Chi visita l’Islanda seguendo la statale n.1 spesso trova Reykjavík banale, grigia e senza carattere, una parentesi pseudo-urbana in un’isola che è un tripudio di natura incontaminata. Eppure questa capitale lillipuziana in continua espansione non risparmia qualche sorpresa. Il segreto della Reykjavík più autentica è una strana mescolanza di post-modernità tecnologica e di ingenuità ancora medievale: per scoprirne i lati insoliti o riscoprirne i più scontati è meglio visitarla in settembre o in ottobre, quando il flusso dei turisti si dirada e le vie tornano a popolarsi di islandesi, mentre la luce sempre più bassa e morbida diventa tollerabile prima di spegnersi per l’inverno.

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Forse, davvero, sta tutto lì, nella luce strana di questa città. Quando dall’alto della collina di Arnarhóll appare l’Esja dipinta d’oro, prima che si cinga di un elmo bianco di neve; oppure quando dal porto, nelle giornate particolarmente limpide, si distingue all’orizzonte il profilo perfetto del vulcano dello Snæfellssjökull. O, ancora, tra gli scorci delle casette di Grjótaþorp, un piccolo quartiere delizioso incastonato tra Aðalstræti e il porto, il cuore dell’antica Reykjavík, un intrico di stradine minuscole e case d’inizio secolo, coloratissime, rivestite di legno o della tradizionale lamiera ondulata. O quando dalla prospettiva dell’artistoide Skólavörðustígur si staglia netta la chiesa Hallgrímskirkja, vero e proprio punto di riferimento vagamente fallico nel profilo urbano della città; a fare gli onori di casa la statua di Leifur Eiríksson, nella sua posa volitiva. Oppure, di nuovo, nei tagli di luce obliqua nel giardino di sculture di Einar Jónsson (1874-1954), sul punto più alto della città, da lui considerato l’Acropoli della nuova repubblica: sempre aperto e gratuito, vi si accede da Freyjugata ed è un mondo pieno di angeli, re, eroi caduti, un regno di miti e leggende immortalati nelle sculture di questo artista dall’immaginario estatico.

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O negli odori, ancora più anomali in un artico asettico: le esalazioni del pesce che il vento porta in città dalle fabbriche ittiche della periferia, e che gli islandesi definiscono ‘odore di soldi’; quello acre, alcolico e squallido della piazzetta di Lækjatorg, davanti al tribunale, frequentata da innocui disgraziati e accaniti bevitori. O quello pungente e caratteristico di Kolaportið, il mercatino coperto che si tiene nei fine settimana, un vero tripudio del trash e specchio di una Reykjavík multiculturale, dove gli islandesi riversano gli scarti delle loro soffitte e i contadini locali propongono i loro prodotti: vecchi dischi, abiti, ciarpame e cineserie, ma anche bellissime uova di uria dai gusci celesti screziati, assaggi e dadini di squalo, per i più audaci.

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E poi c’è il profondo legame che la città ha con l’acqua. Il porto, sottoposto a un lifting generale. Il lago, che d’inverno gela in piccole onde tanto forte vi tira il vento, e fa da pista di pattinaggio. Le pozze calde, certo. Ma alle spalle della Öskjuhlíð, la collina di Perlan, nella baia di Nauthólsvík, l’oceano viene riscaldato a 28° C con l’acqua calda delle sorgenti geotermiche che abbondano nel sottosuolo. Per chi non crede che Reykjavík possa essere una meta balneare, la spiaggia c’è, ed è senz’altro esotica; il sole non sempre. D’inverno restano le piscine, che sono il vanto della città, e tutte all’aperto: il contrasto fra il freddo dell’esterno e il calore confortante, mercuriale dell’acqua è una delle esperienze più piacevoli che possano capitare. Per chi non se la sente, l’unica piscina coperta è la più antica Sundhóll (in Baronstígur), con gli spogliatoi di piastrelle bianche dal meraviglioso design minimalista.

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Reykjavík è famosa per una rutilante vita notturna assolutamente senza freni, dove l’unica regola è spostarsi da un locale all’altro, a piedi, in gruppo, da soli, un po’ alticci o sobri, sicuramente infreddoliti, e magari concludere la notte con un party a casa di qualcuno, che lo si conosca o meno, tanto il giorno dopo nessuno si ricorda più. Ma il vero fascino di questo posto sono i piccoli locali ancora poco globalizzati, meno cosmopoliti: il Kaffivagninn affacciato sul porto, che sembra essersi fermato agli anni Settanta, frequentato da pescatori e marinai, dove ancora si può mangiare il pane nero islandese, quello cotto al vapore dei geyser. Oppure il Mokka Kaffi, in Skólavörðustígur, il caffè più ‘antico’ di Reykjavík, che risale al 1958, quando in città non c’era – davvero – nient’altro.

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La luce, dicevo. I mesi autunnali sono quelli in cui si verifica lo straordinario fenomeno dell’aurora boreale, uno strascico impalpabile di fluorescenze colorate che svolazza nel cielo nero della notte. Non è difficile riuscire a vederla anche a Reykjavík, nonostante le luci della città. Con uno spettacolo del genere sopra la testa, sfido chiunque a dire che Reykjavík non è in grado di regalare emozioni magiche.

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Silvia Cosimini, toscana residente a Mantova, laurea in filologia germanica. Ha vissuto quattro anni a Reykjavík, traduce letteratura islandese, insegna all’università di Bologna. Trascorre un mese all’anno in Islanda, per non perdere volti, frasi, ritmi, consuetudini e ogni legame con la lingua e la cultura che traduce.

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