«Petit pays, je t’aime beaucoup. Petit petit, je l’aime beaucoup»

Ero ancora a Bruxelles quando camminavo, da casa mia all’ufficio, ascoltando questa canzone, e pensavo che da lì in poi, risentendola, mi avrebbe ogni volta ricordato Brux.

Brux. Così la chiamo io, per renderla più familiare e toglierle quel cappotto da istituzioni europee che si porta sulla spalle.

Brux è fatta a strati. Puoi rimanere sopra sopra, se vuoi.

Puoi camparci dieci anni senza impararti un “acca” – o meglio una “erre” – di francese. Vivi tranquillamente con l’inglese, e del fiammingo sai a mala pena che è una lingua che qualcuno parla.

Oppure puoi scavare un po’ di più, e renderti conto che il francese serve per lavorare, ma anche per sorridere dei commenti di due signore sull’autobus e delle chiacchiere delle ragazzine che aspettano il 60 che le porta a scuola.

Allora fai che lavori in inglese, e in pausa pranzo parli francese. Nel frattempo, tre volte a settimana, corri pure dall’ufficio alla scuola di lingue, mangiando un panino dentro un bus che per fortuna spacca il minuto tutti i santi giorni. E fai un corso, che dopo due mesi ci rimangono tutti di stucco, te compresa. “Ma tu ora parli!”. Si, si parlo, un petit peu.

E il corso lo fai con persone che vengono da quattordici paesi e quattro continenti.

Poi torni a casa, e ti adagi nel più confortevole spagnolo, che diventa Spanglish o Franglais a seconda delle necessità.

A Brux scavi. Scavi un po’ più giù dell’happy hour di Place Lux, che lo stagiaire-modello non manca di fare tutti i giovedì, dopo il lavoro.

Io un giovedì ci sono passata con l’autobus a Place Lux, erano le otto e venivo da un altro mondo. Venivo dai bambini di Gesu, che non è quello coi capelli lunghi sulla croce, ma è il nome di un posto occupato gigantesco, dove vivono decine di famiglie che non ne hanno un altro dove andare. Quel giorno, verso le otto, Place Lux m’è sembrata un pascolo, pure se l’erba non ce l’ha e davanti c’ha il vetro e il cemento del Parlamento europeo.

Insomma, a Brux scavi. E Brux si fa scavare, questo è il bello.

Capisci che gli abbracci di Serve the City non fanno per te, le incursioni con zainetto della Croix Rouge neanche. E quindi t’infili in una ferramenta, dove nei cassetti e sulle mura bianche e ruvide, delle istantanee raccontano le storie dei richiedenti asilo politico che approdano proprio a Brux, proprio dietro a Place Lux e dietro al Parlamento.

Sono le storie dei demandeurs di Trone, ospitati nel centro di accoglienza temporanea gestito dall’associazione Samusocial. All’incrocio fra Place Lux e Trone un giorno, cerca cerca, ci ho trovato Alessandra, compagna in questa avventura Bruxelloise. E ancora due passi più in là, ho rapito un po’ anche Daniela, semplicemente “this human being”, come ha mi ha detto una volta un suo amico. E poi c’è Tarik, che per fortuna Simona me l’ha “lasciato in dono” quando è partita. Così con Tarik, Alessandra e Daniela, a Trone abbiamo piantato un piccolo seme, o almeno così a me è sembrato. Abbiamo scavato un po’, insieme ai demandeurs che si chiamano Noorj o Mohamed, e si sono rotti un piede saltando un muro di confino (si, con la “o”) tra l’Africa e la Spagna, che pure questa sta in Africa però è Europa, enclave, proibita.

Richiedenti che temporaneamente appoggiano un’intera vita su dei letti a castello, in attesa di sapere che fine ha fatto la loro richiesta e cosa potranno farne della loro vita. Imparano a fare il tiramisù, cantano al saggio degli studenti dell’Université de Bruxelles, e spengono la tv per una serata, per un concerto speciale. Il Concerto, sofferto quasi come quello del film dove gli orchestranti del Bolshoi ne passano di tutti i colori per riuscire a suonare al teatro di Parigi. Speciale, perché speciale è diventato il centro di Rue du Trone per una sera. L’ultima, abbiamo saputo pochi giorni dopo: il centro è stato chiuso perché i demandeurs ormai sono pochi e bisogna ottimizzare le risorse.

Sono stati trasferiti in un altro centro, ad appoggiare la vita su altri letti a castello.

Tutti continuano a chiedermi: “com’è Bruxelles?” Un aggettivo solo non lo trovo. Rispondo che è una città che vive.

Nelle facce degli abitanti di Ixelles che ti guardano dalle gigantografie sui muri, ogni giorno tornando a casa. Nei colori delle stradine di Matonge, nei musicisti che suonano nei salotti aperti delle case del quartiere, nei fumetti che danno vita ai palazzi.

Vive negli alberi con i maglioni e nelle stazioni della metro dove di notte puoi danzare a suon di musica classica.

Vive in una domenica mattina di sole a Jeu de Balle e in un pomeriggio qualunque al centro di Trone.

Vive della cultura che sprizza da tutti i pori, che manco ci riesci a stare dietro a tutto.

Ora a Firenze mi risento un’altra canzone che mi accompagnava per le strade di Brux. Ed ad ogni nota c’è una foto, uno strato, uno scavo: il cous-cous di Tarik e la luce delle candele al Castello. Io, Irene e Simona felici negli occhi. La risata inconfondibile di Alph, il suo “daje” più romano che mai. Una foto bella di Ale. Il violino di Erica. Gli abbracci di Christophe. La dolcezza di Vasco. La musica di Marghe e Leo. La solarità di Simona, quel modo di ballare tutto suo. Lo star bene con Jaska. ‹‹Deh, ma scherzi?›› di Daniela, che la lingua è un v(e)icolo, ma poi ti capisci con occhi e pelle.

Guardo con la coda dell’occhio quel foglio appoggiato qui sul letto, quel fumetto di Vittorio che tiene per mano un bambino e dice “Restiamo Umani”. L’avevo preso alla proiezione del film una delle prime sere a Brux, e l’avevo attaccato dietro la porta della camera. Ieri sera m’è rispuntato fuori da un libro, dove l’avevo messo per non stropicciarlo in valigia. Lo guardo e penso che in quella frase ci sono strati e scavi della mia Bruxelles: restiamo umani, torniamo umani.

Bentornati a Bruxelles dove si sta fermi in tutte le lingue.

Bentornati a Bruxelles dove la birra costa meno del caffè.

Bentornati a Bruxelles dove i marziani vanno a teatro.”

– Ascanio Celestini

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Annalisa Bergantini: classe 1984. Laureata in Relazioni internazionali fra Roma, Siviglia (l’erasmus) e il Senegal (la tesi). Mi occupo di cooperazione allo sviluppo e volontariato europeo, nelle attività internazionali di Anpas – Associazione nazionale pubbliche assistenze. A Bruxelles ho fatto uno stage con Alda – Associazione delle Agenzie della Democrazia Locale, ONG che promuove la partecipazione dei cittadini a livello locale.

 La foto in alto e in copertina è stata scattata nel quartiere di Ixelles (Bruxelles) da Antonio Ponte.