29 agosto 2013 – Varanasi

A Varanasi c’è troppo di tutto. È il turbine questa città. Fulmine e tuono insieme, temporale di vita e di morte. C’è troppo di tutto.
Troppo rumore di clacson e motori, troppa acqua nel Gange straripato, troppe vacche in mezzo alla strada, troppi uomini e animali, troppi feretri nelle strade vicine ai ghat delle cremazioni.
I ghat sono postazioni lungo il fiume, ognuna con una funzione specifica. 365 ghat, da Varuna ghat ad Assi ghat, Varuna+Assi=Varanasi. Ci sono i ghat per le cerimonie di offerta agli dei (puja) e quelli per le preghiere, i ghat per le cremazioni e quelli per non so che cosa. In questi giorni i ghat non ci sono più, sommersi dal fiume esondato. Secondo gli hindu, chi muore in questa città e viene cremato sui ghat specifici, con le ceneri direttamente sparse nel Gange, interrompe il ciclo delle reincarnazioni. Da questa parte c’è la sponda dei vivi, dall’altra quella dei morti. Non c’è nulla sull’altra sponda del fiume. Guardarla dall’alto dei ristoranti on the roof top è inquietante.
Una barchetta ci porta fino al principale ghat delle cremazioni. Il Gange è altissimo, è entrato nella città per 30-40 metri. Assistiamo alla pulizia della cremazione precedente e all’inizio di una nuova cremazione, assorti e rispettosi. È una cerimonia semplice, scandita da gesti precisi e rituali consolidati che non si fermano davanti a nulla. Ieri pomeriggio eravamo rimasti a lungo sotto una pioggia battente a osservare i feretri decorati, portati a spalla dai dom intoccabili che recitano il mantra “Ram nama satya Hey” (“il nome di dio è verità”), ipnotici e risoluti.
Più spaventosi dei morti sono sempre i vivi, in questo caso i cani. Sono straziati i cani in questa città ed è straziante vederli. Non mi azzardo a descriverli, sarebbe un puro esercizio di stile macabro. So che ognuno m’è rimasto impresso. Niente morti, niente pire, niente povertà, niente sporcizia, niente puzze, niente mi ha turbato come i cani di Varanasi.
Dopo la cremazione ci addentriamo nella città vecchia, assaggio il paan, una miscela di noce di betel, pasta di lime e altre spezie che non so, avvolte in una fogliolina verde. Si mette in bocca, si mastica e si sputa. Mastica e sputa, tutti masticano e sputano. Lo faccio anch’io. Splendidi schizzi rossi si stampano sulla strada lorda e contribuisco infinitesimamente, ma con immenso piacere, a sporcare la città più lurida che abbia mai visto. Mangiamo quello che pare essere il miglior lassi (un denso yogurt con pezzi di frutta fresca) di Varanasi. Il paan e il lassi mi riconciliano con la città.
C’è comunque troppa gente a Varanasi, c’è troppo di tutto. Ieri sera, nell’istante in cui mi fermo in mezzo a una piazzetta, un temporale monsonico è appena passato, mentre il temporale di clacson e rumori non passa mai. In breve ho almeno 7/8 autisti di tuk tuk o risciò attorno. Faccio presente la nostra destinazione e fanno loro i prezzi, passando in trenta secondi da 250 a 40 rupie (da 3€ a 45 cent), senza che io dica nulla. Ne scelgo uno a caso e montiamo, la pioggia ricomincia, poi cessa di colpo.
Dopo essere arrivati sani e salvi in hotel, maturo questa profonda convinzione: puoi esserti lanciato col paracadute o aver fatto bunjee jumping, puoi aver finito un ironman di triathlon o partecipato a un bunga bunga ad Arcore, ma se non sei mai salito su un risciò a Varanasi e attraversato la città in una notte di monsone, allora in fatto di esperienze estreme non avrai vissuto proprio nulla.
Stasera verso le 22, mentre la mia signora si riposa leggendo, scendo in strada. Il monsone odierno è passato. Cerco la bancarella dei fritti in cui nel pomeriggio abbiamo mangiato ottime samosa (pastella fritta con dentro verdure tritate), ma non c’è più. Prendo da un’altra bancarella una specie di involtino preparato sul momento con due uova, cipolla, due fette di pane e sale. Il tipo mi chiede se voglio anche il “chili”. “Zio, se non volessi il piccante sarei rimasto a casa a mangiare gli spaghetti col pomodoro” mi verrebbe da dire, ma gli rispondo con un semplice “Yes”. Quando gli chiedo come si chiama il piatto, penso a chissà quale nome complicato ed esotico, ma lui fa “Omelette”. E la tentazione di mandarlo a quel paese è grande.
Mi fermo sul ciglio della strada a guardare la città su cui è scesa la notte. Scampanellii di risciò, clacson, i motori dei generatori, guati e latrati di cani che si azzuffano o si accoppiano o fanno le due cose contemporaneamente, il belare di un agnellino bianchissimo legato tutto il giorno su un marciapiede di fronte al nostro hotel. Domani ce ne andiamo da Varanasi e sento un misto di sollievo e già di nostalgia. Sento fra lo stomaco e la gola di avere un intrico di fili chiari e scuri. Chiari e scuri, proprio come l’India.

30 agosto 2013 – Mahipalpur (sobborgo di Delhi)

Guardo i mulinelli di polvere sollevati dal costante traffico perdersi nella solita notte fatta di caos organizzato. Camminiamo verso la stazione della metropolitana per restituire le tessere e recuperare 100 rupie, squadre di operai che hanno appena terminato una giornata di lavoro ci affiancano. Hanno i volti sfatti, maschere di polvere all’interno delle quali si intravede solo la corona dei denti, che spunta quando ci osservano e sorridono. I canali “All News” da giorni parlano di tre argomenti: i provvedimenti per rilanciare l’economia (la rupia è in caduta libera da mesi); i presunti abusi di un santone di Udaipur su una ragazzina 15enne; l’ennesimo caso di stupro di gruppo a Mumbai. Le sovrimpressioni, per quest’ultimo fatto, sono “Maximum city, Maximum shame”. Ripenso al libro di Suketu Metha. Non abbiamo mai avvertito sensazioni di pericolo. Non la avvertiamo neanche in questo caso, in un sobborgo di Delhi vicino all’aeroporto, mentre camminiamo fra vialoni ricolmi di qualsiasi mezzo di locomozione, a pochi metri dalle baracche degli operai di chissà quante centinaia di cantieri.

Alla stazione della metro fanno storie per il rimborso, arriviamo a un compromesso. Ho imparato che si arriva sempre a un compromesso, i sorrisi servono a mettersi d’accordo. Certo, sotto il sorriso devi avere la determinazione a non farti fottere in quanto occidentale col portafogli gonfio. In fondo tutta la vita è un compromesso qui. Starnutisco per la polvere, mangiamo l’ultimo thali circondati dai soliti sguardi e sorrisi. Gli zaini sono pronti per essere imbarcati, noi forse no.

Alessandro Santini, 34 anni di Novara. Laurea in Lettere e dottorato in Geografia, lavoro precariamente da 10 anni insegnando nelle scuole superiori e facendo ricerca in università. Appassionato di sport, letteratura e viaggi, quando questi tre elementi si fondono, vado in estasi.

  • Silvia De Paolis

    Ciao sono in India e cercando conforto sul web ho scovato questo post!! Grazie dia vermi regalato 15 minuti di risate…silvia