Da Torino ad Ulan Bator c’è una distanza di circa 12.000 chilometri, metro di più, metro di meno. Corre l’estate del 2010 e tre amici si gettano nella sfida rallistica –scalcagnata del “Mongol Rally”, evento automobilistico organizzato come ogni anno dai quei matti inglesi dell’associazione “The Adventurist – Fighting to make the world less boring”. Dall’esperienza è nato un libro: “Il Grande Khan”, vincitore del “Premio letterario per la cultura del viaggio” organizzato dall’ente C.I.R.V.I. (Centro Interuniversitario per le Ricerche sul Viaggio in Italia). Il libro è edito sempre dal C.I.R.V.I. Una bella impresa non c’è che dire, tenendo conto soprattutto del fatto che la vettura scelta per arrivare fino in Mongolia centrale partendo da Augusta Taurinorum, è stata un’ambulanza. Ma non un’ambulanza di quelle grosse come camper, moderne, attrezzatissime. No, la nostra autoambulanza, battezzata con il nome di “Ninonino” a voler ricordare il canto onomatopeico della sirena, era un Piaggio Porter. Il Piaggio Porter è il più piccolo minivan in commercio o, se vogliamo vederlo con un’altra ottica, la più grande scatola di sardine a quattro ruote. Abbiamo però imparato a volerle bene, noi tre del “Team Barbera”, a quella coraggiosissima vettura, capolavoro di audacia. Alberto Pagan, Lele De Bonis ed io, Federico Mosso, ci siamo alternati al volante per oltre un mese di avventure con rotta verso il Levante. Giriamo la chiave per accendere il motore a Torino. Sono attimi tragici e l’entusiasmo si tramuta in bestemmia. La batteria sembra morta ancor prima di partire. Immaginate la scena ridicola di tre avventurieri sabaudi improvvisati, rimasti bloccati su un piazzale di un’officina al metro 1 del chilometro 1. Tre somari. Ma anche gli asini sanno reagire in fretta e dunque risolto il malanno della ribelle Ninonino, la strada è stata nostra.

 Torino – Milano – Alpi – Svizzera – Baviera: è la prima rotta, con l’ambulanza già messa a prova dai tornanti di montagna sul tetto d’Europa.

Monaco – Patatrac – Boemia: dobbiamo raggiungere il castello di Klenova in territorio ceco, nel mentre spacchiamo la testa dell’albero di trasmissione in un boato di ferraglia nella gigantesca autobahn per Norimberga. Ora è chiaro che forse il mezzo non è dei più adatti per arrivare in Estremo Oriente. Ma sapienti mani di meccanici alemanni salvano la vita al mezzo, e a noi la reputazione. La festa per i rallisti del castello di Klenova è un meraviglioso sabba con vociare babelico di gente da ogni dove. Il giorno lentamente finisce per far posto al buio della notte ceca, protettrice con il suo mantello di tenebre di questo branco occidentale schiamazzante e casinista. Si accendono luci e fuochi e il castello è conquistato dalla truppa un po’ indiavolata, i fantasmi delle streghe boeme danzano con noi.

Rep. Ceca – Polonia – Repubbliche Baltiche: via, come schegge lente , verso i confini orientali dell’Unione. Dalle strade dei lupi del confine ceco-polacco, alle strade di Varsavia, dalla polvere della campagna di Polonia all’azzurro terso del cielo di Lituania, da ostelli catacomba di periferie mal frequentate al confine umido e sudato con la Grande Russia.

Russia: e sono giorni di goliardica invasione, in giro nell’immensità russa di giorno, di notte a nuotare nel mar di Vodka. Le strade sono bruciate e liquefatte dal sole feroce. Il muso della Ninonino è rivolto verso sud, verso la città di Samara  e le sue donne dalle gambe lunghe, verso il Volga, verso l’Asia.

Kazakistan: steppa, eterna, infinita, ovunque steppa. Tre colori. Il grigio dell’asfalto, il giallo della terra, il blu del cielo. Percorriamo migliaia di chilometri sempre in più in profondità verso l’ignoto, verso il Far East. E poi, come un assurdo miraggio lisergico, ecco che comparve Astana, la città-tempio del faraone locale. Siamo tre ragazzi in un posto strano. La Ninonino è come dentro una tela di De Chirico e scorre lenta tra spazi metafisici, fuori dal tempo.

Siberia meridionale – Repubblica dell’Altay: arriviamo in Siberia e di nuovo, nel buio profondo della notte, ho l’impressione di immergermi nell’ignoto, in un misterioso vuoto nero.

Prima della mezzanotte di ferragosto, quando sotto una pioggia fredda rientriamo dopo cena, sono poche le luci accese nel nostro strano albergo. I lunghi e bui corridoi coi tappeti polverosi, dai pavimenti in anziano parquet scricchiolante, possono essere il rifugio ideale per fantasmi bolscevichi, che vestiti con impermeabili di pelle come spie malvagie, giocavano ad origliare e a scrutare di nascosto questi strani e pericolosi ospiti venuti dalla diabolica Europa. Mentre le nubi si aprono e il cielo diventa azzurro e limpido, la Ninonino sale sui tornanti verso la frontiera, la quarta del nostro viaggio, tra monti dalle cime innevate. A 3500 metri di altitudine, tra baracche e pozzanghere, doganieri, branchi di marmocchi curiosi, sgangherate macchine messe alla prova da migliaia e migliaia di chilometri percorsi in poche settimane, incontriamo inglesi, scozzesi, gallesi, australiani, rumeni, polacchi, spagnoli, francesi, austriaci, in una nuova babele di lingue e nazionalità.

Altay – Mongolia: la più grande avventura del viaggio sta per iniziare. Siamo pronti ad oltrepassare la porta del Khan e la Ninonino non è solo più una piccola autoambulanza fuori luogo ma una macchina del tempo che vuole portarci in un mondo arcaico, ancestrale, fuori da tutto, libero, vuoto, selvaggio, sconosciuto, meraviglioso. E’ la gita finale nell’universo parallelo mongolo.

Esco al freddo allontanandomi dalle luci e dalle grida di una  taverna in festa e sono di colpo dentro la notte. Le stelle sono tante, a miliardi. Dopo due minuti perdo completamente l’orientamento. Sono ancora nel villaggio di Tsagaannur, ma non vedo luci e non sento rumori. Nuoto nel buio più profondo, in apnea dentro un calamaio, con le braccia che tentano di evitare improvvisi ostacoli. Mi sono allontanato troppo dal rifugio, e ora, letteralmente, brancolo nel buio. Sono nel nulla, da solo. Cammino a piccoli passi quasi trascinando i piedi, come una geisha giapponese, per paura di calpestar la coda ad un cane feroce o finire dentro ad una delle latrine a cielo aperto del paese. E’ una brutta sensazione non aver improvvisamente più gli occhi. Sembra banale, ma è uno degli episodi più angoscianti della mia vita. Il buio totale e freddo, labirintico, l’immersione nella notte senza uscita.

Mongolia:  sono giorni di impresa esaltata ed esaltante. Arriviamo ad Ulaanbaatar dopo aver affrontato situazioni epiche per noi e per il nostro amatissimo mezzo. Altopiani, guadi, ripidi passaggi di montagna, mulattiere medievali e poi la maestosità incandescente del deserto del Gobi. Sono tantissimi i ricordi di quelle situazioni libere ed estreme.

E’ l’ora del tramonto, il cielo si tinge di giallo e le nuvole si colorarono di arancione. Le ruote scorrono veloci su una grande spianata recintata da montagne e siamo gli apripista. Dietro, tra le nubi di terra e il sole che muore, si accendono i fari degli equipaggi inglesi, austriaci, italiani, spagnoli. Con un ordine che potrebbe ricordare una formazione a cuneo della cavalleria antica, una dozzina di mezzi spingevano sull’acceleratore per invadere la terra del Khan con un’azione lampo. Nella Ninonino c’è euforia e c’è orgoglio per essere capocordata, per quasi un’ora siamo alfieri e capitani della spedizione. Siamo i primi del gruppo, come tre generali mongoli alla testa di uno squadrone di cavalieri durante una campagna di conquista. Se avessi avuto una sciabola, l’avrei alzata fuori dal finestrino. Dio mio, che viaggio. Qualcuno disse che viaggiare è come vivere due volte. Costui aveva ragione.

Da questa avventura è nato anche un libro “Il Grande Khan”.

Ora so che quando qualcuno mi chiederà: “Ma tu cosa hai fatto in questa vita?”

Allora io risponderò: “Beh, una volta sono andato in Mongolia. Con un Piaggio Porter.”

Federico Mosso

“Il Grande Khan” di Federico Mosso, uscirà a Febbraio per le edizioni del C.I.R.V.I.  Si potrà ordinare in qualsiasi libreria sia online che tradizionale. Inoltre, ci si può rivolgere direttamente alla casa editrice C.I.R.V.I scrivendo all’indirizzo ordini@cirvi.it e pagando poi con contrassegno postale.

Il Centro Interuniversitario CIRVI, fondato dal Professor Emanuele Kanceff, docente di Storia della Civiltà francese presso la Facoltà di Lettere di Torino è una istituzione senza scopo di lucro svolge e promuove statutariamente ricerche, manifestazioni e pubblicazioni anche per incarico del Ministero per i beni culturali e del CNR, oltreché per varie università italiane ed estere, regioni e istituzioni, sul tema del viaggio come incontro fra differenti tradizioni e mentalità, sulla sua funzione basilare per il progresso umano e sulle irradiazioni che ne derivano nella storia della cultura, del pensiero, delle arti, del turismo. L’indirizzo web del CIRVI è: http://www.cirvi.eu/