(Avevamo lasciato Andrea in panne poco prima del famigerato Tunnel di Salang. La seconda parte del suo racconto.)

Detto fatto: scarichiamo la nostra roba e ci mettiamo sul ciglio ad aspettare una macchina che vada nella nostra direzione. Jaweed si incarica di fermare le auto mentre io sono subito dietro, per precauzione. Col mio kameez (1) marrone e una barba incolta nessuno farebbe caso al fatto che io sia straniero, come quasi sempre mi capita girando, specialmente per il centro di Kabul. I minuti passano e le auto in direzione sud sono scarse. Passano due Corolla seminuove e una si ferma ma è al completo, sta andando a Kabul per un matrimonio. Proviamo con un camion di carburante, niente. Poi un minivan Hyace, pieno come un uovo di hazara (2) in direzione Bamyain. Saranno passati circa 20 minuti quando si ferma una vecchia Corolla Station Wagon e il giovane al volante ci fa cenno di salire. Sta portando il padre a visitare la famiglia nel Panjshir, quindi non può portarci fino a Kabul ma è contento di darci uno strappo fino alla sua diramazione. Ci sta bene, e mentre Jaweed prende il posto accanto al conducente, io mi siedo dietro, di fianco al vecchio, dividendo il sedile anche con un paio di gabbie di uccelli, spostate dal bagagliaio per far posto alle nostre borse. Partiamo lenti mentre guardo distrattamente l’anziano accanto a me, un signore di circa 70 anni molto umile ma distinto, che porta un chapan (3) e un turbate grigio. Ha lineamenti da tajiko e una faccia scavata dalla vita e dalla fatica di stare al mondo in un posto simile. Avanziamo senza troppi problemi fino a che la strada inizia a salire andando incontro al Salang. Da qualche chilometro la neve ha iniziato ad apparire più abbondante ai lati della strada e non sappiamo ancora cosa ci aspetta. Dopo i primi tornanti, la colonna di auto si ferma mentre immaginiamo qualche problema di manovra per un camion in un punto più in alto.

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Passano i minuti e decido di scendere a fumare con Jaweed, mentre dietro di noi la colonna di auto si allunga. Siamo fermi oramai da quasi 30 minuti, abbiamo visto scendere solo due auto e iniziamo a preoccuparci, quindi cerchiamo di risalire lentamente la colonna di auto per capire cosa non va. Dopo neanche un chilometro siamo al punto dell’ingorgo, dove un camion che si è fermato di lato non è riuscito a ripartire per le ruote troppo lisce ed è finito di traverso. Contemporaneamente, le altre auto hanno occupato il resto della carreggiata in maniera scomposta in un tentativo di sorpasso selvaggio, e hanno bloccato il traffico. Ora bisogna mediare per far allontanare le auto di troppo e permettere al camion di ripartire. Mentre Jaweed prova ad aiutare con le operazioni, resto sul ciglio della strada a osservare il fantastico paesaggio che ho davanti.  Su un cielo splendidamente azzurro, una catena maestosa innevata, tagliata soltanto dalla strada e da una linea elettrica, nel mezzo del nulla o quasi, senza copertura telefonica, punti di ristoro, possibilità di tornare indietro. L’unico modo per uscirne è aspettare, scogliere tutti i nodi e continuare.

E così pian piano Jaweed contribuisce a fare, in un ingorgo che mi sembra rappresenti bene l’Afghanistan. Ognuno col suo mezzo di trasporto e la sua mercanzia, cercare di superare gli altri per conquistare la migliore posizione possibile per affrontare il tunnel. E, in caso di ingorgo, nessuno vuole retrocedere. Ci vuole un po’ di disciplina, e il piglio autoritario di Jaweed aiuta nel mettere ordine, poi tutti dietro a spingere il camion che finalmente riprende la strada e continua, sbuffando, la sua salita. Qualche minuto dopo, mentre la colonna avanza, ci raggiunge anche la nostra Corolla e riprendiamo il nostro viaggio. E’ ancora metà pomeriggio e contiamo di arrivare a Kabul a sera inoltrata. Continuiamo la salita e, avvicinandoci all’entrata del tunnel, vediamo mezzi dell’Autorità per i trasporti che aiutano a regolare il traffico, ma senza troppa foga. Tutti i mezzi, con catene o senza e con qualsiasi tipo di pneumatico, sono lasciati avanzare. Qualche ragazzo ha improvvisato dei chioschi di montaggio catene volanti, come ultima spiaggia per gli automobilisti più sbadati, e gli affari sembrano andare.

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Noi ce la caviamo con lo zelo del nostro conducente che caparbiamente supera tornanti su tornanti sfruttando ogni centimetro della carreggiata anche in senso opposto, regalandoci una bella serie di spaventi. Il suo ragionamento è molto semplice: se si dovesse fermare, non è sicuro di poter ripartire, rischiando quindi di causare un ingorgo. Meglio quindi un bell’incidente, no? Ormai la strada ha raggiunto l’altitudine del tunnel dopo una lunga serie di curve; la neve quassù è bianca di un bianco diverso e più brillante di quello che mi ricordavo a casa: sembra coprire il brullo di queste montagne e la ruvidità di questi uomini. Siamo arrivati, come entriamo nel tunnel del Salang la strada inizia lentamente a scendere. Il traffico dentro è scorrevole ma l’atmosfera sempre irrespirabile. Le nevicate all’esterno hanno quasi del tutto ostruito i pochi fori per l’aerazione ed è meglio avanzare a finestrini sigillati, tenendosi strette le quaglie sulla macchina e la voglia di una sigaretta. Non abbiamo molti problemi, anche perché non troviamo mezzi bloccati, essendosi fermati, quelli più pesanti, durante la salita; avanziamo regolari verso l’uscita, che intravediamo dopo una mezz’ora, tempo discreto questa volta per percorrere i pochi chilometri del tunnel.

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Una volta fuori, il più è fatto e attendiamo con impazienza il momento di avere copertura cellulare per informare chi ci aspetta a Kabul. Ora scendiamo e i ruoli, rispetto a quando salivamo, sono invertiti. Guardiamo leggeri i malcapitati che si avventurano verso nord, immaginando che o passeranno la notte nel tunnel o molto vicino per poi continuare il giorno successivo. Per noi invece è un lento riavvicinamento alla città, mentre scendiamo nella provincia di Parwan costeggiando il fiume Salang. Il traffico aumenta man mano che ci avviciniamo a valle, così come le attività commerciali.

Visto che è quasi sera, e bisogna ringraziare Allah per aver attraversato il tunnel, Jaweed decide di fermarsi per una breve sosta. Ci facciamo allora lasciare dal nostro gentile traghettatore in un autogrill afghano: un luogo tra passato e presente, una specie di caravanserraglio moderno che non è altro che la versione da viaggio dei saloni da tè delle città. Un grosso salone con vista sulla strada con 2 corridoi centrali rispetto al soppalco di circa 1 metro, dove la gente siede su una selva di tappeti. Niente tavoli, tutti gli uni accanto agli altri, in file con le spalle al muro. I menù sono semplici e rappresentano il meglio della tradizione afghana: riso Kabuli Pilau, kebab, ossobuchi, verdure e tè, tanto tè. Tutti si scambiano notizie sul viaggio, sulla condizione delle strade, sugli eventuali attacchi e via dicendo. Dopo tanta macchina, sedersi su una superficie di legno è come ridere, e il relax con cui ci gustiamo kebab e nan (pani afghani) è rigenerante. In un attimo nel parcheggio troviamo una macchina diretta all’entrata di Kabul, a Sarai Shamali, e partiamo confortati. Il peggio del viaggio è alle spalle e la giornata volge ormai al termine.

Durante la discesa godiamo di un’ultima vista dall’alto delle Shomali Plains, un vero giardino, spianata fertile che ha affascinato fior di civiltà per migliaia di anni con i suoi frutteti e vigneti. Un tempo, questa zona era un importante snodo e centro di commerci sulla via della seta e ancora vi si trovano rovine come a Jabul-al-Seraj. Ora rimane una zona in sviluppo anche se molto caotica, frutto della vivacità nel commercio degli afghani. Superata Charickar, la fine del viaggio è una questione di poco tempo. Mentre Jaweed conversa con l’autista, io ripenso un po’ al viaggio e al fantastico regalo che l’Afghanistan ha voluto concedermi prima della mia partenza. Stupendi paesaggi, tanta accoglienza, solidarietà, umanità. Non mi sembra possibile che i problemi che avevamo avuto fino a pochi giorni fa con i progetti facciano parte di quello stesso contesto. Chissà fino a dove la guerra, la miseria, le atrocità hanno influito sulla voglia di riscatto degli afghani e fino a dove saranno capaci di lavorare insieme per mettere fine al passato.

Il paese ha un potenziale enorme in tantissimi settori, è molto dinamico e le capacità locali non mancano. Ora manca poco alle prossime elezioni e le grandi manovre sembrano essere già iniziate. Ripenso a questo, mentre entriamo nella periferia della città scendendo dalla collina e vedendo tutte le luci prepararsi per il weekend, con il traffico dell’ora di punta in via di smaltimento. Mentre i commercianti di alimentari smantellano le bancarelle, sono i ristoranti, fast food e sale da tè che mantengono vivo il panorama, con luci di tutti i colori e talvolta rumorosi altoparlanti sulla strada.

Arriviamo a Sarai Shamali, uno snodo fuori dal centro, e con Jaweed ci dividiamo dandoci appuntamento dopo il weekend. Io prendo un ultimo taxi per gli ultimi metri per arrivare alla mia guest-house verso il centro, facendo un discreto uso del farsi essenziale che ho potuto imparare, e pago in anticipo. Non appena il taxi mi scarica davanti alla porta, Yasser, il guardiano, si precipita ad accogliermi calorosamente e a portare la mia borsa nel salone. Come l’ospitalità afghana conviene, ha l’acqua per il tè in caldo da un po’ e avrà passato il pomeriggio in contatto con Amir, che informavo dei miei spostamenti, per avere mie notizie. Dopo tanta strada sono davvero distrutto e affamato, ma per la sua gentilezza mi fermo a prendere il tè con lui, in silenzio, mentre fumo un’ultima sigaretta. Oggi è andata bene e mi auguro che il futuro possa andare bene anche per l’Afghanistan e la sua gente. Vada come vada, le certezze del coraggio, dell’ospitalità e della resilienza saranno sempre tra le virtù degli afghani.

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 Andrea Trevisan Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire. E così mentre i miei coetanei si dimenavano tra le nebbie del varesotto io lasciavo un CDI per iniziare una carriera nell’umanitario partendo dal basso e sognando di farne una professione. E mentre, lavorando, pensavo di trasmetterla, l’umanità mi ha trovato lei, nelle persone e le azioni di tutti i giorni. Lavoro su programmi di educazione e reinserzione sociale. Per quello che per me è sicuramente il lavoro più bello del mondo. andrea.trevisan@yahoo.it

NOTE.

(1) Kameez – camicia lunga fino all’anca o anche al ginocchio, tipica dei vestiti tradizionali dell’asia centrale.

(2) Hazara  – gruppo etnico che vive prevalentemente in una regione montuosa dell’Afghanistan centrale, nota come Hazarajat o Hazaristan.

(3) Chapan – mantello tradizionale tipico delle regioni dell’asia centrale.

I nomi che trovate in questo articolo sono nomi di fantasia per proteggere l’incolumità dei diretti interessati. (N.d.A.)