20 agosto 2013 Udaipur/Pushkar

Sono stato italiano di Milano, spagnolo di Barcellona e francese di Parigi. Poi anche olandese, tedesco e inglese, domani forse sarò anche americano. Al “Where are you from?” di rito, rispondo sempre in maniera diversa. A parte i “Where are you from?” a centinaia, Udaipur, troppo turistica ci avevano detto, a noi è piaciuta: splendidi scorci del City Palace e delle isole in mezzo al lago Pichola, soprattutto al tramonto e di notte. Fatto un lungo massaggio ayurvedico, ma come la Thailandia non ce n’è, tutto il resto è noia.
Ishwar, il driver, probabilmente mette un sonnifero nell’aria condizionata dell’auto, perché appena saliamo a bordo, andiamo in catalessi. Oggi lungo viaggio da Udaipur a Pushkar con tappa a Chittorgarh, fortezze e templi in una natura rigogliosa e selvaggia da tigri di Mompracem. Pieno di italiani, visto una coppia di mezza età mettersi i calzini prima di entrare in un tempio. Non che si debba fare per forza i super viaggiatori, ma se devi metterti i calzini, allora vai a Igea Marina e rimanici. Vicino a un tempio vedo un cane che non è più un cane, solo uno scheletro di pelle malata, per un attimo ho la tentazione di sopprimerlo con un calcio in testa, ma sembra così attaccato alla vita che chi sono io per decidere per lui?
Centinaia di camion giganteschi, enormi, mastodontici si muovono pachidermici lungo la highway verso Ajmer che passa in una campagna verdissima di green revolution e nessun contadino nei campi. Come vivono i giovani camionisti indiani? Buttati la notte nelle brande in mezzo al fango sotto il cielo piovoso e di giorno a schivare vacche che viaggiano contromano e suonare il clacson?
Arrivati a Pushkar al tramonto, hotel primo su tripadvisor, ma puzzolente di chiuso. Una notte sola, per fortuna. Passeggiato a piedi scalzi lungo i ghat sporchissimi affacciati sul lago sacro della cittadina, 25mila abitanti, 400 templi. Donne anziane fanno abluzioni in un’acqua putrida. Assistiamo rapiti alla puja serale lontani dai clacson e dai “Where are you from?” in un tramonto rosa e giallo.
Più tardi beviamo masala chai e acquistiamo dolcetti in mezzo al caos, trovo un altro quaderno a un terzo del prezzo per cui avevo pensato di aver fatto un affare comprando il primo, prendo pure questo. Anche qui ci chiedono di fotografarsi assieme a noi, ci mostreranno la domenica come trofei agli amici?
Mentre siamo a cena, il monsone torna a farsi vivo dopo essersene stato buono 5 giorni di fila. Picchia duro, le strade sterrate si allagano completamente. Ci sono 40cm buoni di acqua fuori dal ristorante. Ishwar ci recupera e salviamo la vita a due turiste americane accompagnandole fino al loro albergo. Il driver, pur non volendole, si becca 100 rupie di mancia. “Good karma for us” per rispondere al diluvio dei loro “Thank you”.
Torniamo all’albergo puzzolente attraversando laghi di acqua e fango. Maiali e cani rovistando coi musi nei cumuli di spazzatura. Senzatetto anziani ci guardano passare riparandosi dalla pioggia su un lastrone di pietra su cui passano la vita. Hanno sguardi vuoti e profondissimi mentre ci fissano sfilare a bordo dell’auto asciutta ed efficiente.
Smette di piovere, poi ricomincia. Ora dalla finestra aperta per far uscire il puzzo di chiuso arrivano i consueti latrati di cani e il non consueto canto di preghiera di uno yogi. Andrà avanti tutta la notte? Andrà avanti tutta la vita?

21 agosto 2013 – Jaipur

Ho provato per 50 metri, in una strada ben asfaltata e con zero traffico, a spingere sui pedali di un cicliorisciò. Dopo 10 pedalate avevo il fiatone e sudavo, nonostante fossi grosso il doppio del proprietario del cicliorisciò e avessi appena cenato, cosa che dubito lui avesse fatto. Gli ho dato il triplo del costo della corsa col tuk tuk a motore. Mi si spaccava il cuore, vedendolo in piedi sui pedali, fra le buche e la polvere e i clacson, a pensare che quel baracchino con 3 ruote è tutta la sua casa e il suo lavoro. 150 rupie e un grosso pensiero di affetto, ragazzo che pedali nella notte di Jaipur.

22 agosto 2013 – Jaipur

Si dovrebbe essere invisibili per girare queste strade e capire questo Paese. Con queste facce da occidentali, i cappellini, gli occhiali da sole e gli zaini monospalla, siamo alieni catapultati in un altro universo che è l’India. Additati, fotografati, rincorsi per stringere mani o dire un semplice “Hello!” guardandoti negli occhi con questi loro occhi neri liquidi e brillanti: siamo oggetti non identificati e come tali veniamo trattati.
Il mercato di Jaipur moltiplica tutto questo, andandosi a sommare alle esplosioni continue di colori, suoni, rumori, profumi e puzze che sono in ogni millimetro di questa terra dove la polvere galleggia costantemente nell’aria sfumando i contorni delle cose.
I muri della città rosa sono rosso sangue: l’India pompa troppo sangue nel suo organismo, dovrebbe fare una trasfusione e donarne parecchio al resto del mondo, soprattutto a quello occidentale.
Non mi sono mai sentito così ricettivo, così animale, così aperto a ogni percezione sensoriale come in questi giorni. Ho i piedi neri di passi e l’animo splendente di esperienze. Vorrei non finisse mai questa sensazione.

Alessandro Santini, 34 anni di Novara. Laurea in Lettere e dottorato in Geografia, lavoro precariamente da 10 anni insegnando nelle scuole superiori e facendo ricerca in università. Appassionato di sport, letteratura e viaggi, quando questi tre elementi si fondono, vado in estasi.

  • Marta

    Bellissime parole. A 10 giorni dalla partenza per l’India, mi hai fatto venire i brividi. Grazie.