Giulia e Massimiliano sono partiti per Dushanbe questa estate. Sono partiti per fare la Silk Road Race, erano l’equipaggio che portava il nostro nome, per quest’anno, sulla Via della Seta. Giulia ci racconta come è andata.

Domani ci imbarcheremo per un nuovo viaggio: destinazione USA. E’ per me la prima volta in quel continente, che è ai miei occhi di romantica comunista, tutto ciò a cui non aspiro. Eppure tutti quelli che tornano sono contenti di ciò che hanno visto. In verità mi sento una fedifraga che si abbandona ai piaceri dell’occidente, invece che tornare a camminare verso oriente, ma sono tremendamente curiosa. Sarà un viaggio breve e più facile della SRR.

Sono giorni che proviamo a scrivere un racconto/riassunto del nostro viaggio.  Mamo ha provato a stendere un diario di viaggio, che raccontasse giorno per giorno quello che ci era successo, le persone incontrate, cosa avevamo mangiato, ma alla fine l’abbiamo trovato troppo lungo . Avreste mollato al resoconto del terzo giorno. Noi invece vogliamo che leggiate cosa ci è successo in questa meravigliosa avventura e vogliamo che ognuno di voi arrivi in fondo alla pagina pronto a partire per l’Asia centrale!

E’ stato meglio di come ci immaginassimo: nessun ritardo sulla tabella di marcia, nemmeno una gomma bucata, “mancia” alla milizia limitata a 5$ dati a un doganiere turkmeno e un passaggio fino a casa a una guardia uzbeka. L’inglese non lo parlano tutti, il suo uso è per lo più limitato alle nuove generazioni, ma il mio “Esperanto Gesticolato” misto a 5-6 parole di russo ha portato ad ottimi risultati. La verità sta in quello che ho sempre sostenuto: se vuoi comunicare con un estraneo, non sarà la lingua a fermarti, ti basterà volere davvero comprendere ciò che ha da dirti.

Non c’è stato un solo giorno che sia trascorso senza conoscere un nuovo amico, da Camilla che ci ha accolti al Best Western di Brescia, la prima notte, ai ragazzi di Cesvi che ci hanno salutato entusiasti a Dushanbe. Siamo partiti subito dopo il matrimonio, commossi abbiamo attraversato il cortile di Villa Litta e siamo corsi a casa per sfilarci gli abiti della cerimonia e farci una doccia.

E’ stato il viaggio più lungo e veloce della nostra vita: 9500km in soli 21 giorni. Ne avremmo voluti a disposizione almeno 40!

I balcani sono scivolati via in fretta, mentre notavamo le stridenti differenzi tra i paesi attraversati: così ordinata e “svizzera” la Slovenia, la Serbia con dei tristi cani randagi e molti poveri gatti schiacciati a bordo strada, mentre la Bulgaria ci mostrava i suoi tratti più selvatici, le strade disordinate e le auto appariscenti. Siamo arrivati alla frontiera turca nel mezzo di un folto corteo di BMW con targa tedesca: immigrati che tornavano a casa per le vacanze! La terza notte (29 luglio 2013) l’abbiamo passata a Istanbul, meta fondamentale del nostro viaggio, perchè è li che abbiamo potuto fare richiesta per il visto turkmeno. L’ambasciata si trova ben distante dal centro della città, in una zona residenziale molto carina, dove migliaia di gatti pasciuti si godono sonni tranquilli nei bei giardini. Arrivati all’imbrunire alloggiamo nell’unico albergo che ci accetta: un posto molto carino che sembra la casa del Cappellaio Matto. Siamo a due passi dal mare e qui consumiamo l’unico pasto a base di pesce di tutta la SRR, in un ristorante che serve belle portate sui tavolini con tovaglie di carta, al bordo della strada. E’ tutto buono, anche il chay che d’ora in poi prenderà il posto del caffè. E’ una notte scintillante e profumata, è Istanbul.

Il mattino successivo affrontiamo una delle prove più impegnative del viaggio: confrontarci con la burocrazia turkmena! Aspiranti rallysti preparatevi armandovi di santa pazienza: nessun funzionario vi aiuterà nel compilare moduli, nè vi sarà rilasciata alcuna ricevuta, voi parlerete in inglese (e quel poco di russo che ho studiato) tutto il tempo e loro vi risponderanno in turkmeno; non saprete esattamente dove e come dovrete ritirare il visto, ma alla fine qualcosa verrà fuori. Ripetete più volte il nome della città dove volete ritirare il visto (“Mashaad!””Mashaad?””Mashaad!”) e se qualcuno vi scavalca in coda con fare disinvolto, fate valere le vostre ragioni. Noi ce l’abbiamo fatta! Usciti dall’ambasciata ci dirigiamo lentamente verso il Ponte del Bosforo. E’ Mamo a guidare nel traffico indiavolato della città, e io mi godo lo spettacolo del mare che si apre sotto di noi. Per un attimo penso: “Il terremoto!”, ma è solo il costante e incessante vibrare del ponte, un groviglio di funi tra due mondi! L’attraversamento è uno dei momenti più intensi, filmiamo, gridiamo, ci giriamo irrequieti a cercare con lo sguardo S.Sofia, ma non la troviamo. Sono alcuni minuti di scintillio di sole sul mare e siamo già al di là dell’Europa: un cartello ci accoglie con la scritta “ASIA”.

Tagliamo la Turchia passando dall’alto, tra le montagne e le valli, nei piccoli paesi di pastori la gente ci addita sorridendo e più ci allontaniamo dall’occidente più la gente si fa curiosa, si avvicina e la nostra Zafira continua ad accogliere firme di sconosciuti divenuti amici: il primo è stato in Slovenia, Zeljko, un ragazzo croato con la sua fidanzata, poi si sono aggiunti innumerevoli personaggi, come i ragazzi alla stazione degli autobus di Sùsehri o il benzinaio di Eerba, ognuno con la propria benedizione per il nostro matrimonio. E’ la campagna dei pastori erranti d’Asia, quelli che di notte parlano alla luna, ne sono convinta. E’ una terra che ci accoglie benevola, con l’asfalto liscio, che corre con curve morbide. La sera del 31 luglio dormiamo a pochi km dal confine con l’Iran, ad Agri. Una cittadina che solo apparentemente non avrebbe nulla da dire.

Sapevamo di essere entrati nella regione del Curdistan perchè avevamo visto alcuni carri armati e molti militari, ma non sapevamo che cosa significasse in reltà. Ora possiamo dirvi che Curdistan è sinonimo di calda e sincera ospitalità. Eravamo entrati in un negozio di abiti da sposa con l’intenzione di fare una foto alla vetrina, e per educazione abbiamo chiesto il permesso di scattare. Era il tramonto e il padrone del negozio Vahtetin Cehgiz ci ha invitato a casa sua per la cena. E’ stato il primo di molti pasti consumati seduti per terra, è stata la prima porta che si è aperta su un mondo totalmente nuovo, dove la famiglia è ancora al centro della vita quotidiana, dove si sta in più di 10 sotto lo stesso tetto e il pasto viene consumato con una sacralità rara. A fare da interpreti con l’inglese i bambini e i più giovani, curiosi di noi, della nostra religione, ci porgevano piatti sopraffini di cui nemmeno oggi sappiamo prononciare il nome. Noi mostravamo le nostre foto, scrivevamo il nostro nome così che potessero aggiungerci su FB. E dove non arrivava il linguaggio verbale ci siamo aiutati con i gesti e i sorrisi. Quella sera è stato un battesimo di gioia verso tutto ciò che da li a poco ci avrebbe abbracciato. Ci siamo sempre dimostrati aperti per le culture che abbiamo incontrato, rispettando il Ramadan e i costumi locali. Passando la frontiera iraniana ci siamo vestiti in lungo e io ho indossato il velo. E’ stata la vestizione di preparazione per un viaggio nel viaggio: l’Iran.

In dogana ci siamo fatti aiutare da un ragazzo che si occupava del cambio valuta. Indossava una maglietta del Mongol Rally lasciata in omaggio da alcuni ragazzi l’anno passato e ora gli fa da divisa ufficiosa. Questo ragazzo offre assistenza ai girovaghi folli di tutto il mondo. Il cambio forse non sarà stato tra i più vantaggiosi e ci avremmo rimesso l’equivalente di una decina di euro, ma con l’aiuto di questo faccendiere improvvisato, in meno di 2 ore avevamo sbrigato tutte le procedure doganali, altrimenti incomprensibili. Alcuni crucchi sospettosi e diffidenti, arrivati al confine 4 ore prima di noi, forse sono ancora lì perchè non hanno voluto l’aiuto di nessuno. Avevano avvertito anche noi di stare lontani da quel “cambiavaluta imbroglione”. E’ la forma mentis della maggior parte della gente che viene dai paesi ricchi, è la paura verso il più povero che ci hanno inculcato: pensiamo subito che sia pronto a tutto pur di guadagnarsi qualche dollaro, pensiamo “Questo mi vuole fregare!”. In verità in tutti i luoghi che abbiamo visitato il viaggiatore è considerato un dono di Dio e nessuno si prenderà gioco di voi! Nessuno si è preso gioco di me e Massimiliano.

Ci siamo tuffati alla ricerca di Kandovan abituandoci in fretta ai cartelli scritti in Farsi e all’allegra guida dei locali. Avevamo in programma di visitare il paese delle antiche case di tufo e poi dirigerci verso Tabriz per la cena, ma abbiamo scoperto presto che in Iran i programmi non servono. Una signora mi ha preso sotto braccio mentre giaravamo tra le viottole della cittadina chiedendo da dove arrivassimo e quale fosse la nostra meta. Giusto il tempo di dire “Italia” ed eravamo immersi in un’esuberante famiglia allargata di Tehran. Come tradizione locale abbiamo fatto pic-nic su una collina con vista mozzafiato, mangiando pane, formaggio e melone, raccontando della SRR e scambiandoci indirizzi email e account di FB, scoprendo con stupore che l’accesso ai social network non è così limitato come credavamo. Abbiamo tirato tardi scoprendo diverse cose gli uni degli altri, scherzando e ridendo, si era fatto buio pesto e non avevamo ancora idea di dove avremmo dormito. Senza che lo chiedessimo i nostri nuovi amici ci hanno riservato una camera in città e hanno contrattato per noi il prezzo, andando nella stessa direzione ci hanno scortato fino all’albergo. Sul targitto si sono persino fermati a fare un incredibile danza propriziatoria per il nostro matrimonio augurandoci di avere due gemelli! Quella sera ci siamo addormanteti con una certezza: in Iran non sarai mai uno straniero, sarai sempre un amico ospite. Nei giorni successivi abbiamo visitato il sito archeologio di Takht-e Soleiman, Zanjan e Damghan. Il 2 agosto siamo arrivati a Mashaad, città sacra per l’Islam, seconda solo a La Mecca. La città è un crocevia di razze e di culture: pakistani, iraqeni e afghani che in Iran hanno trovato rifugio dalle guerra che hanno insanguinato le loro terre d’origine. Noi abbiamo incontrato molti europei sedotti dal fascino dell’est, pronti a perdersi (per ritrovarsi) sulla via della seta o semplicente arrivati qui a ritirare il visto per il Turkmenistan. Punto di riferimento per tutti i viandanti è Vali, che vi guiderà come ha guidato noi tra le campagne e i sapori più genuini di questa terra. Se glielo chiederete vi darà una mano con il visto turkmeno e il simpatico console, ma poi sarete voi a dover dare una mano a lui…

Mamo si è scarrozzato per tutta la città un tappeto e ci siamo ritrovati in uno di quei posti che quando lo vedi pensi “questo è davvero l’ombelico del mondo!”. Per noi amanti dei tappetti è stato un shock visivo mai provato: migliaia e migliaia di capolavori fatti di lana e seta intracciata, un bazar di tappeti realizzati dai migliori artigiani sulla piazza. Abbiamo riscontrato un interesse verso di noi e la nostra cultura che mai ci saremmo immaginati: ricorderò per sempre il custode del museo di Mashaad che appena ci siamo presentati come italiani ha detto che il suo film preferito è “Nuovo Cinema Paradiso”, così come il drappello di persone intorno alla nostra auto parcheggiata fuori dall’albergo (i locali ci aspettavano per scattarsi una foto con noi e per chiederci del nostro viaggio). Più volte nel guardare i grandi spazi che ci circondavano, le montagne da secoli addormentate e strapazzate dai venti mi sono chiesta quale fosse il nome vero di Dio. La maggior parte delle persone che incontravamo ci diceva che non c’è differenza tra essere cristiani, mussulmani ed essere semplicemente una brava persona. I ragazzi afghani che abbiamo conosciuto prima di presentarsi sottolineavano che loro non erano terroristi o talebani. In quelle occasioni era immancabile pensare a quante guerre inutili si sono consumate su quelle pelli e su quegli occhi limpidi, al carico della cattiva fama che erano costretti a portarsi dietro. Siamo usciti dall’Iran il 7 agosto. Lasciando Mashaad abbiamo cominciato a salire le montagne che portavano alla frontiera di Bajgiran. Pendii verdi e pecore multicolore al pascolo facevano da cornice alla strada. Abbiamo sbrigato in fretta le pratiche per l’uscita dal paese, mentre c’è voluto più tempo per quelle d’entrata in Turkmenistan.

In frontiera ci hanno separato e abbiamo dovuto aspettare che terminassero il loro pranzo perché si prendessero la briga di ispezionare l’auto mentre un soldato scherzava con Mamo insegnandogli come si dice capelli in turkmeno – “BEKI!!”. Ci hanno estorto anche l’unica mazzetta di tutta la SRR: 5$, altrimenti avremmo passato li tutto la giornata (in verità ci avevano chiesti 40$, ma abbiamo contrattato!). Siamo arrivati ad Ashgabat nel primo pomeriggio. Faceva caldo e l’asfalto liscissimo delle strade a 4 corsie per senso di marcia si diramava fra palazzoni in marmo bianco, degni del peggiore incubo di Orwell. La capitale è una cattedrale nel deserto, con telecamere ad ogni angolo, dove sudditi del regime pettinano le aiuole d’erba e fontane gigantesche sprecano la poca acqua presente nel paese. Sembra di stare a Las Vegas solo che ovunque si trovano monumenti celebrativi per il cavallo e Turkmenabashi (cercate informazioni a riguardo su internet e leggete Stan Trek, per avere un’idea completa del dittatore). Di questa città ricorderemo per sempre l’albergo: un lussuosissimo hotel di una famosa catena che siamo stati costretti a prenotare per ottenere il visto. Pagato 210$ (somma con la quale di solito facciamo una settimana di campeggio!) ci accoglie nella sua hall tutta marmo, luci a led e fontane. La camera era la più bella mai vista in vita mia e ci siamo persi volentieri nei piaceri della SPA e dell’idromassaggio. Siamo riemersi da quel lusso sfrenato a ora di cena per uscire a mangiare un boccone e scoprire con piacere che altre macchine scassate sono parcheggiate dietro all’albergo: una ventina di rallysti inglesi diretti in Mongolia. Abbiamo provato ad accordarci con loro per affrontare insieme il deserto del Karakorum il mattino seguente, ma a mezzogiorno non erano ancora pronti a partire e dato che la nostra tabella di marcia era serrata ci siamo incamminati da soli. A circa dieci chilometri dall’albergo le strade peggiorano, si allargano grossi buchi sull’asfalto, che a tratti scompare del tutto lasciando il posto a una nuda massicciata di pietre e terra. Filavamo veloci dietro a camion che sembravano conoscere a memoria il percorso dissestato, avevamo il pieno e avevamo deciso di riempire le taniche per le emergenze, ma il benzinaio si è rifiutato indicandoci una videocamera: in questo paese pazzo tutti sono controllati e evidentemente è vietato vendere benzina non destinata al consumo immediato. Volevamo vedere i crateri gassosi di Dervaza, paese raso al suolo perché non gradito dal dittatore Turkembashi. Meglio note come “Le porte dell’Inferno”, sono giacimenti gassosi a cui è stato dato fuoco. L’unico che brucia tutt’ora è l’unico che non siamo riusciti a vedere perché non ce la siamo sentita di avventurarci soli in mezzo alle dune, lasciando il percorso battuto da auto e TIR, ma è meglio essere qui a raccontare un episodio di codardia che essere dispersi nel deserto senza gps e con la macchina in panne e non poterlo più raccontare a nessuno. Siamo stati prudenti, forse troppo, ma non ce ne dispiace. Non è stato meno avventuroso proseguire verso il confine, mentre calava il giorno, su un percorso sconosciuto, fra anonimi campi, senza nessuna indicazione stradale. Siamo arrivati a Dashgush che erano le 22,30 e abbiamo trovato da dormire presso un albergo di stampo sovietico con cena sovietica, gentilmente preparataci nonostante l’ora tarda.

Il 9 agosto, dopo solo 2 giorni,  lasciamo il Turkmenistan e entriamo in Uzbekistan. Ci sono lunghe file di gente locale in frontiera, frontalieri per lavoro sospettiamo, o commercianti. Forse sono famiglie uzbeche che si sono trovate separate dai loro cari, nel momento in cui confini arbitrari hanno diviso tribù che avevano attraversato in piena libertà, per secoli, queste steppe. Io non riuscivo a distogliere l’attenzione dai  foulard fioriti delle signore, dai loro abiti ricamati. Prima di lasciare Ashgabat mi sono fatta portare da Mamo in un negozio dove ho potuto acquistarne uno. La prassi doganale uzbeca è stata più complessa delle altre e dovevamo elencare quanta valuta trasportavamo, di che tipo, telefoni cellulari e macchine fotografiche. Abbiamo riempito un questionario sanitario e sostato in un’area di quarantena dove era meglio non tossire o starnutire, per non essere trattenuti più del dovuto. La cosa che però ha scatenato la nostra ilarità è stata la disinfestazione dell’autoveicolo, per il quale bisogna sostenere un costo di 5$. La delicata operazione consiste nell’attraversare una pozza di acqua fangosa con l’autoveicolo: in questo modo sostengono che ogni impurità verrà rimossa. Carichi di entusiasmo, subito dopo la frontiera, ci siamo avventurati in un vero mercato locale, non un classico bazar per turisti. Qui assaggiamo i nostri primi shasliki e il nostro primo chay con acqua uzbeka, vediamo auto russe che trasportano intere camere da letto sul tetto, bancarelle di tessuti, meloni, spezie, cipolle, ancora meloni e…schede telefoniche. Arrivati nella celebre Khiva non dobbiamo nemmeno sforzarci di cercare un posto per la notte: davanti alle antiche porte della città un ragazzino attira la nostra attenzione e ci dice che c’è una camera per noi proprio li, a soli 25$. La guesthouse Alibek è confortevole e ci verrà comoda quando dovremo tornarci di corsa a causa degli effetti del tè bevuto al mercato. E’ la città più turistica fra tutte quelle incontrate finora, ma le sue piccole dimensioni e i mosaici che rimandano a cieli infiniti la rendono un luogo magico. Decidiamo di salire sul minareto più alto di tutto l’Uzbekistan procurandoci un mal di gambe che ci accompagnerà fino alla fine della vacanza.

Il 10 agosto ripartiamo. Abbiamo faticato a trovare un benzinaio che abbia del diesel. Ne troviamo uno chiuso, ma non facciamo in tempo a scendere dall’auto a chiedere informazioni che già una ventina di persone sono lì intorno ad aiutarci: chiamano il proprietario della pompa che riapre e  così facciamo il pieno. La strada è pessima, buche e ponti stretti, uno addirittura condiviso con le rotaie di un treno. E’ tardo pomeriggio quando arriviamo a Bukhara dove incontriamo molti italiani e turisti di nazionalità varie. Scopriamo che qui è usanza sposarsi in bianco, come da noi, e in molti vengono qui e a Samarcanda per il loro servizio fotografico e la cerimonia. Decidiamo di fermarci due giorni e di scoprire le antichità di una città resa celebre dalla crudeltà dei Khan che l’hanno governata nei secoli passati. Personalmente la cosa che più mi ha colpita sono i gelsi centenari che sorvegliano le torbide acque della grande vasca nella piazza centrale. Il 12 agosto arriviamo a Samarcanda. Abbiamo percorso 8657 km fino a qui, senza nessun intoppo particolare, ma abbiamo deciso che da adesso in poi eviteremo di mangiare cibi sconosciuti e di bere chay preparato con acqua di dubbia provenienza. Le nostre pance sono stranamente gonfie, pur essendo assolutamente vuote, e decidiamo di mangiare del pane (qui il pane appena sfornato è veramente ottimo e lo si trova ad ogni angolo di strada) e bere Coca Cola. Troviamo un grazioso b&b e ci dirigiamo verso il Registan. Lo vediamo da lontano, nella sua imponenza: è decorato come tanti altri monumenti visti fin qui, ricoperto da maioliche di mille colori, ma le proporzioni delle 3 madrasse sono stupefacenti. Arrivati all’ingresso veniamo informati del fatto che è in corso il Festival Nazionale della Musica, così mentre in sottofondo parte “Con te partirò” di Bocelli, mesti, ci sediamo a un tavolo di un chiosco a guardare tutto quello splendore aldiquà delle transenne. Acquistiamo e spediamo le cartoline promesse a tanti amici e parenti (se qualcuno di voi le ha ricevute batta un colpo perchè a noi non è ancora arrivato nulla: accidenti alle poste uzbeke!), finiamo il giro della città che è buio e abbiamo di nuovo fame. Io avevo voglia di Samsa (ottimi fagottini ripieni di formaggio e verdure cotti nel forno del pane), così ci siamo gettati in un locale dalla dubbia fama, perchè frequentato da gente del posto e non solo da turisti. Ovviamente i samsa non c’erano e ci è stato servito il piatto forte dell’ Asia centrale: ANCORA SHASLIKI! Per la gioia dei nostri intenstini la cena era accompagnata da un casereccio yogurt color giallo, che ci era stato portato, come tutto il resto da due bambini con sorrisi splendidi (forse figli del proprietario) e così non abbiamo avuto il coraggio di lasciare nulla nel piatto, per non offenderli. Anche in quel locale, come in ogni parte dell’Uzbekistan, non avevano l’abitudine di lavare i boccali vuoti, una volta che gli avventori lasciavano il tavolo, ma semplicente di riempirlo nuovamente sotto la spina. Così abbiamo deciso di optare nuovamente per una Pepsi ben sigillata. Il 13 agosto si riparte verso Dushanbe, dove arriviamo intorno alle 23.30 dopo un percorso che da solo vale l’intero viaggio. Nell’ordine:

  • abbiamo mangiato un formaggio che non sapevamo essere tale che ci è stato venduto da un bambino in uno dei tanti posti di blocco delle milizia, una specie di caprino che sembrava un sasso al sapore di sale;
  • in un altro posto di blocco abbiamo incontrato un soldato della milizia che ci ha chiesto un passaggio verso casa, facendoci cambiare percorso con il rischio di ritrovarci dispersi nelle campagne;
  • sulla strada abbiamo incontrato due ragazzi russi che stavano andando in Afghanistan, per turismo…in bicicletta (siamo con voi!)
  • per la prima volta abbiamo avuto il reale timore di rimanere senza carburante, nessuno era in grado di indicarci una pompa di diesel (merce rara in Uzbekistan!);
  • in un paese vicino Termiz, ancora emozionati per aver visto la rete del confine afghano, abbiamo fatto sosta per mangiare un gelato in un minimarket. Le ragazze del negozio hanno chiesto di essere fotografate con noi che abbiamo accettato di buongrado e mentre salivamo in macchina ci hanno rincorso per regalarci due Coca-Cola: non potevano permettere che due viaggiatori si rimettessero in viaggio senza qualcosa di fresco da bere. Per la cronaca, quelle due bottiglie solo ancora sigillate sulla nostra libreria, come il miglior souvenir immaginabile, testimonianza di uno spirito d’accoglienza che dovremmo imparare a dimostrare anche noi.

Uscire dall’ Uzbekistan è piuttosto facile, ci ispezionano l’auto in ogni sua minuscola parte, ma alla fine ce la facciamo. Entrare in Tagikistan invece si rileva più complicato, in particolar modo ci risulta difficile farci rilasciare il “VVT”, un documento necessario per la donazione dell’automezzo a CESVI. Nessuno parla inglese e il mio russo è inadeguato e troppo scolastico per comprendere la lingua tagika e farmi comprendere a mia volta. Ci sfilano 25$ più altri 5€ in cambio di alcuni documenti per noi incomprensibili. Sperando che siano quelli necessari abbiamo abbandonato la dogana e nel buio pesto che avvolge ogni cosa ci dirigiamo a Dushanbe su una strada sterrata, con delle buche che paiono crateri, ipertrafficata: è l’origine della famosa Pamir Higway! Guida Mamo, che è bravissimoa seguire i camion che filano via veloci, come se sapessero il percorso a memoria. Ai bordi della luce dei fari delle auto vediamo cinesi intenti nell’asfaltare un percorso parallelo a quello da noi percorso: sono prigionieri politici ai lavori forzati, il governo cinese li ha mandati qui a creare quelle strade asfaltate che in Tagikistan nessuno ha più curato dalla caduta dell’URSS (in cambio il presidente tagiko ha ceduto ai cinesi, grosse fette di Pamir, ricche di giacimenti). Io e Mamo siamo una coppia perfetta e la cosa si manifesta bene nel rapporto guidatore-navigatore: in una città di 750,000 abitanti troviamo casa Cesvi, solo con l’aiuto di una cartina (con grande stupore di Marco e Filippo, che pensavano che saremmo arrivati a destinazione molto più tardi). La gioia dell’arrivo, senza aver mai nemmeno bucato una gomma, è tanta: esattamente 9753km di gioia!

Eppure mentre stiamo per andare a dormire ci guardiamo e sappiamo che abbiamo già voglia di metterci di nuovo in marcia. Infatti il giorno seguente, dopo aver transitato per tutti gli uffici della città per il passaggio di proprietà della Zafira ed essere tornati fino in dogana per avere il benedetto VVT, partiamo con i ragazzi di Cesvi per visitare i progetti in corso a nord del paese. Un veloce volo interno ci porta al di sopra dei Monti Fan, a Khujand. E’ il 15 agosto, ci dirigiamo nei villaggi pervasi da una placida apparente anarchia, con bambini che si recano al pozzo per portare l’acqua a casa, dove vediamo le capre più belle del mondo, tutte di colori diversi, con lunghe corna e un poderoso didietro (il sedere grasso contraddistingue gli ovini destinati a divenire succulenti spiedini). Visitiamo le serre interrate che sono state costruite dalle cooperative familiari locali, incontriamo le donne che tessono i tappeti (uno ora è ai piedi del nostro divano), vediamo il centro per la raccolta del latte e quello dove il latte viene pastorizzato e trasformato in formaggi e buonissimo gelato. Pranziamo proprio nel giardino del caseificio-gelateria dove ci spiegano che il posto è divenuto un luogo di ritrovo per la gente del piccolo villaggio, che si riunisce alle 17 in punto per una dolce pausa. Al tramonto dirigiamo la bianca Lada Niva (mezzo di tutto rispetto sulle strade malmesse dei villaggi tagiki) verso il Lago Kairakum dove accediamo a un lido attrezzato e facciamo un bel bagno (soprassediamo alle dicerie che vogliono il lago pieno di milioni di rifiuti radioattivi). Cena a base di pizza (io e Mamo non mangiamo MAI MAI MAI la pizza fuori dall’Italia, ma questa era una serata veramente speciale!) e chiacchiere sulla politica e sul ruolo della donna nella moderna società (interessante la posizione di Marco, trentenne napoletano, che pur avendo girato mezzo mondo con le onlus ha ancora l’ideale di donna-mamma a casa con il grembiule a badare alla famiglia) fanno da cornice alla nostra ultima notte in Tagikistan.

16 agosto 2013. La sveglia suona all’alba, per prendere il volo Tagikair che ci riporterà a Dushanbe. Non avviene nulla di orrorifico, e non è il volo della speranza che ci aspettavamo, anzi arriviamo con 20 minuti di anticipo. Pronti per l’ennesima staffetta tra un ufficio e l’altro per poter fare definitivamente il passaggio dell’auto a Cesvi. E’ un incubo tale da far apprezzare la nostra amministrazione pubblica. Timbri, notai, carte su carte, dichiarazioni scritte in inglese tradotte in tagiko, corse, una bustarella di 100 somoni e alla fine tutto si risolve. Tutto ciò avviene di venerdì  giorno in cui alle 13 un buon musulmano dovrebbe dire non so esattamente quale preghiera, ma per colpa nostra Tohir (che lavora per CESVI e ci fa da interprete nei vari uffici) deve saltarla. Ne è molto dispiaciuto e noi siamo dispiaciuti per lui. Sono le 18 quando lo salutiamo, ci mettiamo in spalla le nostre borse e ci dirigiamo verso il pub inglese dove ceniamo con i nostri amici italiani per poi prendere un taxi fino all’aeroporto. Il check-in è velocissimo e in un lampo siamo nella gelata sala d’attesa. Lì hanno un amore folle per l’aria condizionata. Mamo crolla sui sedili rigidi, io ovviamente sono troppo agitata per prendere sonno. Arrivano in fretta le 2.00 del 17 agosto e ci imbarchiamo sul volo della SomonAir diretto a Francoforte. E’ strano tornare, non ne avevamo voglia. Avevamo voglia di riabbracciare i nostri cari, di raccontare a tutti quello che abbiamo visto, ma non avevamo voglia di fermarci.  Metabolizzando il paesaggio europeo sul treno che da Francoforte ci porta a Lugano, come marito e moglie ci confidiamo, parliamo di ciò che vogliamo fare il prossimo anno, delle persone che assolutamente rivedremo e nel parlare ci siamo resi conto di aver realizzato quel viaggio fantastico di cui parlammo un estate così lontana, su una panchina. “Con te lo potrei fare…” aveva detto Mamo. L’avevamo fatto insieme, noi due, e le persone che ci hanno sostenuto e ci hanno aiutato. Alla stazione di Lugano ci siamo commossi, i miei suoceri si sono messi a piangere (erano preoccupati, come mia mamma, come molti) ma non c’è motivo di avere paura se si viaggia in maniera responsabile.

Ancora oggi non riesco a capire esattamente cosa sia accaduto in me durante quei ventuno giorni di strade e di gente.

Non importa, domani si riparte!

  • francesco

    Ho fatto un percorso molto simile al vostro, ma in bici. E il vostro racconto mi ha ricordato un sacco di cose… dall’incredibile ospitalità curda (son passato più a sud però) all’eccentrico Vali a Mashad… e poi anche i dettagli: il confine di Bajgiran, con una simpaticissima guardia iraniana, il formaggio-sasso nel sud dell’uzbekistan (ho scoperto essere ottimo come condimento si insalata, se si riesce a grattugiarlo..), la strada dissestata che porta a dushanbe… Stan Trek però l’ho trovato un po’ esagerato, o forse non aggiornato; io non ho avuto grandi problemi. Comunque grazie, complimenti e buon viaggio!

  • Stefano Serena

    Sono rimasto incantato dall’inizio alla fine, e non ho saputo dire altro se non “stupendo” al termine del post. Complimenti. Un viaggio meraviglioso che voglio fare anch’io senza ombra di dubbio. Ancora complimenti.