25/26 agosto 2013 Treno notturno Agra-Khajuraho

Fuori dal finestrino opaco di sporco, corre l’India nella sua notte nerissima. Il treno è meglio di quanto pensassi. Cuccette, lenzuola, cuscino e tendine, il tutto con un’aria povera e precaria, ma dignitosa.
Sta finendo una giornata lunghissima, trascorsa con my wife sdraiata nel suo letto di febbre e io a sentirmi una specie di leone in gabbia, imprigionato in questo 5 stelle pretenzioso e finto come solo gli hotel di lusso sanno essere. Le ore non sembravano passare mai fra un documentario in hindi su Animal Planet e una partita a cricket su Espn, letture varie, niente internet (wifi a pagamento a cifre esorbitanti) e partite a candy crush.
Lasciato il pretenzioso hotel, siamo stati più di 3 ore in un caffè con connessione wifi e musica da discoteca a volume altissimo, roba che quando partiva il tunz, vibravano vetri e casse toraciche. Very global questa cosa di sentire “Make some noise Miami!” in un caffè di Agra, ma anche very rompicoglioni. Linda, con le cuffie anti rumore nelle orecchie e gli occhi lucidi di febbre tenuta a bada dal paracetamolo scroccato in hotel (almeno questo), se la cava leggendo “Shantaram” sull’ipad. Io mi annoio. Alle 22 prendiamo finalmente il tuk tuk per la stazione.

Migliaia di persone sulle banchine. Donne, uomini, bambini e vecchi, per lo più seduti o sdraiati in terra e un fiume continuo di gente a passare lungo i marciapiedi. La sala d’aspetto che sbircio, chiusa dietro una grata tipo serranda di negozio per un attimo, è atroce. Non riesco a guardare per più di qualche secondo. Sediamo a terra appoggiando la schiena agli zaini e, poco dopo, si avvicina un signore che tiene per mano una bambina. Vogliono fare conversazione, ma il suo inglese è pessimo e la bambina è troppo intimidita per parlare, nonostante le sollecitazioni paterne. Capisco solo che stanno andando in pellegrinaggio verso qualche tempio hindu dell’interno. Arriva il loro treno e se ne vanno, non senza averci stretto orgogliosi la mano.

Passa qualche minuto e si siede davanti a noi un ragazzo seminudo, con solo un dhoti arancione avvolto attorno alla vita. Mi mostra una benda lercia e insanguinata che copre una ferita su una mano e il dito di un piede a cui è saltata un’unghia. Vuole soldi. Gli darei anche 10 o 20 rupie, ma probabilmente non si accontenterebbe. D’improvviso pronuncia qualche parola in hindi, di cui capisco solo “sadu”, e si mette a piangere singhiozzando. È una situazione surreale che pare sbloccarsi quando arrivano due poliziotti che provano a farlo andare via. Ci spostiamo noi, ma dopo poco il tizio ci ribecca davanti a un chioschetto e prende a discutere col proprietario del chiosco, indicandoci a più riprese. Probabilmente ce l’ha con noi perché non gli abbiamo fatto l’elemosina nonostante gli zaini tecnici pieni di roba, i vestiti puliti e le pance piene. E forse ha davvero ragione lui. D’un tratto, come era venuto, se ne va. Credo non dimenticherò mai i suoi occhi arrossati di lacrime.

Arriva il nostro treno, puntualissimo. La mia signora sale sulla cuccetta superiore, io mi sistemo sotto. Per diverso tempo rimango ad ascoltare il rollio ritmico dei vagoni sulle rotaie. Sento una strana energia addosso per il fatto di essere qui, in questo luogo totalmente sconosciuto a condividere con migliaia di altrettanto sconosciuti questa notte. Vorrei addentrarmi lungo il treno e raggiungere la parte dove viaggia la maggior parte dei passeggeri, la sleeper senza prenotazione: sedili di plastica e niente aria condizionata in una sera di 37 gradi umidi. Il nostro scompartimento è vuoto, abbiamo speso 10€ a testa per un viaggio notturno di 8 ore. La sleeper costa 1€.
Sarà difficile dormire, questa energia è forse adrenalina, forse senso di colpa. Forse è, semplicemente, il senso del viaggiare.

27/28 agosto 2013 treno notturno Khajuraho-Varanasi

Siamo fermi in non so quale stazione, fuori dal finestrino donne avvolte in sari arancioni, celesti, rosa, sono sdraiate a terra. Quando arriverà il loro treno? Dove devono andare per aspettare in una stazione all’una di notte? Perché devono trovarsi in questa stazione spoglia, a quest’ora, a cercare di dormire sul marciapiede duro, mentre una vacca si aggira placida per le banchine?
Anche le vacche, come gli umani, qui sembrano essere troppe. Stasera, fuori dal caffè nel quale eravamo in attesa che passassero le ore prima della partenza del treno, due vitelli rachitici si sono divisi un vecchio giornale. Sono andati avanti una buona mezz’ora a ruminare questa carta sporca. È stata una scena penosa.
A volte tutta questa indeterminatezza, questo senso di impotenza diventa difficile da sopportare. Cosa potevamo fare per quei vitelli? Cosa fare per le donne stese sui marciapiedi? Va tutto bene così? Deve andare bene così?
Ieri abbiamo assistito a una puja serale all’unico fra i templi del complesso ovest di Khajuraho ancora consacrato, coi soliti bambini bellissimi dagli occhi neri e le facce sveglie che ci ronzavano intorno chiedendo qualcosa. Abbiamo distribuito biro sino a finirle. Chiedevano anche soldi. Mai dare soldi ai bambini. I due più insistenti si sono messi a litigare quando abbiamo tirato fuori un vecchio pacchetto di biscotti. Se lo sono disputato non perché avessero fame, credo, era solo per avere la cosa data dello straniero. Mi sono dovuto far ridare il pacchetto guardandoli male, per poi dividere in parti uguali ciò che era rimasto dei biscotti stritolati dalle loro mani in lotta.

All’uscita del tempio, due sadu seduti a terra ricevevano le elemosine dei fedeli. Ho preso la scatola con le poche briciole rimaste che avevamo tenuto per darle ai cani (quelli sì molto affamati) che, come sempre, si aggirano ovunque. Mi sono accovacciato davanti ai sadu e ho porto loro la scatola. Non l’hanno presa, si sono limitati a mettere le mani a coppa per ricevere l’offerta. “Non sono io che chiedo e prendo, sei tu che scegli e mi doni” era il senso di quel gesto. Un gesto di una dignità pazzesca, dirompente ed emozionante. Un gesto che racchiudeva tutto il loro rifiuto del mondo materiale. È stato un attimo fottutamente intenso. A volte è tutto troppo intenso e le spalle si fanno pesanti di fronte a queste situazioni.
Il treno è ancora fermo, ormai da più di mezz’ora, forse accumula ritardo dopo essere partito con una puntualità svizzera, forse semplicemente le fermate sono così lunghe. Gli scompartimenti sono isolati fra loro, non si può camminare liberamente lungo i vagoni.
Le donne in attesa si sono sollevate e parlano fra loro. Che la loro attesa sia fatta anche di risate e leggerezza.
Ora siamo a Varanasi, ma Varanasi merita un discorso a parte, perché la follia merita sempre un discorso a parte.

Alessandro Santini, 34 anni di Novara. Laurea in Lettere e dottorato in Geografia, lavoro precariamente da 10 anni insegnando nelle scuole superiori e facendo ricerca in università. Appassionato di sport, letteratura e viaggi, quando questi tre elementi si fondono, vado in estasi.