Abbiamo appena concluso un mese di post dedicati agli italiani che vivono all’estero. Siamo partiti da Parigi, abbiamo fatto tappa a New York e a Sydney e abbiamo terminato il  nostro tour a Copenhagen. Io scrivo questo ultimo post de “la mia vita a” seduta sul letto della mia casa nel quartiere di Belair, in Lussemburgo, mentre penso a (tutti) i motivi per cui un italiano fa le valigie e, anche nel 2013, se ne va all’estero.

La mia, lo scorso dicembre, è stata una scelta forzata, dettata dalla situazione lavorativa in Italia. Da Milano non me ne volevo andare, avevo progetti e legami da costruire e consolidare, ma non avevo un lavoro che mi permettesse di essere economicamente indipendente. A distanza di 7 mesi dal trasloco, se quella rimane la motivazione contingente, non penso sia la principale.

In Lussemburgo la crisi si è sentita poco – anche se i licenziamenti ci sono eccome, ammortizzati da un buon sistema di sicurezza sociale – e gli stipendi sono decisamente più alti rispetto all’Italia. Ma non è questo che lo rende, assieme a New York, Londra, Copenhagen, Barcellona o Parigi, più interessante dell’Italia ai miei occhi. In fondo, il Lussemburgo non è più interessante dell’Italia, ma qui nelle persone con cui vivo, parlo, condivido giornate, settimane o anche solo una serata, esiste un entusiasmo che i miei coetanei in Italia non hanno. E non hanno mai avuto.

Se da un lato credo che l’entusiasmo si nutra di basi solide, come un clima politico, economico e sociale “favorevole”, penso anche che la mancanza di entusiasmo nelle persone che mi circondavano in Italia (con poche eccezioni, tipo gli splendidi esseri umani che tengono in piedi NBM con me da tre anni a questa parte) non sia legata alla situazione attuale. La crisi economica, la precarietà o l’insicurezza sono aggravanti, ma è difficile trovare persone desiderose di avanzare idee, realizzare progetti, andare oltre al “sì, ma”, rimboccarsi le maniche e fare, anche quando fare sembra difficile.

The Culto of Done Manifesto

Non so cosa è successo alla mia generazione: ci siamo adagiati e contemporaneamente siamo spaventati all’idea di osare dei cambiamenti. Non so da dove venga questa mancanza di slancio verso la possibilità di costruire cose nuove, persino in un clima come il nostro, adesso. Ad Amsterdam un gruppo di ragazzi ha realizzato Citinerary per aiutare chi visita la città a scoprirne il lato meno turistico (la stessa cosa fa Scouted.in a New York), a Detroit c’è il documentario Lemonade Detroit per raccontare come la comunità sta vivendo e reagendo a una città sull’orlo della bancarotta, e queste sono solo alcune delle ultime, interessanti, iniziative che ho scoperto navigando in rete. In Italia, specialmente nel settore del turismo, ci sarebbe moltissimo che la mia/nostra generazione potrebbe fare: vi immaginate un servizio come quello offerto da Citinerary ad Amsterdam ma realizzato dagli archeologi a Roma? Per evitare le truffe di cui parlava qualche giorno fa La Stampa? Vi immaginate se i ragazzi della Spedizione Annibale o di Unesco in Bici trasformassero le loro avventure in avventure aperte a chi vuole scoprire dell’Italia non solo Roma, Firenze, Venezia ma anche Alpi, Appennini e angoli meno conosciuti di un paese a cui manca tanto, ma di certo non la bellezza? E se i novelli cuochi in cerca di lavoro si inventassero collaborazioni con negozi, bar e locali per organizzare cene estemporanee come fanno Kevin & Robin a Dublino con News of the Curd (altra città stravolta dalla crisi)? E, ancora, ve lo immaginate un professore di filosofia italiano che organizza un centro culturale in una fabbrica dismessa? (A Lisbona quel professore esiste, e la fabbrica si chiama Fábrica Braço de Prata).

Mentre lavoro a quello che sarà il corrispettivo di un gigantesco salto nel vuoto per noi di NBM (il nostro tentativo di osare con la o maiuscola, incrociate le dita insieme a noi), metto una sopra all’altra idee che vengono accolte con entusiasmo da chi mi circonda qui. Tutto, fuori dall’Italia, è più facile non per le solite motivazioni (la burocrazia italiana è la scusa più utilizzata dalla nostra generazione), ma perché la voglia di fare è più grande della paura. Questo è il motivo per cui, chiunque metterà piede fuori dai nostri confini, difficilmente ritornerà. Anche se la situazione economica dovesse risollevarsi, troverei comunque gli stessi sguardi stupiti, sconcertati e scettici di fronte alle mie idee, e non sarei la sola, temo. Ridicolizzare è meno impegnativo di lasciarsi coinvolgere, di assumersi responsabilità, anche quando non sarebbero solo e solamente nostre. E, certo, cominciare, che si tratti di un viaggio, di un’avventura, di un’impresa, di una relazione o di una nuova attività, è la parte più difficile, è vero.

Ma è anche la più emozionante, e la nostra generazione, in Italia, se la sta perdendo.

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La foto in alto e in copertina è del blog My3Monsters, dove trovate anche una ricetta su come fare la limonata.

  • David Rosi

    Ciao a tutti, vi posto il racconto del mio trasferimento a las terrenas nella repubblica dominicana http://www.mollotutto.info/32-america-del-sud-e-caraibi/repubblica-dominicana/387-david-si-sta-trasferendo-con-moglie-e-figli,-a-vivere-in-repubblica-dominicana Se qualcuno fosse interessato può contattarci http://www.elparaisodelcaribe.com
    mi piacerebbe poter postare la nostra storia sul vostro blog, magari se volete potremmo personalizzarla che dite?

  • Elisa Vimercati

    Piccola segnalazione di un’iniziativa italiana che assomiglia (con differenze a livello di sito, copy e probabilmente anche SEO, ok) a Citinerary: http://www.visitterredeisavoia.it/it/benaccompagnati/ Qui i locals si chiamano Narratori di territorio, un nome probabilmente meno appealing, ma insomma l’idea è la stessa.

  • Elisa Vimercati

    Visto che è il mio primo commento al vostro magazine inizio col farvi i complimenti: bel progetto editoriale, davvero.
    Poi rispondo al volo, di pancia e a pelle, a Serena e a Rachele: nel mio caso un po’ di quella “catarsi”, di voglia di fare, di tirare fuori le unghie, è arrivata stando in Italia ma allontanandomi dal mio luogo d’origine. Forse possiamo iniziare così, che è un salto più piccolo (i grandi cambiamenti arrivano per piccoli passi, ho scoperto l’acqua calda ma è vero). Poi vedremo.

  • ste

    credo bastino un paio di contratti a progetto sottopagati / un’idea brillante copiata spudoratamente per segare ogni itailiano entusiasmo e sorriso cretino.
    PS lavoro all’estero da 3 anni

  • Pingback: Ricordatemi Perchè Vivo all’Estero | PERCENTUALE()

  • giusto però mi riferivo ad una paura tangibile e non astratta, una paura che ha i suoi fondamenti nel sistema fiscale e legislativo-burocratico italiano…tolta l’IMU introdotta la Service Tax, non so se mi spiego 😉

  • Martina

    La mia esperienza mi fa essere totalmente in disaccordo. Ho vissuto nel Nord Europa per un lustro, e un bel giorno ho deciso di tornare in Italia, convintissima di volerlo fare. E, a 3 più di tre anni di distanza, credo ancora sia stata la scelta giusta, di cui non mi pento. Come non mi pento di aver passato tutto quel tempo all’estero, una delle esperienze migliori che io abbia fatto.
    Sono convinta che chi ha carattere, volontà e determinazione riuscirà ad emergere in qualsiasi posto. Sono le idee che contano, non il luogo.
    Love.

  • Serena esatto, gli esempi non vogliono essere una critica ma un’ispirazione per noi italiani 🙂 quanto alle guide migranti le conosciamo, ma non abbiamo ancora avuto il piacere di prendere parte a una delle loro esplorazioni, speriamo di farlo presto e di parlarne su NBM

  • Serena Carta

    Cari Simone e Rachele, certamente la condizione di essere all’estero è legata a quella del viaggio: si vive una catarsi che fa “tirare fuori le unghie” e ci rende più energici. Quindi ben venga muoversi e andare in giro, vivere all’estero e confrontarsi con altre mentalità e culture. Gli esempi che ha citato Rachele, tra l’altro, sono meravigliosi e davvero “inspirational”. Personalmente, non li osservo con invidia ma li considero nella speranza di vederli un giorno realizzati anche in Italia. A proposito di turismo responsabile, a Torino c’è già da qualche anno un progetto degno di attenzione: sono le Guide Migranti (qui il link http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/a-torino-le-%E2%80%9Cguide-migranti%E2%80%9D-portano-i-turisti-alla-scoperta-della-citta-multietnica), dategli un’occhiata!http://bit.ly/1dFZ5gz)

  • siamo molto affezionati ai nostri divani, valerio 🙂

  • Matte non so quanto sia più facile all’estero fondare start-up, aprire blog. certo in silicon valley è così, ma a lisbona il centro culturale di cui parlo l’hanno aperto clandestinamente, per poi confrontarsi con le autorità e strappare il permesso di rimanere. non dico che si debbano fare le cose fuori dalle regole, e non nego che la burocrazia è un problema grosso, ma mi sembra che “la burocrazia” sia diventato il muro di gomma oltre cui non si prova ad andare, con la scusa che è impenetrabile. forse bisogna solo ragionare sulle strategie, proporre alternative (e trovare i politici disposti ad ascoltarle, certo). poi, come ho già detto, non generalizzo e conosco tante iniziative interessanti anche in Italia, ma da gran parte delle persone che mi circondano ho ricevuto e continuo a ricevere sguardi perplessi. e mi sono stufata, a 30 anni, di essere considerata quella “strana” del gruppo, mentre fuori dall’italia non sono per niente quella strana, anzi.

  • Andrea penso anche io che la paura sia una componente grossa del problema, la paura di buttarsi e mettersi in gioco – con o senza crisi economica – c’è ed è insita negli esseri umani, ma fa anche parte dello stesso gioco, dell’evoluzione di ognuno di noi come individui e come società, no?

  • 8) scrivo in italiano su un sito in italiano per scelta, perchè in fondo c’è una parte di me, quella che si fa il culo ogni giorno dopo 8 ore di lavoro in ufficio per portare avanti NBM, che spera di poter riportare il suo entusiasmo in Italia, a un certo punto

    7) gli italiani sono razzisti, me lo disse una mia amica neozelandese di origini taiwanesi che fece un soggiorno studio di 1 anno a bologna e che la gente, a bologna, continuava a chiamare “occhi a mandorla” e, all’occorrenza, a insultare. temo che più della crisi e della disoccupazione sia questo il nostro grande problema.

    6) forse non c’entra la nazionalità, ma l’aver vissuto fuori dal tuo paese e a contatto con tanta gente diversa. vivere fuori (anche dal tuo paesino, ma sempre in Italia), ti costringe a “ripensarti” e questo, forse, ti rende più aperto al cambiamento, può essere?

    4) la gente purtroppo non siamo né io né te né i creativi e i curiosi che scrivono e leggono su internet. la gente è composta in gran parte da “conservatori” nello spirito, che davanti alla paura del cambiamento e alla responsabilità di osare qualcosa che non si sa bene come andrà a finire preferiscono rimanere fermi, in tutti i sensi possibili. ho parecchi amici infelici del loro lavoro, ma nessuno di loro che abbia mandato seriamente un solo CV (poi ho amici che cercano lavoro e non lo trovano perché la situazione in Italia è disperata, ma questo è un altro discorso). non ti piace la tua vita, il tuo paese, e li subisci?! è un atteggiamento che va al di là di ogni mia possibile comprensione. se c’è una generalizzazione da fare è l’italia è un paese ricco di disfattisti.

    1) siamo cresciuti entrambi molto, e senza perdere l’entusiasmo e la voglia di provare a cimentarci in nuovi esperimenti. questo mi sembra il meglio che una persona possa sperare, per se stessa e per i suoi amici, grazie simo!

  • assolutamente, infatti non volevo e non voglio fare un discorso su Tutti gli Italiani, è una cosa che ho constatato negli italiani che mi circondavano in Italia, che sono 30enni, parte della “borghesia” media, con lavori più o meno precari, in relazioni stabili e che vivono da soli o purtroppo ancora in famiglia. su stimolare=rompere le scatole mi trovi d’accordo simone, io tra i miei amici sono bollata come quella che ha una nuova idea assurda ogni giorno (anche se non sono assurde, almeno all’80%) e francamente del sarcasmo di alcuni mi sono stancata, soprattutto perchè qui sono circondata da altrettanti 30enni che però non snobbano/ridicolizzano lo spirito d’iniziativa, anzi, lo giudicano come una risorsa preziosa. anche qui, sono stata fortunata a trovare persone entusiaste come me e non penso che tutti all’estero lo siano, ma credo che ci sia più voglia di rimboccarsi le maniche rispetto all’italia, e non solo in paesi “fortunati” come il lussemburgo…

  • Matte Bocchialini

    commento casualmente, e non posso trovarmi d’accordo su molti punti. Credo personalmente che il capitale umano presente in Italia sia floridissimo, soprattutto se paragonato a quello di tanti altri paesi. La facilità con cui all’estero si costituisce una start up o si fonda un blog non coincide sempre con l’apertura mentale o con la cosiddetta “voglia di fare”. In Italia c’è tanta voglia di fare, ma i mezzi ci sono stati privati. La burocrazia, ahimè, non è affatto una scusa, né sono scuse le critiche al sistema politico o alle dubbie scelte in politica economica. Per carità, i mammoni sono ovunque (e spesso vengono confusi per mammoni quelle persone preziose che sono legate alle proprie radici, una bellezza che altri paesi non potrebbero nemmeno immaginare), e in Italia soprattutto. Però finchè non parleremo più di “italiani” o di “estero” come se fossero categorie definite e descrivibili scientificamente, credo che non daremo pace a nessuna coscienza, ma alimenteremo solo discussioni ormai stantie sul “fuggire” o il “restare”.

  • Solo DaScavare

    Sono d’accordo con te, è tutto vero, siamo un paese di persone addormentate comodamente.

  • la versione di Rachele secondo cui la “non voglia” è una causa piuttosto che una conseguenza è difficile da “misurare” credo dipenda molto dalle esperienze personali. Alla fine la voglia si può anche stimolare, il fatto è che molto spesso quando stimoli stai anche rompendo le scatole, quindi avere un po gli “anticorpi” contro la delusione credo sia necessario per stare qui. Se sei all’estero in fondo ti senti sempre abbastanza all’avventura, per via di questo legame forte che comunque tutti abbiamo con la patria. Forse stare all’avventura ti fa cambiare anche le priorità o il modo di vedere gli altri e le loro iniziative.

  • ahah hai ragione Luca, spero di riuscire a fare un salto a novembre, promesso!

  • Luca

    Ma tu, non avresti dovuto fare un giretto a Bologna per parlare di un progettino tutto italiano da sviluppare in Italia?? 😀 ti aspetto eh?!?

  • Serena Carta

    La mia personale esperienza non mi fa concordare con tutto quello che hai scritto, ma grazie per aver condiviso queste illuminanti esperienze messe in campo dai nostri coetanei in giro per il mondo.

    Il mio disaccordo nasce dal fatto che ho deciso di tornare in Italia spinta proprio dalle persone entusiaste e appassionate che conoscevo qui. Sarò stata fortunata, forse perché vengo da Torino che è una grande città in movimento, ma gente così all’estero non ne ho mai conosciuta. Il capitale umano italiano esiste ed è prezioso quanto quello oltre confine. Purtroppo le barriere che il nostro paese ha innalzato – un substrato culturale corrotto e mafioso di cui molti di noi non sono responsabili – rendono tutto più difficile; ma è proprio questa la sfida del nostro tempo e della nostra generazione. Se noi che abbiamo studiato, viaggiato e ci definiamo cittadini del mondo, noi che ci siamo costruiti una scala di valori e di regole perché abbiamo visto quello che funziona e non funziona dentro e fuori il nostro paese, se noi ce ne andiamo tutti e continuiamo a guardare all’Italia come a un paese in fallimento – ahi me – allora siamo parte dello stesso sistema che perde e si annienta.

    Dentro e fuori il Belpaese, proviamo a cambiare il linguaggio con cui ne parliamo: infondiamo speranza e coraggio a chi, nonostante tutto quello che non va, mira alla bellezza e alla vita onesta, anche in Italia.

  • dividerò per punti, in modo da non dimenticare le cose che ti voglio dire:

    1) massimo rispetto. Sei “cresciuta” moltissimo dai tempi di blotiteacuta, in lucidità ed in fluidità nello scrivere. E’ diventato un piacere costante leggerti e questo creda vada di pari passo con l’impegno che stai mettendo nelle tue iniziative

    2) la gente sei tu. In italia c’è un casino di gente stronza ed altrettanti fighissimi. tutti che lottano, ognuno a modo suo. Forse sei stata “sfortunata” ma io non credo. piuttosto forse al momento, ti serve la rabbia per continuare nelle tue scelte.

    3) so cosa vuol dire rabbia che tiene acceso un fuoco all’interno. Mi è servita per iniziare le mie attività da solo, mi è servita per avere le prime soddisfazioni da sbattere “in faccia” a chi non aveva creduto in me, a chi aveva solo voluto usarmi.

    4) la gente sei tu. lo sapevamo durante il nostro primo viaggio per l’italia, lo sapevamo mangiando la piadina con squaqquerone a forlì, lo sapevamo quando sei venuta a trovarmi in sardegna e lo sapevamo quando sei tornata dalla nuova zelanda e piangevi.

    5) gli italiani stronzi, sono quelli che non vogliono cambiare. Lo so perchè ho perso anche alcuni amici in questa mia continua spinta al cambiamento, al voler migliorare io, e le persone che ho attorno. In questi anni solo pochi mi hanno sopportato, sono gli unici amici che ancora ho vicino e coi quali faccio il “viaggio della vita”, anche se a distanza.

    6) centra qualcosa che queste persone che mi hanno saputo sorreggere (e che ho sorretto) siano italiane piuttosto che bulgare, cinesi, ghanesi o inglesi? Non saprei. viaggiano per lavoro ho vissuto con varie etnie, eppure alla fine tutti i miei amici sono italiani. (i miei amici sono 3 quindi si fa presto a fare il conto).

    7) gli italiani sono razzisti. questo è inciso a fuoco sulla costituzione oltre che nel nostro dna. davvero non ce la possiamo fare ad immaginare un’integrazione senza un colore politico. purtroppo è così. se trovi un italiano non razzista, è già meno italiano della media.

    8) stai scrivendo in italiano. ti sei chiesta perchè? 🙂

  • vero…tutto verissimo… ma credo che giochi una tremenda paura che il “sistema” si mangi tutto…tasse e burocrazia intendo! Io quando me ne sono andato dall’Italia non c’era ancora la “crisi”, l’Italia mi manca negli affetti ma non so se investirei denaro in una nuova attività… ma in fondo io non sono neppure della tua generazione 😉