Prosegue il viaggio di Francesco. Dopo Bosnia, Turchia, Kurdistan e Iran. Oggi ci racconta di un altro viaggio, quello che non è necessariamente movimento.

Rumore di dadi, pedine in legno sbattute con forza sul tavolo del backgammon, il continuo tintinnio di cucchiani che mescolano cubetti di zucchero nell’immancabile tazzina di cay, il ribollire ed il fumo del narghilè. È bevendo un cay in un caffe di Ortakoy, quartiere di Istanbul non troppo centrale, ma neanche troppo periferico, con un mini bazar che si estende sino al Bosforo, venditori di salep che appaoiono ad ogni angolo di strada, e caffè nascosti in stradine secondarie, che realizzo di essere ad Istanbul, tra i suoi odori e rumori.

L’uso del velo da parte delle donne iraniane: un lungo mantello nero, tenuto chiuso con una mano all’altezza del mento, per le più tradizionali o un foulard colorato, che lascia parte dei capelli in bella vista e che sembra più un vezzo che una rigida imposizione islamica, per le più moderne. E poi gli immancabili picnic: ogni possibile spazio pubblico occupato da grandi tovaglie, fornelli da campeggio, tende e intere famiglie riunite; ma mai soffermarsi troppo con lo sguardo verso qualcuno, scatta immediata l’offerta di sederti ed un unirti al picnic, offerta che no, non si deve accettare, è un semplice gesto di gentilezza dettato dal taarof, una sorta di galateo tutto persiano, e non un reale invito. Questi sono alcuni dei miei ricordi delle città iraniane, ricordi di una vita quotidiana diversa da quella a cui sono abituato.

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Penso a tutto questo durante un pranzo in Kirghizistan, seduto in una Chaikhana non lontano dalla diga di Togtokul, dove all’inizio sono l’unico cliente, ma che pian piano inizia a popolarsi; la gente che arriva, da sola, racconta la storia del posto: c’è il camionista che si siede in un angolo da solo, una delle sue tante pause solitarie a cui sembra oramai abituato, c’è la famiglia moderna, probabilmente di Bishkek, con bambini rasati, sorridenti e rumorosi, ragazze con ballerine e jeans attilati, genitori con vistosi rayban che salutano calorosamente il proprietario del locale, e poi c’è un’altra famiglia, più silenziosa, più tradizionale – due donne anziane con lunghe vesti colorate, un velo a coprire i capelli, un signore vestito in maniera particolarmente sobria, con il tipico cappello di feltro kirghiso, ed un bambino piuttosto tranquillo; mangiano in silenzio, quasi a volersi distinguere dalla famiglia seduta vicino, più occidentale e moderna, e sicuramente più rumorosa.

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Questi momenti, o meglio, scene, appartengono ad una sorta di viaggio nel viaggio, un viaggio diverso da quello caratterizato dal continuo movimento in bici, dall’apparire di montagne, da luoghi remoti e notti silenziose sotto le stelle; appartengono ad un viaggio fatto di scene di quotidianità e normalità. Ma è una normalità diversa, una normalità a me non familiare ed appartenente a luoghi lontani, che risulta nuova e piacevole da osservare. Ed è bello ogni tanto sospendere temporaneamente un viaggio per entrare nell’altro, anche solo per pochi minuti: entrambi i viaggi sono destinati a ritornare quando meno me l’aspetto, sotto la forma di una montagna innevata nascosta dietro una curva o attraverso l’incontro con una famiglia a bordo strada, una famiglia normale e dunque, per me, così diversa.

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E tutto questo lo sto scrivendo in un caffè di Bishkek, con un elegante arredamento in legno, musica in sottofondo e un continuo viavai di stranieri; una perfetta imitazione di Starbucks nel cuore dell’Asia Centrale. Un posto a cui sono abituato, mi sento perfettamente a mio agio, felice, per una volta, di passare del tempo in un posto che mi è assolutamente familiare.

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Francesco Alaimo, 24 anni, originario di Bologna. Ho vissuto un po’ in Australia, un po’ a Trieste, un po’ a Monaco e un po’ nel grigio Leiceistershire inglese. Sono appassionato soprattutto di bici e letteratura americana. Ho trascorso l’ultimo anno a preparare panini da Burger King e a laurearmi in fisica teorica. Poi, a Novembre, ho preso la mia bici e ho iniziato a pedalare verso Est.