Qualche settimana fa su Le parole e le cose (un sito che dovreste seguire) Rino Genovese ha pubblicato un’interessante riflessione sulla città e su come la sua definizione e fruizione, dal punto di vista del turista/viaggiatore, sia cambiata con il cambiare non solo dei tempi, ma anche delle guide turistiche.

Secondo Genovese, le guide diffuse vent’anni fa (Touring, Michelin, ancora in circolazione, tra l’altro) avevano al centro la città come luogo da vedere, davano quindi più importanza a una lettura della storia, dell’architettura e dell’arte che caratterizzava la città. Oggi, invece, le guide (ma anche i blog, le app, le riviste) danno largo spazio ai bar, ai ristoranti, allo shopping, agli eventi e ai festival e “tendono a costruire, più che degli itinerari, dei percorsi narrativi: che contengono racconti di esperienze fatte, ma sembrano soprattutto proporsi come falsariga per i futuri racconti di chi la guida la usa“. E’ un po’ quello che cerchiamo di fare noi con le nostre “72 ore a” e, per quanto interessante, mi chiedo se questa prospettiva soggettiva che sta prendendo piede, ci stia contemporaneamente arricchendo e privando di qualcosa.

Una prospettiva così ci arricchisce perché ci permette di uscire dai famosi “itinerari turistici” per esplorare la città come viene vissuta dai suoi abitanti. Ma non c’è il rischio che la stessa prospettiva ci faccia sperimentare solo il presente della città, privandoci del contesto storico che la posiziona su una linea temporale fondamentale per capirne tutti i connotati (dalla geografia all’architettura, fino agli usi e ai costumi locali)?

Questa domanda mi è sembrata ancora più necessaria quando ho scoperto, qualche giorno fa e con la giusta dose di ritardo, l’esistenza delle guide alle città ribelli, pubblicate dalla casa editrice Voland. In questa piccola collana, Parigi, Barcellona e ora anche Roma sono raccontate attraverso episodi e personaggi storici che hanno abitato le loro case e camminato lungo le loro vie. Personaggi che, però, non fanno parte de La storia ufficiale ma che riempiono le fila della storia del popolo di cui sono attenti narratori Alessandro Portelli e Howard Zinn, per quanto riguarda gli Stati Uniti. Dice Portelli nella prefazione alla Guida alla Roma ribelle:

Roma gode, o subisce, una fama di città sorniona, che ha visto tutto ed è capace di vedere tutto senza scomporsi. Una specie di torbida acqua cheta. Ma basta fermarsi un attimo ed ecco che vengono fuori le tensioni, i conflitti, di una città drammaticamente divisa e per questo viva e affascinante. Per esempio: se uno passa il Ponte Regina Margherita, sbarca su piazza della Libertà, percorre via Cola di Rienzo, arriva a piazza Risorgimento – proprio addosso al Vaticano. Non è una toponomastica innocente: è Roma liberale (e savoiarda) che dopo Porta Pia si strofina a Roma papalina e la irrita (mettiamoci pure che al ponte si arriva dal lungotevere Arnaldo da Brescia – frate eretico impiccato e scomunicato nel 1155). Lungotevere Arnaldo da Brescia arriva a Ponte Matteotti, e da lì si collega a un’altra storia ancora: ricordiamoci che nel 1944 a piazza della Libertà i fascisti uccisero lo studente Massimo Gizzio – e non dimentichiamo che nel 1975 negli scontri a piazza Risorgimento muore Mikis Mantakas, ragazzo fascista greco e l’idea di una città paciosa e conviviale salta del tutto. A Roma le storie si intrecciano, si scontrano, e spesso sanguinano“.

E così le guide Voland accantonano i migliori aperitivi, i ristoranti più buoni, lo shopping più originale e portano per mano i viaggiatori per la Piazza del Popolo di Kerouac (già, c’era stato e non gli era piaciuta), la via Margutta di Picasso, fino alla statua ribelle di Piazza di Pasquino e ai partigiani di Via Giulia. A Parigi scopriamo la storia della rivoluzionaria Claire Lacombe e di Rue des Petits-Champs 43, facciamo un salto in Rue de Richelieu 63, dove abitava Simon Bolívar e veniamo a sapere di statue ricavate dalla fusione di altre statue. Di Barcellona impariamo che, in Europa, è stata una delle città più invase della storia, leggiamo della sua morte nel 985 per mano di Almanzor, che la saccheggia e la distrugge quasi completamente, e di come da potenziale nuova Venezia, sia invece diventata capitale della cultura pop.

Con stile scorrevole, mappe e suddivisioni in quartieri (a loro volta suddivisi in zone d’interesse), le guide alle città ribelli di Voland regalano al lettore un nuovo, preziosissimo, punto di vista su tre città turistiche per antonomasia. Sono libri prima di tutto utili, perché donano nuova tridimensionalità a città spesso visitate sulla base di cliché e liste di “10 luoghi imperdibili”. Non ci sono, nelle città ribelli di Voland, luoghi migliori di altri, ci sono percorsi che descrivono la complessità di un tessuto urbano impossibile da ridurre a una lista di cose da fare o da vedere. In un periodo così votato all’estetica, anche dal punto di vista del viaggiatore/turista, il tentativo di Voland mi sembra non solo lodevole ma estremamente ben riuscito: forse ogni tanto potremmo smettere di cercare l’aperitivo più alla moda, il sushi più buono, il caffé più indipendente e la libreria più alternativa. Potremmo fermarci, smettere di scattare foto da pubblicare su instagram. E ascoltare quello che la città ha da raccontarci.

INFO:

Edizioni Voland

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La foto in alto e in copertina è stata scattata da Svetonio a Roma