetta la semifinale di Champions scolando cerveza. Risalendo tra le vie che portavano ai vecchi bordelli, non si immagina come qui un tedesco possa spiegare la poesia in architettura, muri e vetri puliti ogni mattina per non smarrirsi nel riflesso di una piscina come piccolo mare; tuffarsi nel niente con l’eco del traffico fatto più da sirene in crociera. Le scalfiture testimonianza dei ricordi sono rimaste sepolte sotto il segno della barba.

La cancellazione è nel blu Mediterraneo.

Il Montjuïc vi si affaccia protettivo, belvedere di silos, gru, ganci e muletti che organizzano la loro idea di sconfinamento, lembo di un limite che si autogestisce, meccanico e più indipendente dell’ architettura di Gaudì che invece si genera come i castelli di sabbia, pronta ad accumulare gli sgoccioli bagnati che cadono dalle dita. Prima di finire a calpestarla conviene andare a riva per lavarsi le mani in acqua, riprendere le nostre cose e tornare a camminare.Non avevo mai alzato lo sguardo sopra le mie spalle, perché così la materia solida cola a picco in una diffusa orizzontalità. Ora la città sembra tornare a distendersi, riconoscendo da lontano le spiagge di Barceloneta e il vecchio porto; e a svanire l’intreccio dei monumenti, un volto massiccio che aspetta di vederti voltato per aprirsi alla linea di fuga che Cristoforo Colombo indica senza troppa convinzione. Questo non è il fronte del porto del mare americano.

Al posto della tequila la crema catalana.

Guardando come al rallentatore, la merce degli scali sembra leggera nei suoi spostamenti, quando la strada finisce dove sgrana l’asfalto come liquido arrivo al capo estremo del percorso. Tutta l’area  diventa un deserto di riflessi luminosi, il tiki taka avvolgente annulla la fisicità delle epoche sovrapposte cucendo una città diversa, troppo scomoda per addormentarsi; mossa a schiacciare su un lato e a svanire su quello opposto. Stanotte avremo freddo.Ripetere, ripetere variando, ripetere la variante precedente. L’assioma generazionale delle distanze e dei ritorni mantiene la latenza di un’unica risposta giusta; il risultato è una percezione ancora labile della città, tra linee nere a pennarello e carcasse gelide di pesci. La colonna sonora che commenta le immagini declina il mare al cielo, illuminando quotidianamente i dialoghi ai piedi di questa acropoli anti-crepuscolare. Ascoltando, sono ridotto al silenzio.

Ritornerò quando sarò più giovane anche io.

Daniele Pilenga, da tre anni docente accompagnatore in gita, vive e lavora tra Caravaggio e Bergamo, provando a spiegare dipingere fotografare l’importanza delle immagini nella memoria e a come trasformarle in tracce di senso. Altro qui.