Dopo aver letto Il ragazzo selvatico – Quaderno di montagna abbiamo contattato Paolo Cognetti per chiacchierare con lui del suo ultimo lavoro, della sua esperienza da “eremita” e della letteratura di genere che vede tra i suoi capisaldi Walden di Thoreau. Ne è nata una conversazione che spazia, tra libri e vita all’aria aperta, da Primo Levi a Mario Rigoni Stern, da Walter Bonatti a Reinhold Messner, da Into the Wild al naturalista John Muir, da Milano fino al rifugio Barbustel…

NBM: Ciao Paolo, volevamo parlare con te de Il ragazzo selvatico. Nel libro citi apertamente alcuni tuoi riferimenti, da Thoreau a Chris McCandless, ma leggendo, soprattutto la prima pagina, mi è subito tornato in mente un racconto di Franzen, contenuto in Più lontano ancora. Franzen scrive “Alla fine dello scorso autunno sen­tivo il biso­gno di allon­ta­narmi da tutto. Ero impe­gnato da quat­tro mesi nella pro­mo­zione di un romanzo e pro­ce­devo nella mia tabella di mar­cia in modo mec­ca­nico, sen­ten­domi sem­pre più simile al pic­colo cur­sore che segna l’avanzamento di un fil­mato sul com­pu­ter. A forza di par­larne, ampie por­zioni della mia sto­ria per­so­nale si stavano con­sumando dall’interno. E ogni mat­tina la stessa dose di nico­tina e caf­feina; ogni sera lo stesso assalto all’email; ogni notte lo stesso ricorso all’alcol per quel lampo di pia­cere che intor­pi­di­sce il cer­vello. A un certo punto, dopo aver letto di Masa­fuera, comin­ciai a imma­gi­nare di andar­mene lag­giù da solo, come Selkirk, nell’entroterra dell’isola, che rimane disa­bi­tato tutto l’anno.” È un caso o il tuo è un riferimento voluto?  Credi che la tua volontà di allontanarti, oltre al tuo “inverno difficile”, sia legata come nel caso di Franzen anche alla volontà di estraniarsi alla serie di comunicazioni “virtuali” e di vincoli a cui in città siamo sottoposti? Cercare un tempo più autentico?

PC: Ho letto quel saggio di Franzen un paio d’anni dopo la mia fuga in montagna, e ci ho trovato diverse somiglianze con quello che ho vissuto io. Così come in un altro libro molto bello, Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson. E prima ancora in Into the Wild di Jon Krakauer, che ha ispirato tanti di noi spingendoci a partire. Dunque, a quanto pare, questi anni ossessionati dalla popolarità (sono felice se ho tante persone intorno) hanno prodotto anche il bisogno opposto, quello dell’eremitaggio. In questo senso ci trovo un valore politico: la decisione di uscire dalla società, di rifiutarne le regole e i valori, diventa un modo per contestarla, come insegnava Thoreau. E Tesson scrive apertamente di scelta anarchica: l’eremita si sottrae all’autorità non solo idealmente, ma anche fisicamente, decidendo di non farsi più trovare. Sono pensieri che condivido. Poi ci sono bisogni personali, anche quelli tipici dei nostri tempi: la concentrazione che facciamo così fatica a mantenere, la felicità del corpo minata dalla vita in città, il contatto con la natura. Infine c’è il rapporto con la solitudine, che fa paura a tutti, poche storie, ma alcuni di noi con quella paura sentono il bisogno di fare i conti, un po’ come chi si affaccia su un baratro e guarda di sotto. Se vai a stare su un’isola deserta o in mezzo a un bosco, naturalmente il baratro sei tu.

NBM: Per me la montagna ha sempre voluto dire camminate. Non un posto dove star fermo, ma un “punto ristoro” da cui partire e tornare quotidianamente, forse perché l’ho sempre vissuta nei periodi di vacanza e non come vita quotidiana. Nel tuo libro, invece, pur essendoci spostamenti, escursioni, non sono loro a essere i protagonisti, né nel racconto né nel ritmo della scrittura, come invece ad esempio avviene in Nessuno lo saprà di Enrico Brizzi. A essere protagonista è la vita di tutti i giorni, solo in un ambiente agli antipodi rispetto a Milano. Volevamo chiederti quindi come è stato il tuo “tempo della montagna” e come ha influenzato la stesura di questo quaderno.

PC: Messner, che sul rapporto tra uomo e montagna ha scritto molto, traccia una linea netta tra alpinista e montanaro. Da una parte l’alpinista, l’escursionista, lo sciatore e via dicendo: chi in montagna cerca un’esperienza intensa ma temporanea, come una specie di immersione alla fine della quale si torna in superficie. Dall’altra chi in montagna ci abita e ci lavora. Sono modi diversissimi di vivere lo stesso luogo: il mio amico pastore non è mai stato su nessuna di queste cime, non sa nemmeno che cosa si veda dall’altra parte del crinale, ma riesce a vivere quassù per mesi in una specie di capanna e ha una conoscenza dell’ambiente di montagna pari a quella di un naturalista; al contrario, molti alpinisti sanno molto di cime, pareti, roccia e ghiaccio, e quasi nulla di bosco, torrenti, alberi, animali. E poi le stagioni di mezzo, la prima neve in settembre e certe estati tardive d’ottobre, le piogge interminabili di primavera, il risveglio dal letargo in aprile. Ecco, io a camminare ci vado sempre e ogni tanto provo anche qualcosa di difficile, ma era quest’altra esperienza che volevo vivere, quella del montanaro. Poi non so se per Messner potrei essere definito così, magari sono la prova vivente che esiste una via di mezzo (passo in montagna quattro o cinque mesi l’anno e ormai mi è un po’ difficile dire dove abito).

NBM: E perché “quaderno” e non “diario”?

PC: Perché, per uno scrittore di narrativa, un testo è sempre mediato da un’idea di scrittura, e in qualche misura falsificato per diventare racconto. Anche Thoreau all’inizio di Walden dichiara: ho passato due anni nel bosco, ma in questo libro mi conveniva fingere che fosse un anno solo, così la storia veniva meglio. Che è come dire: guardate che quello che state per leggere non è del tutto vero, mi sono preso la libertà di romanzare. Anche per me è stato così. Quando ho cominciato a lavorare al libro, e a sentire il bisogno di distaccarmi dalla cronaca quotidiana per liberare le briglie alla scrittura, la scelta decisiva è stata quella di prendere i testi che avevo già, una serie di pensieri e osservazioni, e convertirli dal tempo presente al passato remoto. Era l’atto di trasformare il mio diario in racconto. E poi scrivo a mano, dunque il quaderno non è solo una metafora ma la carta vera e propria su cui è nato questo libro.

NBM: Quali sono le principali differenze che hai trovato tra gli uomini di montagna e quelli di città? Protagonisti de Il ragazzo selvatico sono anche loro…

PC: Non so bene cosa sia l’uomo di città. Sono nato e cresciuto a Milano e ne ho conosciuti di così diversi che non riuscirei a farne un ritratto. Forse è più semplice con l’uomo di montagna: una cosa che mi piace in lui è che deve saper fare tanti lavori, essere abile con le mani. Se qualcosa si rompe è costretto ad arrangiarsi, mentre in città abbiamo sempre chi ci viene in soccorso. Una cosa che non mi piace: spesso il montanaro ha visto così poco mondo, letto così pochi libri che è un intollerante (razzismo, maschilismo, fascismo qui strisciano ovunque, anche solo nelle battute al bar, e per me è un ostacolo insuperabile per fare amicizia con una persona). La cosa che preferisco: l’uomo di montagna è capace di stare da solo. La solitudine, il buio, il silenzio, che sono idee di morte e a noi in città fanno paura, qui diventano quasi dei compagni di vita, e a me sembra una vita più desiderabile.

NBM: Dopo aver letto il tuo libro ho preso in mano Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara. Anche lì si parla di montagna e, guarda caso, anche lì vengono citati Primo Levi con Ferro e stralci di poesie di Antonia Pozzi, proprio come nel tuo lavoro. Di montagna esiste un’ampia letteratura, spesso purtroppo relegata a se stessa. Quali sono i titoli che consiglieresti a chi volesse avvicinarsi a questo genere?

PC: Sai che quel racconto di Primo Levi, in una versione precedente intitolata La carne dell’orso, è citato perfino in “Into the Wild”? Però in un brano che parla di mare, e ti sfido a trovarlo (metto in palio una braciola d’orso arrostita sulla pietra). Quanto alla tua domanda, devo tornare alla distinzione di prima: esiste un’ampia letteratura alpinistica, ma non un granché di letteratura montanara. Infatti Primo Levi era di Torino, Antonia Pozzi di Milano, Wu Ming 1 di Bologna… Sulla vita in montagna per me sono fondamentali i libri di Mario Rigoni Stern, soprattutto i Racconti dell’altipiano e Storia di Tonle. I primi di Mauro Corona: Le voci del bosco, Nel legno e nella pietra, Aspro e dolce. Qualcosa di Buzzati benché il suo lato fantastico non sia nelle mie corde. E poi bisognerebbe esplorare la letteratura scandinava, che è montanara anche quando viene dalla pianura: ho letto di recente un romanzo norvegese molto bello, Fuori a rubar cavalli di Per Petterson.

NBM: In Point Lenana Wu Ming 1 sottolinea come l’alpinismo, inteso come imprese e vette conquistate, nascesse insieme alla scrittura, perché in assenza di altri mezzi era attraverso i resoconti scritti che le ascese vivevano e diventavano reali. È anche per questo che tutt’ora molti alpinisti scrivono libri sulle proprie spedizioni, cosa che non succede in altre discipline sportive. Secondo te che rapporto esiste tra scrittura e montagna? Per te è stato diverso scrivere questo libro rispetto agli altri, ambientati in contesti diversi?

PC: L’alpinismo è nato come forma di esplorazione, per questo ha prodotto subito letteratura: da Marco Polo a Chatwin, l’esploratore è uno che torna da un viaggio e ti dice che cosa ha visto. Poi è diventato uno sport e anche la sua narrazione ha preso i toni epici del giornalismo sportivo, si raccontavano le ascensioni di Comici o Bonatti come quelle di Coppi e Bartali, con una retorica bellica che per fortuna ci siamo lasciati alle spalle… Ma mi tocca ripetermi, l’alpinismo non è la via maestra per conoscere la montagna! É solo un modo possibile di rapportarsi con lei: se uno ama una montagna può studiarne la geologia o la botanica, o costruire una capanna e abitarci per un’estate, o fare il bagno in un torrente, arrampicarsi su un albero, saltare sui sassi di una pietraia e schiacciare un pisolino in un prato, e alla fine scrivere una poesia o fare un disegno; salirci in cima potrebbe anche essere l’ultimo dei suoi desideri. Più che agli alpinisti-scrittori, mi sento vicino a naturalisti come John Muir o Elisée Reclus. Vivere in montagna, osservarla, vagabondare, e alla fine scriverne: è quello che vorrei continuare a fare.»

NBM: Visto che ci occupiamo di viaggi, ora ti chiediamo un consiglio “montanaro”. Le tre escursioni, zaino in spalla, che ci consiglieresti!

PC: Conosco bene la Val d’Aosta, i miei posti sono qui. La destra orografica nasconde tesori poco conosciuti e quello più prezioso l’ho trovato intorno al Mont Avic, dove si possono fare diversi giri di due o tre giorni, tenendo come campo base un luogo magico che è il rifugio Barbustel sul lago Bianco. Poi la strada che parte da Riva Valdobbia in Valsesia, risale la Val Vogna, passa per il rifugio Sottile e scende a Gressoney, sale di nuovo al colle Ranzola e arriva a Estoul, da dove prosegue per la conca e il passo di Palasina, verso il vallone di Mascognaz… Su quell’unico sentiero ho amici, casa, ricordi, è un po’ come un filo che li unisce tutti. Sconfinando in Piemonte, credo che chi è poco interessato alle cime e molto ai boschi debba esplorare la Val Grande: lì puoi vagabondare tra un bivacco e l’altro, pescare trote e stanare cinghiali e chiacchierare con i tuoi fantasmi senza incontrare anima viva per giorni, fino a quando non hai voglia di tornare alla civiltà.

INFO:

Paolo Cognetti
Il ragazzo selvatico
Terre di Mezzo
101 pagine

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Paolo Bottiroli, @ilbotti81