Era questa, la carne dell’orso: e ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Primo Levi, Ferro

Avevamo raggiunto il rifugio che ci avrebbe dato da dormire poco prima che facesse del tutto buio. A detta dei miei compagni di viaggio si era trattata di una delle tappe più dure mai affrontate. E se lo confermavano loro c’erano tutti i presupposti per crederlo davvero.

Oltre trentacinque chilometri, avrebbe sentenziato l’iPhone, la maggior parte macinati sotto un sole cocente, con un’ultima tirata in salita durata tutto il pomeriggio, nel miraggio di vedere, dopo una curva che teneva nascosto il futuro, il cartello bianco che avrebbe annunciato il borgo cui saremmo dovuti arrivare.

Avevamo percorso il tratto finale sconfitti dalla stanchezza, da uomini silenziosi, senza camminare nemmeno fianco a fianco, ma distanziati l’uno dall’altro di una cinquantina di metri. Ognuno a tenere il proprio passo e fare la conta dei piccoli dolorini che iniziavano a farsi sentire: gli spallacci dello zaino che tentavano di lapidarci le braccia, le ginocchia malconce o le ciocche che percepivamo crescere tra calza e pelle.

Ci eravamo riuniti solo all’ultimo bivio. Avremmo dovuto camminare ancora per tre quarti d’ora, abbandonare le due fila di case appena raggiunte e salire lungo il sentiero che ci avrebbe condotto al rifugio.

«Siamo sicuri di voler arrivare fino in cima?» avevo chiesto con sguardo implorante «domani il pullman che mi porterà a valle parte esattamente da qua alle 6 e 45 del mattino. Se invece di salire dormissimo in paese non sarebbe più comodo per tutti?»

«Ormai ci siamo. Serve un ultimo sforzo e attraversando il bosco passeremo davanti alla sorgente dove nasce il Tevere, non vorremmo tornassi a casa senza averla vista» mi avevano convinto in un attimo. Così, dopo aver caricato sulle spalle gli zaini, avevamo ripreso a macinare passi sull’ultimo tratto di salita.

Poiché l’indomani, all’alba, sarei dovuto scendere da solo per quella strada, avevo iniziato a guardarmi intorno, per ricordare che direzione tenere ai bivi, e a cronometrare il tempo dell’ascesa, visto che non potevo permettermi di perdere l’unico mezzo che avrebbe potuto ricondurmi alla civiltà.

Raggiunto il rifugio, dopo rampe spacca-fiato in mezzo a un bosco fitto di conifere, il cronometro indicava quarantasette minuti di cammino. Per essere tranquillo la mattina dopo mi sarei dovuto svegliare alle cinque e mezza, infilarmi scarpe e pile leggero e cominciare la discesa. Avrei avuto un quarto d’ora di bonus da gestirmi, per qualsiasi inconveniente o per fermarmi a fare qualche foto nella brezza dell’alba di maggio.

Come capitava ogni volta, mi spiaceva l’idea di non proseguire il viaggio con gli altri, ma quella sera non riuscivo a non pensare all’ora di cammino solitario che mi avrebbe atteso all’alba. Alba, mi chiedevo anche quello. Non ero così sicuro di trovare la luce già alle 5 e 45 del mattino, ma anche se mi fosse toccato scendere al buio non avrei potuto fare altrimenti.

Razionalmente sapevo che non c’era nulla da temere: il percorso era semplice e di certo più facile fare brutti incontri nel centro di Milano che nell’abetaia che avrei dovuto attraversare. In fin dei conti, potevo solo aver paura di trovarmi faccia a faccia con qualche bestia, cinghiali per la precisione, che su quei monti alle prime luci del giorno erano una presenza frequente.

Mi era già capitato di incontrarne, ma ogni volta ero in compagnia di qualche amico, mai da solo. In quei casi dopo qualche interminabile secondo di studio erano stati loro ad allontanarsi con calma olimpionica.

La mattina dopo, quando solo la mia sveglia era suonata, mi ero rallegrato di vedere una sorta di bagliore penetrare dagli scuri delle persiane: anche se fuori non era già chiaro come avrei potuto sperare, di sicuro non era buio come a notte fonda.

Vestito di tutto punto, con il senso di vertigine di un astronauta avevo aperto la porta che dava sul retro del rifugio e imboccato il sentiero che mi avrebbe condotto al borgo.

Durante i primi passi avevo sentito qualche dolore sinistro alle ginocchia, ma nulla che mi impedisse di continuare tranquillamente a camminare nel silenzio dell’alba.

Nell’ascoltare la totale assenza di suoni, non mi era potuta non tornare in mente la sensazione raccontata da Alan Sillitoe ne La solitudine del Maratoneta, quando il protagonista si trova a correre, da solo, nel mezzo del bosco: “e non vedevo più nessuno, e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta in corsa attraverso la campagna, rendendomi conto che per quanto mi riguardava questa sensazione era l’unica onestà e realtà esistente al mondo e che io, sapendolo, non sarei mai stato diverso”.

Credevo di provare qualcosa di simile, enfatizzato dal fatto di aver passato gli ultimi anni in una città come Milano, dove capita di sentirsi soli, certo, ma nel modo diverso in cui succede nelle grandi metropoli.

Scendendo lungo il sentiero mi sentivo nella stessa condizione che doveva essere comune agli uomini secoli fa, ma che ormai, salvo rare eccezioni, non sembrava più appartenere alla nostra specie. Dovevano provare qualcosa del genere gli arrampicatori solitari e forse i paracadutisti e i subacquei, quando si trovano a dialogare solo con il cielo o l’acqua che li avvolgeva.

Intorno a me non c’era nessun segno di presenza umana. Nessun rumore, se non quello dei miei passi.

Non provavo paura, ma una sensazione di inadeguatezza nei confronti di quanto mi circondava: tutto era al di fuori del mio controllo. Mi trovavo, da solo, lontano da ogni forma di comunicazione e interazione con il mondo. Se in città un cellulare e una carta di credito mi sarebbero bastati per darmi sicurezza, in mezzo a quegli alberi non valevano nulla. Non valeva la mia laurea, né il mio stipendio. Non valeva l’amore di chi mi stava aspettando a casa o i libri che avevo letto. Valevano solo le mie gambe e, se ci fossero stati dei pericoli, la mia voglia di salvarmi.

Qualche passo dopo dei rumori erano arrivati dalla boscaglia. Mi ero intesito più di prima ricordandomi dei cinghiali e delle altre bestie che abitavano quei monti. Per infondermi un po’ di coraggio avevo iniziato a cantare Ballata per la mia piccola iena. Se in passato era stata una canzone capace di scacciare i cattivi pensieri che mi accompagnavano, doveva essere adatta anche a tenere alla larga gli animali che mi stavano fissando dal fitto del bosco.

Come era facile immaginare, una strofa dopo l’altra tutto era filato liscio e, alle sei e venti, in più che perfetto orario, avevo intravisto, in fondo alla strada, il bar davanti al quale faceva bella mostra il cartello blu della fermata dell’autobus.

Nell’unico tavolino del dehors era seduto un uomo anziano, impegnato a leggere le pagine di un quotidiano locale e fumare un piccolo sigaro il cui profumo esondava in mezzo alla carreggiata. Non aveva smesso di fissarmi fin dall’attimo in cui mi aveva visto spuntare dal sentiero, così, quando gli ero arrivato davanti, avevo domandato a lui se sapesse indicarmi dove comprare un biglietto per l’autobus.

«Lo puoi fare direttamente a bordo» mi aveva rassicurato prima di chiedermi da dove arrivassi, con quello zaino sulle spalle. «Una volta era diverso» aveva continuato «ma ormai non ce ne sono più di ragazzi giovani che girano per i monti».

«Ha ragione» lo avevo appoggiato io «a volte ci capita di camminare giorni interi senza incontrare anima viva lungo la strada. Questa mattina comunque sono solo sceso dal rifugio qua sopra, mentre il mio gruppo si rimetterà in viaggio verso ovest».

«Hai camminato completamente da solo in mezzo al bosco?»

«Già» avevo annuito.

«Scommetto che ti sei sentito più nudo che su una spiaggia di nudisti» aveva sentenziato togliendomi le parole di bocca, prima di riprendere a leggere i tabellini del derby giocato la sera precedente.

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Paolo Bottiroli | twitter.com/ilbotti81

La foto in alto e in homepage è stata scattata da James Forsyth sulle Alpi (Le Planey)

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  • The Green Man

    Bravo, Pablito!

  • Paolo Bottiroli

    grazie, felice di aver raccontato qualcosa che hai “sentito” anche tu

  • Paolo Bottiroli

    grazie mille Francesca!

  • Francesca Di Pietro

    Scrive davvero bene Paolo!

  • Gio

    bellissimo report!! condivido appieno la tua sensazione!! e ancora di più, quando sono in queste situazioni, oltre a sentirmi nudo davanti alla natura, mi sento un tutt’uno con essa!! Ho riportato il tuo articolo sul blog della mia associazione : http://www.verticalife.it/blog/entry/la-solitudine-del-camminatore
    buone camminate!!