Il sei settembre 1992, 21 anni fa, il corpo in fase di decomposizione di Chris McCandless veniva ritrovato nel Magic Bus, al confine nordorientale del Denali National Park, in Alaska.

21 anni dopo, mentre la persona di Chris si è ormai trasformata in un personaggio, sia Jon Krakauer – autore del libro Nelle terre estreme – sia la sorella di Chris, Carine McCandless, tornano a far sentire la loro voce per raccontare la verità su una storia – e una morte – fino ad ora in parte inspiegabili.

Lo scorso 12 settembre Jon Krakauer ha pubblicato sul New Yorker un articolo intitolato “How Chris McCandless died“, concentrandosi sulle cause del suo decesso, finora non accertate. Nell’articolo per Outside Magazine che precedeva la pubblicazione di Nelle terre estreme, Krakauer ipotizzava che Chris avesse ingerito per errore semi di Hedysarum mackenzii, una pianta ritenuta tossica, difficile da distinguere dalla simile Hedysarum alpinum. Al momento di pubblicare il libro, Krakauer, convinto che Chris non potesse aver commesso l’errore di confondere le due specie (aveva con sé un libro che spiegava precisamente come distinguerle e che avvisava della tossicità della Hedysarum mackenzii), decise di fare analizzare un campione di Hedysarum alpinum presso l’University of Alaska: i ricercatori coinvolti individuarono un alcaloide sconosciuto e, nella fretta di mandare il libro in stampa, Krakauer imputò a questo (identificato come swainsonina, un agente che impedisce l’assorbimento di nutrienti e conduce alla morte per denutrizione) la morte di Chris. Ma i due ricercatori, completando l’analisi, non trovarono tracce di swainsonina: la pianta non era tossica.

Eppure, nei suoi diari, Chris riportava di sentirsi debole a causa di semi di patate. Krakauer continuò a indagare finché, due mesi fa, non incappò in una ricerca pubblicata sul sito della Christopher McCandless Foundation, in cui un certo Ronald Hamilton descriveva quelle che secondo lui potevano essere le reali cause della morte di Chris, ovvero una neurotossina chiamata beta-N-oxalyl-L-alpha-beta diaminoproprionic acid (beta-ODAP), responsabile del latirismo, contenuta nelle piante di Lathyrus sativus e utilizzata in alcuni campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Hamilton fece testare la presenza di ODAP in entrambe le piante presumibilmente consumate da Chris, la Hedysarum alpinum  e la Hedysarum mackenzii e, ancora una volta, i risultati furono incerti. Lo stesso Krakauer decise allora di far compiere analisi in cerca di tracce di ODAP e, questa volta, i risultati furono chiari: la Hedysarum alpinum  conteneva 0.394 % di beta-ODAP, una quantità sufficiente da provocare latirismo, che, a sua volta, avrebbe potuto condurre Chris a uno stato di debilitazione tale da rendergli impossibile procacciarsi altro cibo o raggiungere la civiltà o i soccorsi.

Krakauer conclude l’articolo affermando che:

La scoperta di Hamilton del fatto che McCandless morì perché ingerì semi tossici probabilmente non convincerà molti abitanti dell’Alaska a guardare a McCandless con più compassione, ma potrebbe impedire che altri esploratori in cerca di cibo in aree remote del paese si avvelenino. Se il libro sulle piante commestibili che McCandless aveva con sé l’avesse avvisato che i semi di Hedysarum alpinum contenevano una neurotossina che può causare paralisi, probabilmente Chris avrebbe lasciato le sue terre estreme a fine agosto senza troppe difficoltà rispetto a quelle incontrate quando vi si inoltrò l’aprile precedente, e sarebbe ancora vivo oggi. Se fosse andata così, Chris McCandless oggi avrebbe 45 anni“.

Con lo stesso interesse per la verità, Carine McCandless ha dichiarato il 26 settembre scorso al New York Times che “Negli anni successivi alla morte di Chris, io e i miei fratellastri ci siamo incontrati per cercare la nostra verità e provare a costruire la nostra versione di bellezza dentro la sua assenza; abbiamo trovato un senso di liberazione gli uni negli altri, e credo che Chris abbia trovato quello stesso senso di liberazione nella natura selvaggia, prima di morire“: questo desiderio di verità l’ha portata a raccontare la sua versione della storia di Chris e della sua famiglia in un resoconto che sarà pubblicato nel 2014 da HarperCollins con il titolo “The Wild Truth”.

Per quanto interessanti siano entrambe le notizie, mi chiedo se centrino il punto della questione, ammesso che il punto della questione esista, che sia uno e che sia universalmente condiviso. Perché la storia di Chris McCandless è diventata così popolare e perché così tanti viaggiatori (e non solo) si identificano con la sua figura? Non credo che la risposta stia nell’individuazione della causa della sua morte né nel rapporto presumibilmente conflittuale con la sua famiglia. Certo, sapere che non è morto per stupidità (come molti abitanti dell’Alaska sostengono) ma per mancanza di informazioni sulla flora che lo circondava (informazioni che non avrebbe potuto reperire nel libro che aveva con sé) aiuta a risollevare la sua immagine agli occhi dei suoi detrattori; e sapere che l’ambiente familiare in cui era cresciuto non era particolarmente conciliante aiuta a comprendere le ragioni della sua partenza per un viaggio in solitaria senza contatti con i suoi genitori.

Ma della storia di Chris McCandless, più di ogni altra cosa mi sembra rilevante l’urgenza che Chris aveva nella ricerca di risposte. In fondo, che si tratti di un viaggio lungo, di un pomeriggio in solitaria o di una ricerca interiore, la gran parte di noi vive anche per questo motivo: per trovare risposte ai nostri personalissimi interrogativi. O per evitare di porseli. Il lascito più importante di Chris McCandless mi sembra il coraggio che ha avuto non tanto nell’inoltrarsi nelle terre estreme dell’Alaska, ma nel decidere consapevolmente di voler attraversare le terre estreme che erano dentro di lui e che sono anche dentro tutti noi.

Penso che a una certa età – non troppo tardi, in fondo – ci si trovi davanti a una scelta: se affrontare la vita mettendola in discussione o se affrontarla evitando quel personalissimo e complicatissimo dialogo interiore che ne conseguirebbe. Di Chris McCandless ammiro la volontà di affrontare la complessità della sua vita senza distrazioni: niente soldi, niente familiari, niente amici, niente oggetti inutili con lui, per capire meglio cosa gli stesse succedendo, per uscirne, chissà, con qualche risposta, oppure, forse, con nuove domande.

Credo che al pubblico che ha seguito la sua storia attraverso i libri, il film e la colonna sonora, dovrebbe interessare relativamente il contesto che lo ha spinto a partire o la causa precisa della sua morte. Credo che chiunque negli anni si sia appassionato al suo viaggio dovrebbe riflettere sul fatto che, tra tutte le alternative a sua disposizione, un ventenne americano di “buona famiglia” abbia preferito mettere in discussione ogni singolo elemento che componeva la sua storia. A sei anni dalla prima volta in cui lessi Nelle terre estreme – e ancora immersa nel cammino dentro le mie terre estreme – continuo a pensare che non esista modo migliore per vivere fino in fondo la propria vita.

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La foto in alto e in homepage è stata scattata al Magic Bus (Alaska) da Paolo Lucciola