La citazione di viaggio che preferisco in assoluto (e su NBM ne abbiamo raccolte parecchie) ha poco a che vedere con il viaggio in senso stretto e dice così:

Life begins at the end of your comfort zone

Elaborata da Neale Donald Walsch, si traduce più o meno in “la vita inizia al di fuori dei confini di ciò che conosciamo” e racchiude nella sua semplicità ciò che rende il viaggio una componente fondamentale per la crescita di una persona, se non LA più importante. Dopo aver cercato di spiegare perché, secondo me, vivere all’estero è meglio, mi sono chiesta cosa esattamente rendesse l’esperienza speciale. La risposta me l’ha data, in parte, un interessante articolo pubblicato dall’Atlantic che, riflettendo sulle conseguenze dell’emigrare, sostiene che “ricreare la tua vita è un reinventare all’altezza dei più grandi capolavori della letteratura”, un processo che trasforma quindi tutti gli immigrati in artisti.

Ecco cosa rende speciale la vita all’estero: non tanto il grado di esoticità del paese o la quantità di persone con cui confrontarsi, ma l’essere all’esterno. E l’esterno può essere un continente agli antipodi, una città nel nostro stesso paese d’origine o anche solo un nuovo appartamento con nuovi coinquilini o vicini di casa. L’uscire dall’ambiente in cui siamo cresciuti e che ci è più familiare ci costringe su livelli diversi ad adattarci a nuovi spazi, nuovi tempi, nuove abitudini, ridefinendo così la nostra vita. Le persone che frequento qui, in Lussemburgo, vengono da ogni angolo del pianeta, Thierry viene dalla Île de la Réunion nel mezzo dell’oceano Indiano, e poi ci sono francesi, baschi, americani, canadesi, tedeschi, italiani, portoghesi, vietnamiti, tutti lontani decine/centinaia/migliaia di chilometri dagli amici della scuola materna, da genitori, fratelli, strade conosciute, rituali consolidati.

Questa assenza del conosciuto lascia un vuoto che, una volta all’esterno, ognuno di noi prova a colmare al suo meglio. Viviamo tutti in uno spazio fuori dal nostro ambiente familiare, e questo essere fuori dai confini del conosciuto ci lascia disorientati tanto da spingerci a cercare nuovi punti cardinali, siano questi nuovi amici, rituali da collaudare, mobili da comprare per arredare camere in affitto o viaggi per accorciare le distanze da casa o per trasformare, chilometro dopo chilometro, anche gli spazi sconosciuti in ambienti (un po’ più) familiari.

Vivere nella stessa città, frequentando lo stesso circolo di amici, non richiede l’esercizio di creatività mista a coraggio che richiede ricominciare da capo, ovunque si decida di farlo. La tua famiglia è lontana? Te ne devi inventare un’altra. Il parco dove andavi a correre non è più a tua disposizione? Devi cercare nuovi percorsi. Al supermercato non vendono la ricotta di pecora per cui stravedi? Dovrai imparare ad apprezzare nuovi sapori. Tutti dettagli trascurabili che, però, senza rivoluzioni eclatanti, ci costringono a diventare altre persone. Ecco cosa rende speciale vivere all’estero. Anzi, all’esterno.

Nella mia famiglia, il concetto di esterno e la sensazione che si provava all’andare fuori di casa sono stati sempre gli elementi dominanti delle nostre estati e dei nostri fine settimana. La domenica mattina mio padre mi caricava sul sellino anteriore della sua bici e mi portava al parco per dare da mangiare ai cigni, ma spesso sconfinava su strade nuove che non riconoscevo e ricordo ancora nettamente la sensazione di paura di fronte a un ambiente la cui distanza dai miei confini non riuscivo a stabilire. Dove siamo? Quando torniamo? Gli chiedevo. Ma non protestavo più di troppo, resistevo finché lui non decideva di voltare la bicicletta, e riportarmi verso casa.

D’estate partivamo con la Golf – mio padre ha sempre avuto una Golf – e la destinazione era qualche paese europeo. Partivamo senza organizzare nulla, con le guide rosse Michelin nel cruscotto dell’auto e un itinerario di massima (alla cui elaborazione non ho mai partecipato). Niente prenotazioni, niente punti di riferimento. E anche in queste, di situazioni, mi preoccupavo perché non sapevo dove avremmo dormito, contemporaneamente eccitata all’idea di dormire ogni notte in un posto nuovo.

Viaggiare è il miglior modo che io conosca per crescere, ridimensionare la nostra persona e, al contempo, ampliare di molto il nostro sguardo sul mondo. E questo buffo processo di crescita è l’unico in grado di farmi sentire, a ogni partenza, più piccola, mentre il raggio dello spazio che io considero ‘casa’ diventa sempre più grande, toccando gli antipodi, ma anche luoghi vicini, come Novate Milanese. O Mainz.

Forse il titolo del post “vivere all’estero è meglio” andrebbe riformulato. La versione giusta, allora, sarebbe “vivere all’esterno è meglio”. Lo diceva anche il professor Keating ne L’attimo fuggente, che cambiare punto di vista serve.
Ci rende persone migliori. E questo mi sembra un ottimo motivo per fare le valigie e partire.

Quindi, cosa vogliono essere queste parole? Un invito, da parte mia, da parte di NBM, a vivere – magari non sempre, magari solo qualche volta – al di fuori dei confini di ciò che conoscete “come il palmo della vostra mano”.
Sconfinate: di qualche centimetro, mettendovi a chiacchierare con perfetti sconosciuti, o di migliaia di chilometri, partendo con un visto vacanze-lavoro per l’Australia. Ma, fatelo.