C’è chi il mondo lo viaggia, in lungo e in largo, e chi invece prova a crearne, e narrarne, uno del tutto inventato. Con punti di riferimento nuovi, per lui stesso e per i suoi lettori. E se da un lato raccontare un viaggio reale è una sfida che si esplicita nel riuscire nel mettere a parole quello che si è visto, sentito o sfiorato, o su cui quantomeno ci si è documentati, creare un universo parallelo dove far muovere i propri personaggi è una sfida ancora maggiore. Ci ha provato Vanni Santoni con Terra Ignota, il suo nuovo lavoro, il primo a tema fantasy (genere troppo spesso erroneamente relegato a narrativa di secondo piano). Ci abbiamo fatto due chiacchiere per saperne di più.

NBM: Come hai lavorato per creare il mondo in cui hai ambientato Terra Ignota? Ti sei rifatto ad altri libri fantasy o invece più a paesaggi reali, anche se ovviamente rivisitati?

VS:  Sicuramente non mi sono rifatto ad altri libri fantasy. A parte i grandi classici, che sono punti di riferimento di cui è necessario tener conto ma che è anche necessario superare, non sono un grande appassionato di narrativa fantasy: la mia fruizione del genere, fuori da Pullmann, Tolkien, Gaiman, recentemente Abercrombie, è stata soprattutto su altri medium, come il gioco di ruolo, il cinema, il fumetto, il videogioco. Per capire come ho lavorato è essenziale una premessa: Terra ignota è un pastiche, che mira a mettere insieme, ibridare e rielaborare “fonti” alte e basse, mito e cultura pop, modernismo e fiaba. Dunque sono partito da altri “luoghi”: l’Atlantide di Platone, le Città Invisibili di Calvino, la Broceliande del Ciclo Arturiano, l’Utopia di Tommaso Moro, temperate da uno studio specifico sulla percezione del mondo in era medievale – cruciale è stato Le categorie del mondo medievale di Gurevic. Intorno a tutto ciò ho costruito la prima idea, e mappa, del mondo di Terra ignota, che poi ho sviluppato secondo principi di coerenza geografica e geopolitica. A livello invece di impostazione della cosmogonia, del sistema magico e della “coerenza spirituale” dell’universo del romanzo sono state fondamentali l’opera di Guénon, i testi di Crowley, Aristotele e Paracelso, le poesie di T.S.Eliot e Yates, la Baghadav-Gita, le lamine d’oro orfiche e i principali testi sacri, Veda e Bibbia in primis. Per la struttura narrativa, l’opera di Jung, Frazer, Campbell e Propp.

NBM: Rispetto ad altri volumi del genere, alla fine hai scelto di non dare punti di riferimento visivi al lettore. Nessuna mappa all’inizio del volume, come invece succedeva nel Signore degli Anelli, per fare un esempio. Come mai questa scelta?

VS: Immaginate che effetto farebbe aprire un libro che si chiama TERRA IGNOTA e trovare una mappa? Sarebbe grottesco, credo. A parte ciò, la vera ragione è che la mappa, ormai, è diventata uno dei più terribili cliché del genere fantasy. Tolkien l’ha messa – e a ragione –, poi tutti gli sono andati dietro in modo cieco. Andava dunque superata. C’è poi il fatto che Terra ignota ha radici anche nella fiaba, e nelle fiabe i contorni del mondo sono inevitabilmente sfumati – devono esserlo, altrimenti già una componente di meraviglia se ne andrebbe, e così, benché io abbia creato e possieda una mappa, anche parecchio dettagliata, delle Terre Occidentali, ho deciso di non riportarla sul libro. Per un po’ credevo di mettere all’interno del testo almeno la mappa-arazzo che Ailis trova nel palazzotto dello shultz, che rappresenta solo il limite nordovest del mondo, ma alla fine per coerenza ho omesso anche quella.

NBM: In “In territorio nemico”, il libro che hai curato e scritto con il metodo SIC (Scrittura Industriale Collettiva), si racconta invece un viaggio vero e proprio, quello di un ufficiale che diserta durante la Seconda Guerra Mondiale e cerca, dal sud Italia, di arrivare fino al nord, a piedi, su camion, attraversando città e montagne. Una specie di pellegrinaggio insomma…

VS: Sì, In territorio nemico ha tre vicende, una, quella del Giavazzi, autoreclusosi in un solaio, massimamente statica, un’altra, quella di Adele, che si muove in lungo e in largo per una città (Milano) e poi quella del Curti, che attraversa tutta l’Italia a piedi, partecipando alle più diverse esperienze resistenziali e non. Ripensandoci adesso, è possibile che Ailis debba qualcosa a Matteo Curti, sia in tutto questo viaggiare – lei, coerentemente con l’allargamento di “scope” permesso dal fantastico, attraversa un intero continente – sia nella sua ostensione continua del corpo ferito, martoriato, resistente. Certo è che se quello del Curti è un percorso di formazione politica, quello di Ailis è invece un percorso di formazione a ogni livello, sia perché la vicenda di Terra ignota comincia quando lei ha undici anni e mezzo, e quindi deve anche crescere come essere umano, sia perché se il Curti deve “solo” sviluppare una coscienza antifascista, Ailis deve prendere atto del proprio status messianico, e dunque, di fatto, divino.

Quello che mi ha colpito nel racconto di questo viaggio sono soprattutto gli accenti. Ogni regione cambiano, credo sia stata una scelta davvero vincente per dare al lettore reale coscienza dei chilometri percorsi e anche per raccontare il nostro Paese, dove le cadenze si differenziano molto anche solo a poche curve di distanza.

V.S. Oggi che su In territorio nemico è stato scritto molto, possiamo affermare, anche alla luce dei commenti ricevuti, che i molti dialetti in esso contenuti siano uno dei suoi tratti distintivi. Tuttavia non è qualcosa che avevamo previsto: tutto viene da una singola scheda stesura, in cui una scrittrice scelse di far parlare in milanese stretto le operaie della Olap, onde rinforzare il senso di straniamento di Adele arrivata in fabbrica. L’idea era buona, e la approvammo. Subito dopo capimmo che potevamo alzare il tiro e, avendo a disposizione 115 persone da ogni parte d’Italia, avere anche tutti i dialetti.

Paolo Bottiroli